70 anni fa le prime elezioni del Parlamento della Repubblica italiana

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La Dc ottenne il 48,5% dei voti, conquistando la maggioranza assoluta dei seggi a Montecitorio

Il 18 aprile 1948, quattro mesi dopo l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, si svolsero le prime elezioni parlamentari italiane: come è noto, esse si svolsero in un clima particolarmente acceso a causa del progressivo logoramento dei rapporti fra le forze che avevano animato la Resistenza antifascista e che apparivano irrevocabilmente divise fra chi, come la Democrazia cristiana ed i suoi alleati del centro laico, si collocava nel nuovo clima bipolare della Guerra fredda dalla parte degli Stati Uniti e dei loro alleati e chi invece era suggestionato dal mito dell’ Unione sovietica, come era il caso del Partito comunista e di quello socialista (che per questo aveva scontato la scissione della sua componente riformista e socialdemocratica).

Come è noto, il confronto elettorale segnò la vittoria della Democrazia cristiana con un sonante 48% dei consensi (era andato a votare il 92% degli aventi diritto) , mentre il Fronte popolare democratico, cui aderivano PCI e PSI ed altre forze minori si arrestò al 30%. Si trattò in sostanza di un passaggio decisivo nella storia del nostro Paese, che determinò per gli anni a venire – fino ad oggi si può dire- la salda collocazione dell’Italia nel campo delle alleanze atlantiche ed europee.

In un certo senso, il risultato servì anche agli sconfitti, poiché permise sia ai socialisti sia, progressivamente, ai comunisti, di poter evolvere dalle proprie posizioni originarie di totale sottomissione alla politica sovietica, che soprattutto nel PCI alimentava la sensazione della sostanziale doppiezza di una forza che aveva avuto un ruolo decisivo nella lotta resistenziale e nella costruzione della Carta costituzionale e che nello stesso tempo non riusciva ad emanciparsi dal paradigma totalitario inscritto nella sua adesione ad un sistema totalitario ed illiberale come quello vigente nei Paesi dell’Europa orientale.

Ma l’ampiezza del risultato e le sue implicazioni ebbero dei contraccolpi anche fra i vincitori, ed in particolare nella DC, come emerse nel serrato confronto fra le due maggiori personalità che allora il partito annoverava, ossia Alcide De Gasperi e Giuseppe Dossetti.

I due uomini politici erano concordi nell’escludere che questo voto, come invece credevano importanti settori della Gerarchia ecclesiastica, rappresentasse una sorta di lasciapassare per la configurazione dell’Italia repubblicana come di uno Stato confessionale, anche se ovviamente tentativi più o meno velati di ingerenza non mancarono.

Dossetti fin dal novembre 1946 in una conversazione riservata aveva detto con estrema lucidità: “Quando il Papa ha nell’occasione delle elezioni per la costituente affermata la decisività di una determinata manifestazione politica imponendo per fede un certo voto dovendo poi constatare la necessità di non fare più conto sui 45 milioni di cattolici ma solo su 8, si pone un dubbio cruciale : di questi quanti sono veramente consapevoli e disinteressati, preoccupati più del Vangelo che della loro proprietà?” E più avanti: la situazione nella Chiesa italiana è contrassegnata da “mancanza di spirito di unità e di volontà di coordinazione, esasperazione dell’individualismo delle iniziative, rifiuto permanente di ogni esame sistematico dei vari problemi in contradditorio con tutti gli interessati, preferenza costante dei sudditi e accettazione da parte dei pastori del metodo delle influenze; affievolirsi complessivo del senso di responsabilità e di giusta autonomia dei capi delle diverse comunità; conformismo gerarchico; funzionalismo ecclesiastico”.

Se quindi Dossetti affermava la necessità che la DC utilizzasse l’ampio mandato ricevuto dagli elettori per governare da sola non lo faceva per spirito integrista, ma per riaffermare la necessità che il programma di riforma sociale di cui la DC era portatrice non venisse in qualche modo annacquato dalle differenti impostazioni delle forze politiche “laiche” di centro, con le quali non erano pochi i dissensi soprattutto in materia di politiche economiche e sociali.

De Gasperi al contrario era favorevole a proseguire la collaborazione con liberali, repubblicani e socialdemocratici per un duplice motivo: da un lato aveva chiaro che una democrazia giovane e sostanzialmente fragile come quella italiana aveva bisogno di tutti gli appoggi possibili, e fino all’ultimo cercò di mantenere un legame con la parte maggioritaria del Partito socialista e di favorirne l’evoluzione per staccarla dal PCI. In pari tempo, egli vedeva come nel contesto di un rafforzamento della democrazia che evitasse la spirale che aveva portato alla dittatura fascista fosse indispensabile mantenere un legame con il “quarto partito” dell’economia e della finanza che si riconosceva principalmente nei partiti laici e che doveva essere uno dei perni dello sviluppo economico necessario per trarre il Paese dalla miseria postbellica.

A posteriori si può dire che, se indubbiamente De Gasperi aveva ragione nel ritenere che in quel particolare contesto il partito oggettivamente egemone – ed egemone per radicamento e consenso popolare reali- non poteva prescindere dall’alleanza con altre forze politiche anche per seppellire definitivamente il fantasma della “questione romana” e della controversia fra cattolici e laicisti, dal canto suo Dossetti non aveva torto nel ritenere che una più accentuata presenza del riformismo cattolico democratico avrebbe impresso un segno maggiormente progressista al processo di ricostruzione che scontò molte e gravi ingiustizie e contraddizioni in campo sociale , frutto di un recepimento solo parziale e tardivo dei principi costituzionali.

In ogni caso quella del 18 aprile fu una scelta di libertà , sia pure a prezzo di una lacerazione ricomposta tardivamente e solo di fronte ad una nuova, sanguinosa minaccia come quella del terrorismo.