La città che sale con le radici nei quartieri di periferia email stampa

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    Non si sono accese le luci del Pirellone per celebrare l’attesa assegnazione a Milano dell’Agenzia europea del farmaco, sfrattata da Londra per la scelta secessionista del referendum sulla Brexit che ha generato l’uscita traumatica della Gran Bretagna dall’Unione europea. Lo sfortunato e discutibile sorteggio che ha favorito Amsterdam, dimostra comunque la competitività e la credibilità di Milano, città senza confini con una vocazione europea e internazionale, aperta alle sfide della globalizzazione, sulla spinta dell’eredità dell’Expo e dell’imprenditorialità ambrosiana, per uscire dalla crisi ormai decennale con la ricerca, l’innovazione e la coesione sociale.

    La visone panoramica, dalla terrazza della Triennale, dei sorgenti nuovi palazzi che sfidano ormai in altezza la famosa guglia del Duomo con la Madonnina, che da secoli veglia dall’alto sulla città, non deve però far dimenticare la storia di una metropoli che si è sviluppata sulla laboriosità e sull’accoglienza degli italiani di altre Regioni, e attualmente degli stranieri, che hanno trovato ospitalità diffusa nei quartieri, nelle nascenti periferie urbane e nell’hinterland.

    L’oscillazione dei dati statistici sulla collocazione di Milano fra le città italiane in relazione all’ambiente e alla qualità della vita, con alti e bassi su rilevazione annuale, consente tuttavia di programmare gli interventi di rigenerazione e di sviluppo, con l’obiettivo del superamento degli squilibri territoriali e delle tensioni sociali per una convivenza fondata sui diritti di cittadinanza senza esclusioni etniche, religiose e culturali.

    L’Osservatorio diocesano della Caritas ambrosiana sulla “fatica del fare”, fra povertà e risorse, evidenzia il rischio della marginalità dei giovani disoccupati e degli immigrati richiedenti asilo, ma anche il progressivo peggioramento delle condizioni sociali degli anziani con scarso reddito e dei livelli di vita delle persone che si sono rivolte ai Centri d’ascolto e alle reti assistenziali per superare le difficoltà causate dalla solitudine e dalla indigenza.

    La questione del ”disagio sociale” nel tessuto della Diocesi ambrosiana, oltre i confini della città metropolitana, in un territorio caratterizzato da processi di riconversione economica e dalla precarietà lavorativa, va affrontata con interventi di solidarietà condivisa, per evitare una divaricazione crescente fra ricchi e poveri, vecchi e giovani, italiani e stranieri, con le inevitabili conseguenze di “fratture e divisioni” fra i cittadini e le generazioni.

    Papa Francesco, nella sua visita pastorale a Milano, ci ricordava che siamo milanesi e ambrosiani, parte del grande popolo di Dio, con mille volti, storie e provenienze, multiculturali e multietnici, chiamati a ospitare le differenze, a integrarle con rispetto e creatività, senza la paura di abbracciare i confini e le frontiere per dare accoglienza.

    Una identità da riscoprire, a partire dalle comunità di quartiere, per evitare che la società dei grattacieli e della rivoluzione digitale, oltre che le Istituzioni pubbliche, si dimentichino delle periferie, dentro e ai margini della città, con il rischio di guardare in alto, ma di avere i “piedi d’argilla”, come emerge dalla presentazione del Rapporto sulla povertà nella Diocesi di Milano.

    L’esperienza ormai decennale del Fondo Famiglia lavoro, in collaborazione con le Acli, dimostra infatti la necessità della condivisione con chi ha perso il lavoro, o viene scartato, per ridare autostima e speranza nel futuro offrendo occasioni di riscatto umano e sociale.

    L’Osservatorio permanente della qualità della vita a Milano, illustrato alla Camera di Commercio, ha valutato l’andamento degli indicatori della realtà contemporanea in città, dall’ambiente alla cultura, dall’economia al sociale, rilevando l’urgenza di imparare a vivere nella realtà urbana in rapida evoluzione, con la necessità di aprire spazi di socializzazione per superare le disparità di una ripresa selettiva a rischio di emarginazione ed esclusione.

    Si deve restituire dignità agli abitanti dei quartieri con strutture abitative ormai fatiscenti, per creare un nuovo profilo della città affidato non soltanto ai grandi progetti immobiliari, ma anche alla valorizzazione della creatività diffusa nelle “periferie esistenziali” e degli abitanti portatori di progetti condivisi.

    Il Seminario “Milano mondo”, all’Anteo e alla Statale, sull’immigrazione e sulle storie di integrazione da raccontare, con Sala e Martina, Majorino e Emma Bonino, Bonomi e Livia Turco, don Colmegna e Petracca, ha fatto emergere le sfide aperte ancora da affrontare con le pratiche di mediazione culturale e di inserimento sociale e lavorativo, necessarie per allargare l’accoglienza e il coinvolgimento delle donne, dei minori senza famiglia e dei richiedenti asilo.

    Altri Convegni “Verso la città sostenibile” e su “Milano città aperta”, che si sono svolti in diverse sedi cittadine, hanno affrontato invece gli aspetti relativi alla creazione della comunità metropolitana, alla smart city, alle strategie per lo sviluppo, alla mobilità intelligente, alle articolazioni del welfare.

    Il Forum del Terzo settore, alla Triennale, con Tommaso Vitale e Paolo Petracca, sulla Qualità urbana come motore di crescita sociale ed economica, ha inoltre evidenziato il rapporto fra sapere e potere nel conflitto democratico, al fine di favorire l‘emergere “dell’uguaglianza delle intelligenze” e permettere agli abitanti di sviluppare la capacità di agire e di lavorare collettivamente, per trovare delle soluzioni sulla questione delle periferie e dell’identità locale da valorizzare contro il degrado e la marginalità urbana.

    La centralità dei quartieri nella città verticale dei grattacieli e dell’area metropolitana investita dalla rivoluzione digitale, è determinante per offrire ad ogni cittadino occasioni di promozione umana e di protagonismo sociale.