16 marzo: dopo quarant’anni un anniversario che ancora invita a riflettere

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Gli anniversari, si sa, dicono più della volontà interpretativa dei superstiti e dei posteri che non delle ragioni dei protagonisti diretti. Ciò non toglie che , ad esempio, il ritorno annuale del 16 marzo non sia soltanto la memoria di quella primavera del 1978 – quarant’anni fa, ormai- quando le Brigate rosse rapirono il Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro ed uccisero gli uomini della sua scorta, ma costituisca, almeno per gli spiriti più consci e meditativi, l’occasione per una sorta di esame di coscienza nazionale fronte di una delle pochissime date che possono essere assunte come autentici momenti di svolta della storia (ed è un’astuzia della storia il fatto che il giorno precedente, il 15, corrisponda a quelle Idi di marzo in cui un altro statista, Giulio Cesare, trovò la morte aprendo, contro la volontà dei suoi uccisori, la strada del definitivo passaggio di Roma dalla Repubblica al Principato).

Moro è stato probabilmente il più compiuto intellettuale che abbia vissuto ai vertici della vita politica italiana nel corso di quella che si suole chiamare Prima Repubblica (assai più, ad esempio, di Giovanni Spadolini, la cui opera storiografica pare essere caduta in irreversibile oblio), poiché in lui, giurista e filosofo del diritto, era presente in modo quasi drammatico la difficoltà e lo sforzo quotidiano, quasi maieutico, di passare dall’intuizione  e dall’ampio disegno politico alla gestione quotidiana, sempre mediando, sempre cercando di allargare le basi del consenso nella consapevolezza della fragilità del nostro sistema democratico . Di ciò Moro, padre costituente, antico sodale della componente dossettiana all’interno della DC, uomo di visione disincantata dei problemi e delle soluzioni possibili, ed insieme portatore di quelli che taluno ha chiamato “pensieri lunghi”, idee strategiche che si proiettavano oltre il contingente, era ben consapevole, e tale consapevolezza non lo abbandonò nemmeno nel momento in cui la sua condizione di vita si trovò a cambiare in modo tanto drammatico.

Quale fosse lo spirito con cui Moro si predisponeva, già allora giovanissimo docente di Filosofia del Diritto, attento e consapevole discepolo di Giuseppe Capograssi, è possibile scoprirlo da un prezioso e quasi introvabile volumetto pubblicato sotto il titolo Al di là della politica ed altri scritti dalla casa editrice Studium nel 1982, che riporta gli editoriali e i corsivi che Moro scrisse per l’omonima rivista nel periodo 1942-1952, a cavallo quindi della guerra, della Resistenza, della Liberazione, della Costituente, della rottura dell’unità dei partiti antifascisti ed infine della grande contrapposizione fra democristiani e comunisti e del contrasto interno alla DC fra la linea di De Gasperi e quella di Dossetti, alla quale ultima Moro aderiva in posizione un po’defilata.

Tre sono gli spunti più notevoli che emergono da queste note scritte in tempi diversi su di una rivista periodica, e che hanno formato un’attenzione costante per il Moro politico nel corso degli anni successivi. Il primo lo ritroviamo in una nota intitolata “ Mano tesa, carità, verità” che risale al maggio 1945, in cui sostanzialmente consentiva con un osservatore di parte laica il quale osservava come nella nascente DC vi fossero due linee sostanzialmente divergenti, una clericale e conservatrice, l’altra, proprio in ragione di una nuova concezione della fede nel messaggio di Cristo, più aperta e disponibile alla collaborazione con gli uomini di buona volontà. Moro, si diceva, consentiva con tale interpretazione, e ritiene che per i credenti ciò implichi una riscoperta “ delle ragioni profonde ed essenziali del cristianesimo,al di là degli abiti mentali e delle istituzioni sociali che pretesero a volta a volta di essere da quelle ispirati e quasi se ne fecero un monopolio”. In questa prospettiva, ad utile monito per tutti i teo- qualcosa che in ogni tempo hanno voluto identificare il cristianesimo con le proprie idee politiche e sociali, Moro ricorda che “una politica della mano tesa non è rinunzia a se stessi, ma larghezza comprensiva di carità”.

Il secondo spunto è in una nota del settembre dello stesso anno, in cui, a fronte del crescere del movimento dell’ “Uomo qualunque” di Guglielmo Giannini, Moro da un lato riconosceva e comprendeva “le profonde ragioni di stanchezza, di esasperazione, di disperazione nelle quali questa corrente trova motivo di successo e sostanziale giustificazione”. Nello stesso tempo, egli ne vedeva chiaramente le insidie, poiché “questo che è oggi indicato come ideale di vita all’uomo qualunque è quello stesso che era richiesto ieri come comodo fondamento di una fedeltà incondizionata, tranquilla ed irresponsabile. Ma bisogna pur dire che questa quiete rinunciataria dello spirito è una radicale apostasia dal cristianesimo e quindi un rinnegamento della dignità umana”. E conclude inequivocabilmente: “L’ uomo qualunque, per non essere se stesso, è pronto a tutto, così ad accettare qualsiasi dittatura che nasce fatalmente dove al posto dell’ansiosa libertà dello spirito c’ è il vuoto”.

Infine, nel primo numero della rivista del 1948, Moro si metteva in limine rispetto all’anno cruciale delle prime elezioni democratiche dell’era repubblicana, rivendicando il ruolo  svolto dalla DC – e da lui personalmente- nella ricerca di un’attiva unità fra tutte le forze democratiche ed antifasciste rispetto alla rottura intervenuta nella primavera del 1947 , configurando nel testo costituzionale “un sistema di diritti e di doveri nel quale uomini di tutte le correnti si possono incontrare, tanto larga è la visione del mondo che lo ispira e comprensiva la considerazione delle esigenze umane che nella vita sociale debbono avere soddisfazione” e giunge a definire la nuova Carta come “patto di amicizia (…) patto di lealtà reciproca (…) intesa intorno alle supreme direttive della vita comune destinato a tradursi in atto nell’anno tempestoso che adesso comincia”.

Ecco dunque tre capisaldi dell’azione politica morotea : apertura a quanto di nuovo e di vero può esservi anche in dottrine diverse da quella cattolica, partendo beninteso da un forte radicamento nella propria identità, rifiuto di ogni forma di conservatorismo e moderatismo come contrario all’idealità stessa dell’impegno storico dei credenti, centralità della Costituzione insieme come documento regolatore dell’attività politica sociale e come ispiratrice di idealità cui tendere.

A tali forti ispirazioni ideali Moro aggiungeva un vigile senso dell’equo e del possibile, che gli permetteva di misurare i passi senza mai dimenticare la meta da raggiungere, apparendo talvolta sfuggente o fumoso all’interlocutore mentre era invece prudente, prudente nel senso della virtù cardinale, che insegna a disporre le condizioni ed i tempi per giungere al proprio obiettivo. In nessun modo , tuttavia, questo senso del possibile scadde mai nell’opportunismo e nel cinismo del “tanto poi tutto si aggiusta”.

Possiamo dunque dire che obiettivo di Moro dal 1960 in poi sia stato  quello di riconfermare da un lato il ruolo guida del suo partito nella vicenda storica del nostro Paese, rideclinandolo d’altro canto non più come una sorta di “diga”  nei confronti delle sinistre filosovietiche, ma piuttosto come attore e garante delle necessarie riforme di struttura di un Paese arretrato economicamente e culturalmente che stava subendo un’impetuosa fase di sviluppo economico portandosi dietro non poche delle sue tare strutturali.

E’ necessario ricordare come Moro sia stato forse l’ultimo dirigente democristiano di un certo rilievo ad avere rapporti strutturali con l’associazionismo cattolico, ad assumerne le dinamiche e a trattarne con familiarità i dirigenti: si trattava quindi di un rapporto organico, ben diverso dal clericalismo e dalle strumentalità di altri, che aiutò Moro a misurare le inquietudini di quegli anni di radicale cambiamento venuti dopo il Concilio Vaticano II che l’aveva avuto attento osservatore. Questo ruolo più appartato e meditativo di Moro in anni di crisi del sistema di potere democristiano fece sì che molti osservatori della politica e del costume non teneri verso la “Balena bianca” salvassero in qualche misura la sua figura dalla generale riprovazione verso gli esponenti politici più compromessi, come fece per tutti Pier Paolo Pasolini, e non è forse un caso che Moro, Presidente del Consiglio all’epoca dell’assassinio del poeta sia stato l’unico uomo di governo a rendere omaggio alle sue spoglie.

Che cosa rimane di Moro nella politica italiana? Non molto, e non solo perchè, come egli lucidamente antivedeva fin dagli anni Sessanta, quel sistema politico di cui egli stesso era parte è stato rapidamente cancellato per usura nonostante le pretese di eternità di coloro che lo abitavano, ma soprattutto perché le attitudini specifiche di Moro, che erano il suo punto di forza, non sono più praticate da molti in politica.  Come scrive lo storico Miguel Gotor nell’introduzione alla raccolta critica delle lettere di Moro dalla prigione delle BR, esse erano “un’idea laica della politica, pur essendo animato da un sentimento religioso e da una fede viva e complessa (…) il suo rifiuto di ogni alchimia elettoralistica in favore di una politica forte, robusta, curiosa,caratterizzata da un dialogo continuo tra partiti, movimenti, tendenze che realmente esistono nella società (…) la sua fastidiosa convinzione che il radicalismo ed il moderatismo siano due italiche attitudini molto meno antagonistiche di quanto si vorrebbe credere, che anzi si autoalimentano a vicenda, rendendo in Italia ogni sforzo riformatore un esercizio sempre difficile, a tratti pericoloso”.

Questo lascito è ancora in attesa di qualcuno che lo raccolga.