8 marzo: Il lavoro come occasione di riscatto sociale

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Le donne sono state, insieme ad altre categorie già vulnerabili, tra le più colpite dalla crisi sanitaria, economica e sociale innescata dall’avvento del Coronavirus

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Foto di StockSnap da Pixabay

Le celebrazioni dell’8 marzo, festa internazionale della donna, si fa portavoce quest’anno della questione sociale femminile che la pandemia da Coronavirus ha drammaticamente fatto esplodere nuovamente. Tra le diverse rivendicazioni che trovano spazio in questa occasione, il tema del lavoro, della sua qualità e del suo riconoscimento economico, si impone come uno dei più urgenti – in piena continuità uno degli eventi che ispirò l’istituzionalizzazione della giornata internazionale delle donne, ovvero il tragico incendio che, l’8 marzo 1911, costò la vita a 134 operaie di un’industria tessile di New York, da giorni impegnate nella richiesta di migliori condizioni di lavoro.
Le donne sono state, insieme ad altre categorie già vulnerabili, tra le più colpite dalla crisi sanitaria, economica e sociale innescata dall’avvento del Coronavirus in Italia lo scorso anno. Secondo le ultime rilevazioni ISTAT, tra febbraio e dicembre 2020 il tasso di occupazione femminile è sceso, dal già basso 49,8% al 48,6%, con una perdita complessiva di 268mila posti di lavoro occupati da donne, a cui va sommato l’aumento dell’incidenza dell’inattività sulle performance occupazionali femminili. A completare il triste quadro dell’occupazione femminile intervengono poi ulteriori indicazioni qualitative, che tratteggiano un’occupazione per lo più precaria, con contratti atipici e diffuse soluzioni di part-time involontari, che garantisce alle donne un reddito complessivo in media del 25% inferiore a quello guadagnato dagli uomini.
Nel corso dello scorso anno, le donne sono state doppiamente svantaggiate nel lavoro. La consistente presenza femminile nei settori definiti “non essenziali”, e dunque più fortemente soggetti alle misure restrittive dei Dpcm che si sono susseguiti nei mesi, quali turismo, ristorazione, e in generale i servizi alla persona, ha esposto le donne, più degli uomini, al rischio di penalizzazioni retributive o addirittura del licenziamento. Al contempo, la chiusura dei servizi per l’infanzia ha gravato in maniera extra-ordinaria in termini di oneri di cura in capo alla componente femminile della famiglia, tradizionalmente deputata all’assistenza dei più piccoli e di persone fragili quali anziani e malati. Il venir meno dell’indipendenza economica per molte donne, unitamente alla convivenza forzata con partner violenti, ha inoltre aumentato i casi di abusi e di violenza domestica.
Eppure è proprio nel lavoro che può giocarsi una delle partite più importati della post-modernità: quella della parità di genere, nel rispetto della valorizzazione delle peculiarità ascritte a lavoratori e lavoratrici. Un risultato che richiede un profondo cambiamento culturale, da perseguire ogni giorno, nella consapevolezza che una maggiore valorizzazione del ruolo sociale, economico e politico delle donne andrà a vantaggio del benessere dell’intero sistema Paese.