20 settembre 1870, 150 anni fa

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Quell'evento determinò l’esclusione dei cattolici dalla vita pubblica che fu privata fin all'inizio del ‘900 con il divieto pontificio di essere sia elettori sia eletti dall'apporto di una cultura sociale e solidale nella quale si riconoscevano larghissime fasce popolari

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Alle 5 del mattino del 20 settembre 1870 l’artiglieria italiana apriva nelle mura difensive di Roma la breccia nei pressi di Porta Pia, da lì a poco l’esercito pontificio si sarebbe arreso e finiva il potere temporale della Chiesa durato 1000 anni
Ma la svolta che aveva permesso alle truppe del Regio esercito di invadere quel che rimaneva dello Stato pontificio era maturata il 4 settembre quando a Sedan le truppe prussiane avevano inflitto a Napoleone III la cocente sconfitta che ne causò l’abdicazione.
La Francia sino a quel momento era stata la protettrice del Papa e la garante del suo potere temporale.
Alleata nel contempo dell’Italia e del Papa la Francia del Secondo Impero aveva impedito al Regno d’Italia di procedere all’annessione di Roma, ora resa possibile dalla disfatta francese.
La breccia materiale nelle mura capitoline né aprì una morale con la Chiesa e con i cattolici italiani.
Quell’evento determinò l’esclusione dei cattolici dalla vita pubblica che fu privata fin all’inizio del ‘900 con il divieto pontificio di essere sia elettori sia eletti dall’apporto di una cultura sociale e solidale nella quale si riconoscevano larghissime fasce popolari.
Quando finalmente i divieti caddero, l’approccio fu all’inizio di stampo moderato. Nelle elezioni del 1913 il voto cattolico fu determinante per la vittoria del blocco liberale a sostegno di un programma improntato alla difesa degli interessi clericali.
Cinque anni dopo a ridosso della fine della Prima guerra mondiale che aveva cambiato radicalmente tutti gli assetti sociali e economici e ridisegnato la carta geografica politica dell’Europa, alle elezioni del 1919 il Partito Popolare di Don Sturzo con il 20% dei voti rappresentò l’ingresso autonomo dei cattolici nella politica nazionale non più subalterno alla classe dirigente liberale che aveva retto le sorti dell’Italia unita, anzi, l’aveva costruita.
Le tensioni sociali e economiche post belliche, le pulsioni nazionalistiche esaltate dal mito della “vittoria mutilata”, dalla retorica dannunziana fattasi governo con la vicenda della città di Fiume, aprirono la strada al fascismo come reazione al pericolo rosso e come riscatto dell’Italia proletaria privata dai suoi alleati al tavolo della pace del suo giusto posto al sole mediante adeguati compensi territoriali.
Nel frangente della marcia su Roma liberali, cattolici (anche per l’intransigenza antigiolittiana di Sturzo) e socialisti mancarono all’appuntamento del governo ed aprirono la via del potere a Mussolini.
Quest’ultimo, definito l’Uomo della Provvidenza, ricucì il rapporto dello Stato unitario con la Chiesa come istituzione con la stipula dei Patti Lateranensi nel 1929.
Si passò dall’impostazione liberale del “libera Chiesa in libero Stato” al regime concordatario.
Il concordato doveva garantire autonomia ai cattolici e ai loro organismi associativi, che furono ciononostante soggiogati al potere statuale che nessuna autonomia poteva ammettere al di fuori di sé stesso.
La ricucitura infine ci fu tra Stato e cattolici, e fu quando essi contribuirono alla caduta del fascismo e furono determinanti per la costruzione del nuovo Stato repubblicano, come lo sono anche adesso per tenere insieme una società sempre più slabbrata e sempre più sola.
Quella ricucitura si chiamò e si chiama tuttora democrazia.