Il racconto: una forma letteraria da riscoprire

Il racconto: una forma letteraria da riscoprire email stampa

Non si tratta di arte minore ma di una narrazione che emoziona in un tempo più breve

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Foto di Hans Braxmeier da Pixabay

Il racconto breve è un genere letterario, per l’appunto di forma breve, che va letto dall’inizio alla fine tutto d’un fiato. In questa definizione abbiamo anche la differenza sostanziale che c’è tra un racconto e un romanzo, che può restare con noi anche per mesi. Non ci sarebbe da dire altro, ma siccome la cosa che piace di più fare all’essere umano è andare fino in fondo alle cose che si nascondono, allora andiamoci, per scoprire cosa effettivamente rappresentano e su cosa giocano i racconti. Ciò che è importante dire all’inizio è che i racconti in Italia non si vendono quanto i romanzi e addirittura c’è una pulsione negativa dei lettori – non presente in altri paesi – verso questo genere letterario. Paolo Repetti, colui a cui dobbiamo lo “stile libero” di Einaudi saggistica, in un’intervista fa presente che addirittura a volte non si metta la parola “racconti” né in copertina né altrove perché c’è una tendenza da parte dei librai a ordinare meno copie, secondo Repetti, il motivo sta nel fatto che in Italia i racconti vengono considerati un vezzo, a causa dell’assenza d’immersione tipica del romanzo. Ciò a cui si riferisce è effettivamente qualcosa che avviene quando si leggono racconti, ma andrei a specificare meglio cosa si intende per “immersione tipica del romanzo”, e del perché nei racconti brevi ciò non avviene. È molto semplice, i racconti portano sul foglio un’emozione, non un personaggio, cioè, rappresentano un ambiente. Questo determina per il lettore un’assenza d’immedesimazione nei personaggi, cosa a cui noi invece tendiamo quando leggiamo. Oltretutto il romanzo è indubbiamente una forma più comoda, dal punto di vista del lettore, perché se perdi un paragrafo non cambierà più di tanto, mentre se perdi un paragrafo in un racconto… potremmo dire che ti sei perso l’intero racconto. Purtroppo, questo è legato solo a un nostro pregiudizio, in quanto molti racconti sono assai più immersivi di romanzi che magari durano tanto, hanno un’ottima trama, ma alla fine non ti lasciano nessun’emozione nel cuore. Il racconto funziona esattamente all’opposto: dura poco, non ha trama, ma ti lascia un enorme senso di piacere nell’anima. Il fatto che la parola scelta per questo genere sia: “racconto” potrebbe metterci sulla buona strada per capire a cosa stiamo andando incontro. Altro non è che un “racconto”, come ne senti dappertutto, ma la differenza sta nel fatto che viene riportato dalle parole capaci di qualche grande scrittore che sa cosa fare e cosa non fare, sa che emozione vuole lasciarti a differenza di molti “racconti” che ci vengono proposti tutti i giorni al bar o a tavola, che non ci lasciano niente.

Per andare un’ultima volta a cercare una definizione: è come se un mago avesse fatto un trucco con le carte e tu, invece di cercarne il trucco – come avviene nei romanzi – ti concedessi, coscientemente, di credere per una volta nella magia e nell’emozione che ti suscita.

Un’altra considerazione tipica che cerca di togliere forza al genere dei racconti è considerarli come una piccola parte di un romanzo che però lo scrittore non ha voluto completare. Non è affatto così, quando si scrivono racconti si attiva un organo diverso da quello che si usa per i romanzi, e anche per leggerlo va attivato quell’organo specifico. Alcuni scrittori non sono in grado di scrivere racconti ma scrivono ottimi romanzi, e viceversa. Sono due arti differenti. Vi assicuro però che ci sono scrittori di racconti che valgono infinitamente di più di qualunque scrittore di romanzi, tra tutti Raymond Carver ieri ed Etgar Keret oggi.

Ma come mai ci sono scrittori che non sono in grado di scrivere racconti e altri scrittori che non sono in grado di scrivere romanzi?

Se la scrittura viene intesa come un apparato da allenare, si può dire che ci siano diverse discipline percorribili con lo stesso apparato. Un esempio che vi chiarirà le idee è il parallelismo con la corsa. Ci sono centometristi e maratoneti. Ciò che fanno è incredibile in egual misura, non è che siccome il maratoneta compie più strada del centometrista allora è più capace, assolutamente, a nessuno verrebbe mai da dire una sciocchezza del genere riguardo la corsa, ma ce la concediamo spesso nella letteratura. Questo perché nella letteratura il confine è più velato, non essendo visivo. Potremmo dire che i racconti sono la forma letteraria di Bolt, non di RunLover. La cosa che mi diverte è che per la corsa funziona esattamente all’opposto, tutti sappiamo chi è Bolt, e nessuno sa chi è RunLover.

I racconti sono la forma letteraria che si avvicina di più a come siamo abituati a vivere la vita: un passaggio per volta, con emozioni sparse qua e là dietro gli angoli.  È la forma più intima, più sincera e più spontanea. Noi, assimiliamo e scriviamo ogni giorno, anche se non lo facciamo su un foglio. La differenza è che chi le legge non può fare domande a chi le racconta, può restare solo estasiato: concedendosi, cosciente, alla forza magia.