11 settembre vent’anni dopo

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Distruggendo le Twin Towers di New York il terrorismo colpiva il cuore della città universalmente riconosciuta come il simbolo del sogno americano.

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Foto di David Z da Pixabay

Lo si voglia o no, gli attentati a New York e Washington dell’11 settembre 2001 hanno sanguinosamente marcato l’inizio del XXI secolo e in qualche modo hanno dato il tono a ciò che è accaduto dopo a livello internazionale, almeno quanto la pandemia di SARS-COV-19 marcherà gli anni successivi.

Infatti, per quanto chiaramente localizzati nel tempo e nello spazio (a differenza della pandemia che è globale e non si sa quando finirà) gli attentati dell’11 settembre, avvenuti praticamente in diretta televisiva, hanno avuto un’immediata eco globale, poiché distruggendo le Twin Towers di New York il terrorismo colpiva il cuore della città universalmente riconosciuta come il simbolo del sogno americano, e quindi dell’Occidente, mentre colpendo il Pentagono si andava a toccare la più possente macchina bellica esistente al mondo.

In questo senso, dire che nella storia del mondo esistono un pre- e un post- 11 settembre non è una forzatura retorica ma un dato di fatto viste le conseguenze che quell’attentato senza precedenti innescò, a partire dalle operazioni militari in Afghanistan che nelle intenzioni originarie avrebbe dovuto essere una spedizione punitiva contro Osama bin Laden e la sua rete terroristica Al Qaeda, responsabili acclarati dell’attentato, e contro i Talebani che gli davano ricetto. Da lì però originarono molte altre cose, ed in particolare tornò ad affacciarsi la pericolosa dottrina dello “scontro di civiltà” fra l’Occidente ed il mondo islamico (considerato come un tutt’uno), che facilmente scivolava nello scontro di religione fra cristianesimo ed Islam tout court: a dare il tono, diciamo così, intellettuale della tendenza in atto fu , pochi giorni dopo l’attentato, Oriana Fallaci in un suo chilometrico intervento sul “Corriere della sera” che in sostanza non era che un lungo grido di odio e di disprezzo nei confronti della religione e della cultura dei musulmani (di tutti i musulmani in quanto tali). Coloro che, come Tiziano Terzani, cercavano di introdurre qualche elemento di pensiero critico nel mainstream bellico venivano derisi come imbelli o accusati di fare il gioco del nemico più o meno consapevolmente.

Si apriva quindi la china pericolosa che avrebbe portato dall’intervento in Afghanistan – oggettivamente giustificato e legittimato da risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU- a quello in Iraq, che invece era il prodotto di una deriva fondamentalista di tipo religioso, politico ed economico dell’entourage del Presidente George W.Bush , non aveva alcuna copertura internazionale e si basava su prove poi rivelatesi false della volontà del regime di Saddam Hussein di dotarsi di armi di distruzione di massa.

Ad un certo punto gli interventi bellici, che, in omaggio alla retorica dell’”esportazione della democrazia”, avevano prodotto nuovi regimi politici nei due Stati occupati, si sono tradotti in guerre di logoramento che, gradualmente, hanno indotto le opinioni pubbliche dei Paesi coinvolti, a partire dagli USA, a chiedersi che cosa esattamente i loro soldati stessero lì a fare, esposti come erano agli attentati di una guerriglia irriducibile. Il sommarsi di questa situazione con i nuovi scenari di crisi, a partire dalle infinite guerre civili in Libia e Siria e dall’emergere della nuova minaccia del Daesh, il cosiddetto Califfato Islamico, ha creato una reazione di rigetto che si è tradotta nella decisione di Trump, portata poi a termine da Biden, di ritirare definitivamente le truppe americane dal territorio afghano, anche al prevedibile prezzo di riportare al potere i Talebani.

A distanza di vent’anni il bilancio – se è ammissibile un bilancio- è indubbiamente in chiaroscuro: il sangue innocente versato l’11 settembre è stato seguito da molto altro sangue, di combattenti e di civili, che ha prodotto un risultato politico complesso, in cui la solidarietà che circondò gli Stati Uniti subito dopo gli attentati si è in qualche modo diluita a causa delle scelte politiche operate negli anni, dando vita ad una situazione irrisolta, come avevamo indicato in un articolo precedente, in cui la grande potenza dell’Occidente sembra oscillare fra opzioni diverse rispetto al suo posizionamento sui vari scacchieri internazionali, conscia del fatto di non poter perseguire una politica isolazionistica ma nello stesso tempo di non poter agire da gendarme universale (sapendo peraltro che ambedue queste immagini hanno un che di caricaturale).

Ma non sembra essere avanzata nemmeno la capacità di dialogo fra culture diverse che pure coloro che si opponevano alle soluzioni di tipo militare avevano evidenziato come evidente necessità per uscire dalla logica dello scontro di civiltà: peraltro, la sovrapposizione temporale quasi perfetta fra gli attentati dell’11 settembre e la repressione del movimento altermondialista avvenuta due mesi prima a Genova (dalla quale tale movimento non si sarebbe mai ripreso), aveva in qualche modo compromesso politicamente chi si opponeva al modello di sviluppo determinato dalla globalizzazione economica facendone -sia pure con una generalizzazione a dir poco disonesta- un fiancheggiatore dei terroristi.

Rimane aperta la necessità di una reciproca comprensione, che si collochi se non altro sul piano culturale prima che su quello religioso, ed in questo senso la Dichiarazione di Doha siglata tre anni fa da papa Francesco con il Grande Imam della Moschea di Al-Azhar rimane un punto di riferimento, un germe di speranza da cui possono nascere frutti di pacese si ha la forza, la perseveranza e la buona volontà di coltivarli.