A cent’anni dalla marcia su Roma

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Circa 20mila uomini, armati e appartenenti al Partito Nazionale Fascista (PNF), entrarono nella capitale del Regno d'Italia con l'intento di occuparla e costringere il re Vittorio Emanuele III ad affidare il governo a Mussolini

La presa del potere da parte del Partito Nazionale Fascista viene convenzionalmente fissata al 28 ottobre 1922, data di quella che venne chiamata Marcia su Roma, che nei vent’anni successivi diventò un’obbligatoria festa nazionale e anche l’inizio del cosiddetto “anno fascista”, che venne altrettanto obbligatoriamente citato in tutti i documenti ufficiali.
In realtà non ci fu alcun colpo di Stato, o perlomeno esso non ebbe le forme mitologiche di un’operazione militare largamente disorganizzata che l’esercito avrebbe potuto facilmente spazzare via (e l’avrebbe fatto, se il re Vittorio Emanuele III non si fosse rifiutato di firmare lo stato d’assedio decretato dal Governo Facta). Più che altro vi fu il culmine di una lenta dissoluzione dello Stato liberale che risaliva alla fine della Prima guerra mondiale, avvenuta quattro anni prima, e che era arrivata al punto di consentire ad un partito politico di detenere ufficialmente una sua milizia armata come elemento di pressione violenta sugli avversari politici e sui poteri pubblici, senza che questi ultimi intervenissero per sanare una situazione tanto anomala. Lo stesso Mussolini, nell’autunno di quel 1922, ebbe a dire all’allora suo braccio destro Cesare Rossi che la presa di potere del fascismo era inevitabile, perché uno Stato serio non avrebbe potuto tollerare che al suo interno un partito politico agisse come uno Stato parallelo, e quindi l’Italia liberale era ormai moribonda.
Di fatto, molte Province, soprattutto al Nord e al Centro, erano ormai sotto il controllo effettivo del PNF, che aveva costretto Sindaci socialisti o comunque non allineati a dimettersi dall’incarico che democraticamente ricoprivano, nella passività delle istituzioni di garanzia, passività che di fatto era complicità verso chi veniva visto come il restauratore di un ordine messo in discussione dai partiti di matrice popolare. Del resto, il fascismo sempre più rivendicava a se stesso, pur avendo una forza politica elettoralmente non apprezzabile (alle elezioni del 1921 i deputati fascisti eletti erano stati una trentina, grazie anche all’apparentamento con i cosiddetti Blocchi nazionali ideati da Giolitti proprio per “costituzionalizzare” il fascismo), l’esclusiva rappresentanza della Nazione intesa in termini misticheggianti, impostando il partito come la forma politica di un’organizzazione essenzialmente militare che apertamente teorizzava (e praticava) la violenza come metodo di risoluzione della dialettica politica.
La mobilitazione militare, che avvenne sotto gli occhi di tutti e che era stata minacciata da tempo ed apertamente indetta durante il Congresso del PNF svoltosi a Napoli la settimana precedente, fu complementare con la scelta di Mussolini di non muoversi da Milano, dove allora risiedeva, lasciando gli elementi del fascismo più “politici” e graditi ai poteri tradizionali a trattare con il vecchio ceto politico oramai arresosi all’idea che i fascisti dovessero più o meno organicamente entrare a far parte del nuovo Governo per restaurare quell’ordine che proprio il fascismo turbava. Nello stesso tempo, a Mussolini la mobilitazione militare (che comunque comportò l’assalto a diversi presidi territoriali dello Stato, come le Prefetture, le Questure, gli uffici postali…) serviva anche per segnalare che quella in corso non era una delle tante crisi ministeriali, ma una rottura radicale con il passato, un fatto rivoluzionario, e in questa prospettiva accettò anche la possibilità che (come di fatto in alcune località accadde) la reazione delle forze dell’ordine provocasse delle vittime fra le fila fasciste, che gli tornò utile nello stesso spirito in cui vent’anni dopo asserì che gli sarebbero stati utili alcune migliaia di morti da gettare sul tavolo della pace.
Fu un gioco spietato ed abilissimo, che poteva fallire da un momento all’altro (si dice che Mussolini avesse pronto un aereo per fuggire in Svizzera, nel caso che Re e Governo avessero optato per la repressione) e che invece riuscì, soprattutto perché l’uomo che tutti negli anni a venire avrebbero chiamato duce aveva le idee chiare, pur tenendo le carte coperte fino all’ultimo, e i suoi avversari no.
Molti di coloro che entrarono in quel primo Governo Mussolini divennero poi suoi avversari, a partire dagli esponenti del Partito popolare (don Sturzo era personalmente contrario alla collaborazione, ma venne sopravanzato dal gruppo parlamentare), ma era troppo tardi. Mussolini si era mosso lestamente per consolidare da subito le basi del suo potere, associando alla guida del Governo anche quella del Ministero degli Interni, e nominando Capo della Polizia il generale Emilio De Bono e Segretario generale del Ministero il Segretario politico del PNF Michele Bianchi, ambedue “quadrumviri” della Marcia su Roma . Attraverso il controllo sistematico dei Prefetti, dei Questori, delle forze dell’ordine, il fascismo si infiltrò nei gangli vitali dell’Amministrazione dello Stato, blandendo i disponibili e mettendo da parte i renitenti, facendo poi entrare progressivamente in essa figure politiche provenienti direttamente dai ranghi del Partito.
Il regime nacque così, e a farlo diventare una dittatura a tutti gli effetti fu , paradossalmente , il caso Matteotti, che avrebbe potuto portare al crollo di Mussolini se l’opposizione fosse stata meglio organizzata e il sovrano più all’altezza dei suoi compiti statutari, e che invece, passato il momento più difficile, convinse il duce della necessità di superare qualunque esitazione completando nel giro di due anni l’eliminazione di ogni forma di opposizione legale, l’abolizione dei sindacati non fascisti, la soppressione della libertà di stampa e la costituzionalizzazione del fascismo stesso come forza guida della Nazione con l’inserimento del Gran Consiglio fra gli organi statutari (cosa che, come è noto, si ritorse contro Mussolini il 25 luglio 1943).
A cent’anni di distanza, negli stessi giorni della Marcia su Roma, una forza politica di estrema destra assume la guida del Paese in un contesto politico- istituzionale completamente diverso, retto da una Costituzione elaborata da un ‘assemblea in cui gli eredi del fascismo, ovviamente, non sedevano.
La coincidenza è stata notata, e la domanda che molti si pongono è quanto vi sia di sovrapponibile fra la situazione di allora e quella di oggi. In realtà ben poco, perché il fascismo nacque in un contesto in cui la violenza era merce corrente nella dialettica politica, la magistratura e le forze dell’ordine si consideravano più al servizio del Governo che dello Stato (c’è differenza fra le due cose), e oggi come oggi nessuno accetterebbe più l’idea che un partito disponesse di una propria milizia armata.
Soprattutto l’Italia è all’interno di una serie di garanzie esterne ed interne, che derivano dalle sue istituzioni e dalle grandi alleanze di cui è parte, che la tutelano rispetto ad eventuali volontà eversive anche da parte delle stesse maggioranze parlamentari e dei Governi che ne sono espressione. Peraltro, né la magistratura né le forze dell’ordine sono più a supina disposizione del Governo, e vi è una Corte costituzionale a vegliare sulla legittimità dei provvedimenti legislativi.
Certamente c’è il rovescio della medaglia, che deriva dalla stanchezza democratica, dalla delusione di coloro che non vanno a votare perché pensano che la politica non cambi in nessun modo la loro vita, da una crisi economica e pandemica che ha lasciato dietro di sé ulteriori fratture al corpo sociale che al momento appaiono di difficile composizione.
Vedremo in che modo la destra ora al Governo – un Governo veramente di destra ma, occorre dirlo, insediatosi in maniera assolutamente ed impeccabilmente democratica- cercherà di dare una risposta a tutti questi interrogativi.