Acli, da cristiani protagonisti della storia email stampa

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    Don Alberto Vitali, oltre ad essere l'incaricato per le Acli dalla diocesi è attualmente parroco di Santo Stefano Maggiore e responsabile della Pastorale dei Migranti della diocesi ambrosiana

    Dalla lettura del vangelo di Marco 13 1-27 don Alberto Vitali, delegato arcivescovile per le Acli, ha guidato una lectio per il Consiglio Provinciale riunito a Diano Marina lo scorso 17-18-19 novembre.

    Pubblichiamo il testo della riflessione e la versione scaricabile in pdf.

    • Lettura del Vangelo secondo Marco 13, 1-27
       Mentre il Signore Gesù usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta». Mentre stava sul monte degli Ulivi, seduto di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: «Di’ a noi: quando accadranno queste cose e quale sarà il segno quando tutte queste cose staranno per compiersi?».

    Gesù si mise a dire loro: «Badate che nessuno v’inganni! Molti verranno nel mio nome, dicendo: “Sono io”, e trarranno molti in inganno. E quando sentirete di guerre e di rumori di guerre, non allarmatevi; deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti in diversi luoghi e vi saranno carestie: questo è l’inizio dei dolori.
    Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe e comparirete davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro. Ma prima è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le nazioni. E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi prima di quello che direte, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: perché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo. Il fratello farà morire il fratello, il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.
    Quando vedrete l’abominio della devastazione presente là dove non è lecito – chi legge, comprenda –, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano sui monti, chi si trova sulla terrazza non scenda e non entri a prendere qualcosa nella sua casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. In quei giorni guai alle donne incinte e a quelle che allattano!
    Pregate che ciò non accada d’inverno; perché quelli saranno giorni di tribolazione, quale non vi è mai stata dall’inizio della creazione, fatta da Dio, fino ad ora, e mai più vi sarà. E se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessuno si salverebbe. Ma, grazie agli eletti che egli si è scelto, ha abbreviato quei giorni.
    Allora, se qualcuno vi dirà: “Ecco, il Cristo è qui; ecco, è là”, voi non credeteci; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e prodigi per ingannare, se possibile, gli eletti. Voi, però, fate attenzione! Io vi ho predetto tutto.
    In quei giorni, dopo quella tribolazione, / “il sole si oscurerà, / la luna non darà più la sua luce, / le stelle cadranno dal cielo / e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte”.
    Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo».

     LECTIO E MEDITATIO

    Ascoltando la Parola di Dio, questa sera, ci verrebbe spontaneo di dire: «abbiamo già tanti problemi, Signore e tante paure… perché ti ci metti anche tu?».

    Se facciamo bene attenzione, però, e non ci lasciamo sviare dall’impressione suscitataci dalle immagini usate, il messaggio contenuto in questi testi è, in realtà, un messaggio di speranza, finalizzato a infondere coraggio; a incitare alla perseveranza e persino alla resistenza; a indicare l’atteggiamento giusto per affrontare la storia… a condizione, certo, di guardare in faccia la realtà, per spaventosa che sia e non fare come gli struzzi.

    In altre parole, secondo Gesù, la religione «non è» e non deve diventare l’«oppio dei popoli»: per questo ci obbliga ad aprire gli occhi e immergerci nella quotidianità, anche quando vorremmo chiuderli e girare al largo.

    Esattamente come volevano fare gli apostoli, i quali, chiedendo anticipazioni, speravano di poter evitare i pericoli incombenti: «Dì a noi: quando accadranno queste cose e quale sarà il segno che staranno per compiersi?».

    Per Gesù invece l’urgenza è un’altra: non quella di sapere il quando e il come accadranno queste cose (anche perché, in parte, stavano e stanno già accadendo), quanto piuttosto l’atteggiamento con cui affrontarle, da veri credenti. E questa è anche la prospettiva dell’evangelista Marco.

    Nel lungo brano che abbiamo ascoltato, si fondono, infatti, due livelli: quello della profezia, pronunciata da Gesù, e quello dell’evangelista, che la riporta illustrandola con allusioni a fatti appena accaduti o ancora in corso, così che gli ascoltatori li potevano ben identificare.

    Ciò significa che già Marco ne attualizzò il messaggio, secondo la logica dei vangeli che non è semplicemente quella di ripetere, ma di spiegare attualizzando, alla luce del presente, il messaggio perennemente valido di Gesù.

    E così, un lettore degli anni 80 e 90 del primo secolo avrebbe potuto riconoscere facilmente:

    1. nella premonizione della distruzione del Tempio, quanto era «già» avvenuto nel 70, per mano dei romani.
    2. Mentre nell’annuncio di «guerre e rumori di guerre» quanto stava succedendo in quegli stessi anni e sarebbe continuato fino al 135, nel corso della cosiddetta «guerra giudaica», che a ondate successive insanguinò la Palestina.
    3. Lo stesso possiamo dire dei terremoti che nell’anno 61 distrussero 12 città in Asia Minore e di quello che nel 63 distrusse Pompei;
    4. oppure della grande carestia che colpì l’intera area del Mediterraneo, ai tempi dell’imperatore Claudio e di cui parla anche il libro degli Atti degli apostoli.

    Scappare in ogni momento – di notte e di giorno – per fuggire ai monti in cerca di rifugio, era diventata quindi un’abitudine…

    – come anche, per i cristiani, l’essere trascinati davanti a tribunali, civili e religiosi, per rendere conto della propria fede.

    – Se poi non bastasse, i credenti avevano già sperimentato tradimenti e delazioni persino dei propri familiari e il sorgere di ambigui personaggi che pretendevano d’essere depositari di particolari rivelazioni… se non addirittura il Messia, tornato a compiere il giudizio finale.

    Ce n’era davvero abbastanza da ritenere che fosse arrivata la fine del mondo. Così però non fu, esattamente come aveva assicurato Gesù.

    E allora che dire: è «storia passata»? Tanto «passata» da potercene disinteressare o, al contrario, talmente lontana nel futuro, da non dovercene preoccupare?

    L’evangelista ci direbbe di no, incitandoci piuttosto a cogliere il valore permanentemente del messaggio di Gesù.

    Sappiamo bene, infatti – che sebbene non ci tocchino personalmente – tutte queste cose: guerre, terremoti, catastrofi, fame… stanno flagellando oggi l’umanità più ancora che ai tempi di Cristo.

    I poveri del vangelo, infatti – ai quali Gesù si rivolge e dei quali parla nei termini che ben conosciamo – erano, sì, persone che vivevano ai limiti della sopravvivenza, ma la loro condizione non era affatto paragonabile a quella delle centinaia di milioni di miseri, che oggi soffrono e muoiono a causa della fame. Così anche le situazioni d’ingiustizia e oppressione, nonché di violenza contro gli inermi, di cui parla il profeta – e per cui lanciò quella minaccia di giudizio cosmico che abbiamo ascoltato nella prima lettura – non erano minimamente paragonabili a quelle che si consumano ai nostri giorni.

    Davvero allora possiamo ritenere che queste pagine non ci riguardino?
    Che non parlino di noi, che possiamo rinchiuderle in una sfera mitologica oppure nell’abisso dei nostri fantasmi psicologici… in tutti i casi: ben lontane dalle nostre responsabilità verso gli altri? No!

    Almeno per due buone ragioni:
    – la prima, è perché formulando un giudizio che interpella il nostro senso di responsabilità, collettivo e personale, mettono in discussione ogni coscienza, soprattutto quelle cristiane. Tutti, infatti dobbiamo sentirci corresponsabili di quanto avviene ai nostri giorni; in particolare, del contributo, positivo o negativo, che anche soltanto a parole o con piccoli gesti, imprimiamo all’ambiente in cui viviamo.
    – La seconda è perché contengono una promessa ineffabile di salvezza. La risposta di Gesù alla domanda angosciosa che talvolta anche noi ci facciamo: «dove andremo a finire?» è cioè la più rassicurante possibile: «incontro al Figlio dell’Uomo!». Un’espressione apocalittica che significa: «nelle braccia di Dio!». E cosa potremmo sperare di meglio?

    Per questo il «Figlio di Dio» si è fatto «Figlio dell’Uomo», assumendo così radicalmente la nostra condizione umana, da non limitarsi a qualche nuova rivelazione, ma «incarnandosi» nella trama dei nostri rapporti, dei nostri sentimenti e bisogni… delle nostre grandezze e miserie. E’ questo il mistero del Natale, cui l’Avvento ci prepara.

    E se Dio si «incarna», per farsi vicino,
    - cerchiamo di non «disincarnarci» e «de-storicizzarci» noi, magari in nome di una mal compresa religiosità, concepita ancora come fuga dalla realtà e ripiegamento intimistico, spiritualistico ed egoistico su noi stessi.
    – o, al contrario, di farci assorbire tanto dalla storie «delle cose da fare», da fare come se Dio non ci fosse

    Con lo stesso risultato: non riconoscere il Dio che abita la storia.

    E’ l’antica duplice tentazione:

    – costruire uno splendido spazio sacro: per rinchiuderci Dio (2Sam7)
    – crocifiggerlo fuori dalla città (Eb 13,12)

    In entrambi i casi è il tentativo di sbarazzarsi di Dio, percepito come troppo fastidioso.
    E, in effetti, Dio può essere fastidioso, perché mette in discussione.
    Ma se ce n’è uno che fin dall’inizio non ha permesso alcuna forma di alienazione dalla storia è proprio Dio: Es 3; 2Sam 7…

    E come lui, Gesù in questo brano: l’importante non è il gossip, ma l’atteggiamento con cui stare dentro la storia.

    Conclusione
    E a voi non sembra che Dio l’abbiamo buttato fuori dalle Acli?
    O che l’abbiamo almeno relegato nella sfera del privato, che – per uno che vuole essere il Dio della storia, il pastore del popolo – è esattamente la stessa cosa?

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