11 settembre 1973_ Cile: l’ombra del Golpe

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Il colpo di Stato in Cile, di cui oggi ricorre il cinquantesimo anniversario, segnò a lungo l’immaginario politico di tutto il pianeta, ed in particolare quello del nostro Paese, perché andava a colpire un esperimento di realizzazione di elementi di socialismo all’interno di una società democratica occidentale nel momento in cui la dialettica dei blocchi ideologici contrapposti era ben viva e gli Stati Uniti consideravano l’America Latina il loro “cortile di casa”.
Alle elezioni presidenziali del 1970 il candidato socialista Salvador Allende, appoggiato anche dai comunisti, dai radicali e da altre forze di sinistra raccolte nel cartello di Unidad Popular, aveva superato di poco al primo turno (circa 40mila voti popolari e un punto di percentuale) il candidato del Partito Nazionalista (ossia della destra) Jorge Alessandri, mentre il candidato democristiano Radomiro Tomic, leader della sinistra interna, era giunto più distaccato.
La Costituzione cilena dell’epoca imponeva che, in caso nessun candidato ottenesse la maggioranza assoluta dei voti, fosse il Congresso, cioè le due Camere riunite, a eleggere il Presidente. Fino ad allora in casi del genere ci si era limitati a confermare il candidato giunto per primo, e Tomic disse chiaramente che i parlamentari democristiani avrebbero votato per la conferma di Allende.
La campagna elettorale era stata segnata da una forte tensione, e documenti emersi successivamente dimostrarono che sia la CIA sia il KGB erano intervenuti in esse, soprattutto finanziando le campagne dei principali candidati (Allende aveva personalmente sollecitato l’appoggio sovietico in un incontro riservato a Città del Messico).
La posta in gioco era, da un lato, la collocazione internazionale di un Paese strategico come il Cile con l’incubo, per il Governo statunitense guidato da Richard Nixon, della nascita di una “seconda Cuba” in Sudamerica; dall’altro, essendo il Cile uno dei Paesi con le maggiori industrie estrattive di rame del mondo, c’era il fondato timore che un Governo di sinistra procedesse a nazionalizzare l’estrazione del “cobre”, fino ad allora monopolio di alcune grandi multinazionali statunitensi.
L’ambasciata statunitense a Santiago, dietro le pressioni di Nixon e del suo consigliere Henry Kissinger, si attivò con alcuni settori della destra cilena per impedire la conferma di Allende, giungendo al punto di tentare il sequestro del Capo di Stato maggiore della Difesa generale René Schneider, che aveva proclamato la neutralità politica dell’Esercito a difesa della Costituzione, e che rimase ucciso nel corso dell’azione. La forte impressione che questo omicidio produsse nell’opinione pubblica fu tale che non solo Allende venne confermato in carica (dopo aver siglato un documento in cui si impegnava a non violare e a non lasciar violare la legalità costituzionale) ma riuscì anche a far passare all’unanimità da parte delle Camere (nelle quali Unidad Popular non aveva la maggioranza) l’emendamento costituzionale che nazionalizzava l’estrazione del rame, espropriando con indennizzo le multinazionali. In pari tempo avanzavano i programmi di scolarizzazione e di tutela dell’infanzia, mentre si dava impulso alla riforma sanitaria e a quella agraria per l’espropriazione dei latifondi, peraltro già iniziata dal predecessore di Allende, il democristiano Eduardo Frei.
Col passar del tempo tuttavia si assistette ad una radicalizzazione della dialettica politica, con l’emersione di settori della sinistra – e dello stesso Partito socialista- che contestavano il gradualismo ed il riformismo di Allende, reclamando una più radicale rottura con il capitalismo e l’imperialismo nordamericano (lo stesso Fidel Castro, che svolse una lunga e controversa visita ufficiale in Cile, se pubblicamente ebbe solo elogi per Allende in privato ne condannò la debolezza e la mancanza di consequenzialità rivoluzionaria).
Parallelamente, Frei riassumeva il controllo sulla DC marginalizzando il gruppo di sinistra di Tomic, ed inaspriva la dialettica con Unidad Popular accusando il governo di mettere in discussione la dialettica democratica, sovrapponendo gradatamente la posizione del partito democristiano a quella della destra nazionalista.
Alle elezioni politiche del marzo 1973, che dovevano rinnovare un terzo dei seggi Senato e la totalità di quelli della Camera, la Confederazione democratica formata da democristiani, nazionalisti e altre forze minori ottenne il 55% dei voti, dimostrando che Unidad Popular ed il Presidente erano minoritari nel Paese. Tuttavia, e fu una sorpresa, il centrodestra mancò la maggioranza dei due terzi in Senato, che avrebbe permesso di avviare il processo di revoca di Allende in termini costituzionali.
La situazione si deteriorò rapidamente, anche perché da parte di nessuno dei due blocchi vi fu un gesto distensivo o di mediazione: a fine giugno vi fu un primo tentativo di golpe poi rientrato, all’inizio di agosto la Corte Suprema dichiarò che il Governo era incapace di gestire la legge agraria, ed alla fine dello stesso mese la Camera adottò a maggioranza assoluta un ordine del giorno presentato da democristiani e nazionalisti in cui si accusava il Presidente ed il Governo di arrogarsi poteri extra costituzionali, di aver creato corpi paramilitari di difesa che rispondevano a logiche di partito e facevano appello ai Ministri che appartenevano alle Forze Armate affinché prendessero le opportune misure per tutelare l’ordine costituzionale.
Il golpe dell’11 settembre, guidato dal nuovo Capo di Stato maggiore della Difesa generale Augusto Pinochet (della cui lealtà Allende era sicuro), fu quindi largamente annunciato e per certi versi supportato da larghi settori dell’opinione pubblica come riflesso della spaccatura in atto nella coscienza popolare cilena.
In ogni caso, gli atti brutali da subito adottati dalla Giunta militare, la morte di Allende, i rastrellamenti, le persecuzioni sistematiche, gli omicidi mirati all’estero di fuoriusciti che davano fastidio alla Giunta, l’evidente complicità del Governo di Washington nell’azione dei militari suscitarono un’ondata di riprovazione nell’opinione pubblica mondiale, e toccarono in particolare il nostro Paese, sia per i legami che la DC italiana coltivava da molti anni con quella cilena sia per l’attenzione con cui i partiti di sinistra, in particolare il PCI, riservarono da subito all’esperimento allendista.
Proprio a partire dall’esperienza cilena il Segretario comunista Enrico Berlinguer trasse la convinzione che fosse impossibile un governo autonomo delle sinistre in un Paese come il nostro, attraversato da forti contrasti sociali e rivestente un ruolo strategico per l’Alleanza atlantica nel bacino mediterraneo e sul fronte orientale, a maggior ragione se esso si fosse retto su di una debole maggioranza numerica che al momento nemmeno aveva. Egli rilanciò così, adattandola ai tempi, l’antica teoria togliattiana sulla confluenza delle tre maggiori tradizioni popolari del Paese (cattolici, comunisti, socialisti) per dar vita a quello che chiamò un “compromesso storico” che per un periodo indefinito garantisse la partecipazione al governo di tutte le forze popolari senza che ciò pregiudicasse le alleanze internazionali e la tenuta democratica del Paese.
Quanto alla DC, pur divisa al suo interno dal giudizio sul governo di Unidad Popular, grazie alla sagace mediazione di Aldo Moro all’epoca Ministro degli Esteri, favorì una posizione di condanna del golpe e di non riconoscimento del nuovo Governo, congelando i rapporti diplomatici e nello stesso tempo attivando un’efficace opera di soccorso e di asilo agli oppositori del nuovo regime che si rivolsero alla nostra ambasciata a Santiago o che riuscirono fortunosamente a raggiungere il nostro Paese.
Anche il mondo cattolico italiano, in particolare quello attestato su posizioni più progressiste (ACLI comprese) fu profondamente impressionato dalla crisi cilena, anche in ragione dei legami che erano stati annodati con il sindacalismo cristiano latinoamericano e la crescente suggestione della Teologia della liberazione: va ricordato che lo spostamento a destra della DC cilena aveva portato alla nascita del movimento dei Cristiani per il socialismo, composto da forze soprattutto giovanili che credevano possibile coniugare la fedeltà al messaggio cristiano con quella alla prospettiva di una trasformazione della società in senso socialista. Non è un caso, del resto, che il primo convegno italiano dei Cristiani per il socialismo in Italia si tenne negli stessi giorni del golpe cileno, che spezzava una grande, forse irrealistica, speranza.
Sul numero del “Giornale dei lavoratori” apparso dopo il golpe venne pubblicata un’elegia per Allende di forte impatto emotivo scritta da David Maria Turoldo: più in generale, il golpe rafforzò le preoccupazioni per la tenuta democratica del sistema, e motivò una nuova generazione di militanti ad una difesa attiva dei valori costituzionali contro le minacce del terrorismo e dello stragismo.
A distanza di cinquant’anni, e dopo quasi vent’anni di spietata dittatura, il Cile è tornato alla democrazia, e una parziale giustizia per le vittime di Pinochet è stata ottenuta, anche se permangono forti tensioni di carattere sociale, che rischiano di riprodurre la divisione del Paese in due blocchi contrapposti, come dimostra la parabola dell’attuale Presidente Gabriel Boric, il politico più a sinistra ad essere giunto alla guida del Paese dopo Allende, che tuttavia non dispone della maggioranza nel Congresso, che ha visto bocciare la sua riforma costituzionale per cambiare definitivamente la Carta imposta da Pinochet nel 1980, e che deve ora fronteggiare il revanscismo di una nuova destra che per certi versi appare tesa a rivalutare alcuni aspetti della dittatura.
Rimane la memoria dolente di un tentativo generoso di cambiamento sociale e politico e la ferita mai rimarginata di anni di violenza e di repressione.