1° Novembre: Solennità di Ognissanti

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Pubblichiamo il Vangelo del giorno Matteo 5,1-12a con il commento della teologa Teresa Ciccolini.

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Pala di Ognissanti di Antonio Marinoni Gromo, olio su tavola 1545.

Mercoledì 1° novembre cade la Ricorrenza di Ognissanti. Pubblichiamo il Vangelo del giorno Matteo 5,1-12a con il commento della teologa Teresa Ciccolini.

Lettura del Vangelo secondo Matteo 5, 1-12a
In quel tempo. Vedendo le folle, il Signore Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Il commento
Si è sempre suggestionati dal vangelo delle Beatitudini, perché si avverte l’attenzione accorata e presente di Gesù a dire qualcosa di semplice e di indispensabile per dare un senso vero alla nostra vita.

Colpisce subito proprio la parola  “BEATI”. L’abbiamo sentita tante volte, sappiamo che vuol dire “felici”,  eppure quando pensiamo alla felicità ci sentiamo smarriti. Perché sappiamo che la felicità è il desiderio irrinunciabile di ogni essere umano e ci accorgiamo che è, o sembra, irrealizzabile.

Felicità è desiderio di essere amati e compresi, di sentirsi in un abbraccio.

C’è sempre la nostra precarietà, il nostro essere provvisori, lo scontrarci con le peripezie e i dolori e gli affanni della vita;  c’è  soprattutto l’indifferenza degli sguardi e del cuore a dirci che la felicità è utopia, disincanto, delusione.

Ci troviamo di fronte all’inizio del Discorso della Montagna, il manifesto del messaggio di Gesù, l’incontenibile sorpresa e speranza di cui è portatore; infatti, proprio “vedendo le folle” e conoscendo il desiderio profondo dell’essere, dice ai suoi discepoli, perché se ne facciano testimoni e annunciatori, che la felicità è alla portata di tutti, anche dei più sofferenti e dei più dimenticati, perché Dio si fa vicino a ciascuno, nessuno escluso, con il suo Amore, con la sua consolazione e compassione.

E’ il Dio-con-noi: siamo preziosi ai suoi occhi.  Ce ne dimentichiamo.

Ascoltando questo testo ci si sente piccoli, bisognosi di amore, di quell’amore grande di Dio che non smette mai di prendersi cura di noi e di tutti anche se non ce ne accorgiamo o se non vogliamo riconoscerlo o non ci crediamo più.

Gesù dice che occorre un capovolgimento di mentalità (conversione):  dobbiamo pensare al nostro essere felici pensando e desiderando la felicità degli altri, soprattutto di chi soffre e piange per l’ingiustizia, la violenza, il dolore, la povertà, la concretezza dei nostri limiti materiali e spirituali.

Perché  “felicità” è mitezza, pace, consolazione, condivisione, uscita da sé.

E’ proprio un capovolgimento di prospettiva, la ripresa di una fede in Dio la cui “fedeltà ci circonda”.

Infatti la felicità dell’uomo, del credente, dipende totalmente dalla fedeltà di Dio, che è un Dio “che si ricorda”.

Difficile pensarlo, ma su questo si basa la nostra speranza.

1° Novembre 2017