Stretta di Salvini sul diritto d’asilo: per favorire la legalità rischia di accrescere l’illegalità email stampa

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    La circolare inviata recentemente a tutti i prefetti dal ministro dell’Interno Matteo Salvini riguarda essenzialmente la concessione di permessi per motivi umanitari.

    Per valutarla bisogna considerare anzitutto che negli ultimi anni le competenti commissioni hanno accolto all’incirca il 25% delle domande di protezione internazionale.

    Sono state troppo severe? In non pochi casi ricorsi presentati in tribunale contro le decisioni delle commissioni sono stati accolti. Perciò si può dire che talora forse le commissioni sono state davvero troppo severe. Però sappiamo che i flussi di richiedenti asilo che hanno raggiunto in questi anni l’Italia sono stati “misti”, ossia composti anche da parecchi migranti economici. Perciò non stupisce che moltissime domande siano staterespinte.

    A fronte di un tale scenario si pone il problema di come gestire la posizione dei tanti con domanda respinta. Non è un problema da poco. Ogni anno vengono esaminate all’incirca 100mila domande, accogliendone il 25% abbiamo che più di settantamila persone dovrebbero lasciare il territorio, che fare?

    L’Italia, come altri paesi, ha in questi anni seguito la linea di suddividere in due gruppi le persone con domanda respinta: da un lato, gli “irregolari” per c.d. senza speranza, ossia in linea di principio destinati all’espulsione; dall’altro, le persone che invece, pur non avendo diritto alla protezione internazionale, sono state comunque ritenute meritevoli di un permesso di soggiorno.

    Il meccanismo tecnico utilizzato in Italia a tal fine è stato quello del permesso per motivi umanitari. Sul piano quantitativo, di quel 75% di richiedenti con domanda respinta più di un terzo si è trovato con in mano un permesso appunto per motivi umanitari.

    Un permesso che consente di svolgere attività lavorativa, che è biennale ma rinnovabile, che apre la strada a una possibile stabilizzazione dell’immigrato nel nostro paese fino all’ottenimento di un permesso permanente.

    Le legge prevede il permesso umanitario ma non precisa quando lo si dovrebbe concedere. Nella legge si dice solo genericamente che esso andrebbe concesso quanto per motivi appunto “umanitari” appare inopportuno un rimpatrio della persona.

    In tale contesto si colloca la circolare “Salvini”. Si conferma la possibilità di concedere permessi umanitari – e del resto con circolare non si potrebbe certo cancellare una previsione di legge – però si invitano le autorità competenti a utilizzare criteri più restrittivi nella concessione e nel rinnovo di tali permessi. Non si danno indicazioni precise a riguardo, l’indicazione è proprio e solo quella di un approccio più restrittivo. Darne di meno, insomma, e rinnovarli meno spesso.

    Non è questa la sede per discutere in punto di diritto della legittimità di un tale approccio restrittivo. (Ed invero in punto di diritto non è nemmeno possibile impostare la questione in termini così semplificati, bisognerebbe entrare invece nel merito dei diversi, specifici criteri seguiti).

    Va invece messo in evidenza un dato. Meno permessi umanitari significa più immigrati irregolari. Se, poniamo, a seguito di maggiori restrizioni, in futuro solo il dieci per cento delle persone con domanda respinta ricevessero un permesso di soggiorno umanitario, avremmo ogni anno oltre sessantamila irregolari in più per domanda d’asilo respinta, mentre oggi ne abbiamo meno di quarantamila.

    Un vantaggio? In questi anni in Italia come in altri paesi si è scelto come sopra accennato di suddividere in due gruppi le persone con domanda d’asilo respinta, destinando alcuni almeno in linea di principio all’espulsione ma altri e non pochi all’integrazione, per due concomitanti ragioni.

    Anzitutto, l’impossibilità di rimpatriare davvero più di cinque-diecimila persone l’anno. Tale impossibilità – dovuta a molteplici fattori: l’atteggiamento spesso più o meno contrario dei paesi di provenienza, le difficoltà di identificazione, i costi, la difficoltà per l’opinione pubblica di accettare l’espulsione di persone che paiono non pericolose, come in generale le donne, ecc. – ha portato a dar valore a considerazioni di carattere umanitario e non solo che inducono a limitare il rimpatrio ai “peggiori”, a quanti non appaiono integrabili, dando invece agli altri una chance.

    Certo, sulla carta è anche possibile valorizzare una terza possibilità: niente rimpatrio, niente permesso, un semplice stare da irregolari sul territorio. E lo si è fatto in una qualche misura in Italia in questi anni come testimoniato dal fatto che ci troviamo ad avere oggi circa cinquecentomila irregolari.

    Ma non sembra una buona soluzione. Il soggiornante irregolare lavora in nero – e quindi alimenta un segmento dell’economia che si vorrebbe invece almeno ridimensionare – e per la difficoltà della sua esistenza è anche più esposto di altri alla tentazione della criminalità.

    Ecco che allora la circolare “Salvini” appare di dubbia opportunità. Essa infatti mira come si è detto a una riduzione dei permessi umanitari. Ma questo significa un aumento dei nuovi irregolari. E d’altra parte, pochi di loro verranno effettivamente rimpatriati per le difficoltà cui si è sopra accennato (che del resto incontrano anche paesi “severi” come la Francia, la Germania o l’Olanda). Quindi la circolare rischia di aumentare il numero degli irregolari soggiornanti, già troppo alto.

    E’ un paradosso: un circolare che vorrebbe dare all’Italia più legalità rischia di accrescere invece l’illegalità.

    Ennio Codini è Professore associato di Istituzioni di Diritto Pubblico Università Cattolica e Responsabile del Settore legislazione della Fondazione ISMU (Iniziative e studio della multietnicità)