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Nel documento delle Acli sul ruolo della coesione sociale nell’area metropolitana anche il referendum regionale email stampa

Il 22 ottobre i cittadini lombardi saranno chiamati ad esprimersi sull’autonomia con il referendum voluto dal governo regionale lombardo

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Il “referendum per l’autonomia” lascia completamente irrisolto il vero tema che riguarda quale ruolo e tipo di Regione si vuole

Già nel documento “Milano sfida se stessa” del 2015 le Acli Milanesi avevano parlato di “Milano Grande” e non di “Grande Milano”, osservando che “ragionare di “Milano Grande” significa assumere l’idea del governo metropolitano come di una comunità unitaria composta da diversità che hanno tutte il comune denominatore di appartenere ad un territorio e ad una cultura condivisi.»

La fragilità del progetto metropolitano

L’idea di “Milano Grande” ha dovuto subito confrontarsi con i limiti e le contraddizioni, più che con le potenzialità dell’istituzione Città metropolitana; un ente fragile, che manca della legittimazione popolare diretta dei suoi organi di governo preposto al governo di un territorio presidiato da enti forti come i Comuni e la Regione e con un sindaco che, essendo per legge quello di Milano, inevitabilmente porta con sé la contraddizione di essere espressione del popolo di Milano e, nel contempo, autoritativamente rappresentante delle comunità comunali esterne e minori, non solo per entità e consistenza demografica, ma anche per ruolo istituzionale e politico.

A nostro avviso, sino a quando questo limite non verrà superato, la Città metropolitana rimarrà relegata ai margini delle decisioni istituzionali del territorio.

 La coesione sociale nel cambiamento d’epoca

A fronte di questo panorama istituzionale, ragionare di coesione sociale “a livello metropolitano” induce a ritenere che il momento istituzionale, per quanto importante, sia necessariamente recessivo rispetto a quello sociale e che solo dalla società, ovvero principalmente da essa, debbono venire le risposte utili per il perseguimento della coesione.

Nel documento presentato lo scorso 27 luglio al tavolo delle parti sociali “La città metropolitana in assetto di marcia” si sostiene che “la via da percorrere è quella di privilegiare la ‘messa in movimento’ di processi reali ispirati da una rinnovata cultura autonomista, dimostrando capacità d’azione pur nelle difficili condizioni date”.

Per questa ragione proprio in quella occasione abbiamo proposto come ACLI di “fondare” il processo costitutivo dell’identità metropolitana attraverso la realizzazione di un «avvenimento glocale» che duri molti mesi e che coinvolga tutti i Comuni e metta in rete, secondo il Metodo Expo, tutte le forze della società civile e le istituzioni CON IL COORDINAMENTO E LA REGIA DELLA CITTÀ METROPOLITANA per declinare, al presente e al futuro, entrando nell’animo delle persone, l’identità ambrosiana fondata su due pilastri: l’innovazione e l’inclusione ovvero l’intraprendere e l’essere solidali.

La coesione sociale è tuttavia un concetto che oggi si presta a diverse accezioni e declinazioni infatti può essere intesa come asse portante delle “società aperte”, come noi proponiamo o come elemento determinante delle “piccole patrie”.

Se riflettiamo infatti sulla coerenza tra i principi costituzionali di eguaglianza e solidarietà e i contenuti dei programmi di governo, limitandoci al livello locale, notiamo che le differenze tra destra e sinistra non sono poi così marcate.

In materia di servizi sociali, ad esempio, i programmi si assomigliano. Dove sta allora la differenza? Sta nell’approccio nei confronti della società ormai strutturalmente multietnica.

La destra sta ridefinendo il suo perimetro culturale e la sua identità attorno al sovranismo, che esprime l’idea della totale indipendenza degli Stati nazionali, pur in un mondo del tutto interconnesso, e di una identità nazionale ottocentesca e della prima metà del ‘900, dove ad un territorio deve corrispondere una comunità di popolo omogenea per lingua, cultura, religione.

Quindi la destra pone il tema dell’identità come discriminante.

La sinistra parla invece di integrazione, ma non definisce rispetto a quale “modello”.

Nell’ottica del campo progressista l’identità non discrimina e, tuttavia, sembra – in molti casi – non cogliere il fatto che ci si integra rispetto a ben stabilite forme di convivenza. Come la si voglia considerare, l’integrazione presuppone che vi sia un sistema di regole e di valori comuni da condividere.

Questo “modello” deve, a nostro avviso, fondarsi sui valori e sui principi fondamentali della nostra Costituzione.

In questa prospettiva la Carta Costituzionale è tavola dei valori e programma da attuare sul fronte della tutela di diritti fondamentali e su quello dell’adempimento da parte delle persone, e dunque anche degli stranieri, degli inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale, funzionali al perseguimento e alla tutela dei valori costituzionali.

Nel dibattito di questi anni e mesi sulla cittadinanza dei figli dei migranti si è parlato di integrazione, ma si è spesso omesso di specificare rispetto a che cosa. Affermare che il riconoscimento dello ius soli risponde ad una esigenza di civiltà, significa discutere dei fondamenti su cui dovrebbe basarsi questa asserita civiltà. Integrazione non significa annullare le differenze. La condivisione dei diritti e dei doveri nell’ordinamento costituzionale non può allora che muovere dal principio di eguaglianza, che presuppone l’accettazione della diversità tra eguali e non la sua eliminazione. (Con queste motivazioni abbiamo deciso di sostenere – impegnandoci a fondo – prima la campagna “L’Italia sono anch’io” ed in questi mesi quella “Ero straniero”).

L’impronta solidarista e interventista della Carta ha portato allo sviluppo dello Stato sociale preposto ad assicurare il benessere dei cittadini, attraverso la ridistribuzione della ricchezza per mezzo di programmi e di interventi universalistici, i cui costi sono stati addossati alla fiscalità generale.

Tutto ciò nel presupposto di uno sviluppo costante della crescita economica e dell’andamento demografico e con riferimento ad una società coesa, dove la povertà era fenomeno diventato residuale.

Questi presupposti sono ampiamente stati messi in discussione nel corso degli ultimi decenni.

La nostra società è tagliata verticalmente tra garantiti e non, e tra questi vi sono principalmente i giovani e gli stranieri, orizzontalmente tra chi arriva a fine mese e chi no, e tra questi vi sono parti importanti di ceto medio.

L’impoverimento del ceto medio è l’elemento che destabilizza le società occidentali e che mette in luce l’esaurimento del patto tra capitalismo, come produttore di ricchezza, e socialdemocrazia, intesa come offerta di tutela sociale.

La risposta è stata il ritrarsi dell’offerta di welfare e l’affermazione di un modello statuale più asciutto, dove il ricorso all’iniziativa della società è stato concepito come sostitutiva e non integrativa di quella pubblica.

Di fronte a risorse limitate, la selezione delle medesime deve privilegiare il finanziamento degli strumenti di garanzia e di tutela dei diritti fondamentali.

 Coesione sociale e politica. La società intermedia

Un altro fattore di profondo cambiamento degli ultimi decenni è l’affermarsi nella politica della convinzione che debba essere instaurato un modello di rappresentanza diretta tra elettore e governo, senza intermediazione dei partiti, o meglio, con partiti che siano solo dei meri raccoglitori di consenso e non autonomi soggetti di elaborazione e proposta, compito assegnato solo all’élite dirigenziale.

E’ proprio dalle persone che viene la spinta per una rinnovata “sensibilità” sociale. Dalle forme spontanee di solidarietà informale tra persone “prossime”, dalla presenza crescente del Terzo settore nel mondo dei servizi alla persona, dalle vecchie e nuove forme di civismo, dalla vitalità delle nostre comunità ecclesiali, dalle nuove comunità virtuali della rete, si assiste ad un nuovo protagonismo della società “di mezzo”, che esprime non solo la necessità di soddisfare un bisogno, ma anche un’esigenza di manifestare forme nuove di libertà e forme nuove di rapporto con le istituzioni.
In questo contesto riteniamo dunque che vadano ricondivise le ragioni di un’alleanza tra società civile (ed in questa includiamo anche la chiesa) e istituzioni locali per una Milano Grande più inclusiva.

Riteniamo che le terre ambrosiane siano già in cammino in questa direzione e siano all’altezza di questa sfida. Il sindaco metropolitano Giuseppe Sala, ripete come un mantra due slogan “occorre un’ossessione positiva per rigenerare le periferie” e “per ogni azione volta a far giungere nuovi investimenti per aumentare la competitività di Milano deve accompagnarsi un’azione volta a promuovere la solidarietà”. Molte scelte di governo sono state poste in atto o programmate per riempire di contenuti questi due intenti, noi chiediamo che si schiacci il piede sull’acceleratore e che si adotti davvero uno sguardo metropolitano per una Milano Grande più inclusiva. Le Acli si rendono disponibili a fare la propria parte.

 Il cosiddetto referendum per l’autonomia della Regione Lombardia

In questo contesto, da milanesi-ambrosiani, ci si trova a discutere e a dover decidere di come porsi di fronte al referendum consultivo sull’autonomia voluto dal governo regionale lombardo, che si celebrerà il prossimo 22 ottobre. Da molti anni stiamo assistendo ad una tendenziale crescita del centralismo regionale (e nazionale). Se da un lato la Regione aumenta gli spazi di intervento diretto con riduzione di quelli delle autonomie locali, dall’altro rivendica verso lo Stato maggiori poteri, facendo precedere all’avvio del procedimento costituzionale un anomalo “referendum per l’autonomia”, con un quesito da “tema libero” posto a fine consigliatura, che lascia completamente irrisolto il vero tema che riguarda quale ruolo e tipo di Regione si vuole e per quale comunità lombarda, che non dice quali competenze aggiuntive si chiederanno al Governo, o meglio, quali competenze dovrà chiedere il Consiglio dell’ex Pirellone – unico organo a poterlo fare.
Se l’intenzione è quella di rafforzare l’idea di un’autonomia che esclude la diversità e che, dunque, tradisce la vera vocazione inclusiva della Lombardia (il cui stesso nome deriva da un popolo migrante), allora va detto che questa non è l’autonomia del progetto costituzionale, che persegue mediante l’autogoverno delle comunità, un obiettivo di solidarietà dentro e tra le comunità, e diciamo sin da subito che lo riteniamo sbagliato e dannoso per gli interessi stessi della Regione e dell’idea stessa di autogoverno della sua comunità.
Un gruppo di autorevoli sindaci dei comuni capoluogo della nostra regione offre una interpretazione diversa da quella proposta da Maroni per leggere l’appuntamento del 22 ottobre. Essi, di fronte ad una consultazione convocata, e quindi inevitabile ed ineludibile propongono un’idea diversa di Regione, più inclusiva e più innovativa anche nel non celato tentativo di depotenziare con il proprio Sì quello che molti hanno definito semplicemente come un surrettizio avvio della prossima campagna elettorale. Come associazione, di fronte alle scelte democratiche, abbiamo sempre tenuto un atteggiamento pedagogico ovvero abbiamo sempre cercato di aiutare – innanzitutto i nostri iscritti ma anche i cittadini più in generale – a conoscere per scegliere non sottraendoci dall’offrire alcune considerazioni e chiavi di lettura frutto della nostra riflessione. A ciascuno, poi, sta il compito di scegliere liberamente come porsi nei confronti di questo referendum consultivo, passaggio la cui utilità è obiettivamente difficile da individuare per il prosieguo del cammino.

Milano, 30 settembre 2017

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