A dieci anni dalla morte del cardinale Carlo Maria Martini

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Nei giorni a cavallo fra l’agosto ed il settembre 2012, che segnarono l’agonia, la morte e i funerali del cardinale Carlo Maria Martini, Milano si fermò: non è un’esagerazione dirlo, perché chiunque abbia memoria degli eventi di dieci anni fa sa bene come l’intera città abbia partecipato al dramma che si consumava all’Aloisianum di Gallarate e, poi, all’apoteosi che si sarebbe celebrata in Duomo.
Il rimpianto dell’amabile paternità che si spegneva nella spoglia cameretta della residenza gesuitica era, insieme, memoria di ventidue lunghi anni di episcopato, ma anche immagine di quanto ognuno, anche il più lontano dall’esperienza di fede, portava con sé di quell’uomo straordinario, che aveva segnato un’epoca. In anni difficili, quelli del terrorismo, di Tangentopoli e, poi, delle nuove minacce dell’era della globalizzazione, era stato il punto di riferimento discreto ed ineludibile per la città che, più di ogni altra, era simbolo del cambiamento in atto.
A questa città inquieta e tormentata, Martini offrì in primo luogo il richiamo alla dimensione contemplativa della vita e alla centralità della Parola di Dio: non si trattava della volontà di mettersi controcorrente rispetto alle preoccupazioni che il mutar di pelle della società milanese richiedeva, ma l’adottare un punto di vista diverso, per una lettura sapienziale dei passaggi storici. Tant’è che quelle prime due lettere pastorali furono alla base di un percorso che avrebbe trovato il suo vertice nel richiamo alla carità, ben espresso dal famoso convegno che si tenne ad Assago nel novembre 1986.
Martini, in questo modo, ricordava ai credenti (e anche ai non credenti) che la riflessione dell’uomo su se stesso e sul suo rapporto con Dio precede ogni tipo di azione sociale e politica e che, solo riscoprendosi persone individualmente amate e salvate, è possibile poi percorrere i cammini della carità, annunziando la buona Notizia con la vita, prima che con le parole.
Egli riteneva che questa fosse l’unica lettura possibile per un cristiano consapevole del suo compito e per affrontare, come ebbe a dire , “lo scandalo di una società umana che, pur essendo intelligente, penetrante e tecnicamente quasi perfetta, non trova i mezzi per far trionfare ciò che sarebbe ragionevole e utile, ossia un’equa distribuzione dei beni con libertà, progresso, lavoro per tutti”.
Proprio per questo il Cardinale ebbe sempre una particolare attenzione alla realtà del lavoro e alla sua evoluzione: arrivato a Milano, mentre la stagione fordista stava implacabilmente tramontando, portando con sé una tradizione di rapporti sociali consolidata, Martini assistette al cambiamento anche fisico di una comunità in cui le fabbriche venivano dismesse e spianate, per essere sostituite da complessi residenziali e centri commerciali.
In particolare, Martini faceva discendere la possibilità dell’esistenza di un’etica del lavoro dall’osservazione delle relazioni di potere, un approccio connaturato con la fondamentale esigenza umana di dare ordine, razionalità e senso ai rapporti che intercorrono fra le persone nella società. Da ciò matura la necessità di un’etica generale del lavoro che “non abbia semplicemente un valore strumentale, non sia una faticosa necessità cui ci si deve sottomettere per vivere”, ma offra “la possibilità di realizzare valori specifici, di arricchire, quindi, di senso la vita umana”.
Fin da subito, il Cardinale volle manifestare la sua attenzione ai problemi del lavoro promuovendo, per la sera della vigilia del Primo maggio, una veglia di preghiera: non si trattava di una contrapposizione alla festa “laica” del giorno dopo, ma dello sviluppo logico dell’intuizione di Pio XII e del card. Montini (ispirati dalle ACLI) di inserire in una prospettiva cristiana le inquietudini e le istanze dei lavoratori, per indicare che esse non trovano il loro inizio e la loro fine nella dimensione materiale (pur necessaria), ma si aprono ad una concezione ulteriore, in cui si svela la pienezza dell’esperienza umana.
Nella Veglia del 30 aprile 1998, svoltasi in un luogo emblematico come il grande Mercato ortofrutticolo di Milano, Martini ricordava ai lavoratori che era loro, soprattutto loro, il compito di “costruire una società nella giustizia e nella solidarietà, dove ci sia lavoro per tutti”. Ai politici e agli amministratori rammentava che occorreva avere uno sguardo lungo, che si aprisse alle dinamiche della globalizzazione, rivolgendosi in particolare all’Unione europea, che stava per inaugurare la moneta unica: “a poco servirà questo passo in avanti se non produrrà politiche del lavoro e dell’impiego capaci di rispondere al gravissimo problema occupazionale che attraversa tutta l’Europa”. E aggiungeva : “La politica ha, quale suo obiettivo, di cercare le condizioni che consentano alle persone e alle comunità di raggiungere liberamente il loro pieno sviluppo. Ora non c’è dubbio che nell’ambito di tali condizioni, il lavoro occupa uno dei primi posti”.
Da queste parole emerge l’estremo realismo dello sguardo del Cardinale, insieme alla fiducia nella possibilità che i credenti, insieme a tutte le persone di buona volontà, possano incidere positivamente nella storia. Egli non negava le difficoltà che il cammino della globalizzazione avrebbe inevitabilmente recato al sistema di relazioni sociali, che si era configurato all’interno della dimensione dello Stato – Nazione, ma coglieva le potenzialità positive di un grande processo di osmosi tra Nazioni e continenti, di aumento di conoscenza e comunicazioni fra popoli, a lungo reciprocamente estranei ed indifferenti, chiamati ora a costruire un bene comune, possibile a livello globale. Nel contempo, egli aveva ben chiaro che occorreva, come ebbe a dire nel 1999 alle Scuole di formazione per l’impegno sociale e politico, “uno sforzo anche di creatività intellettuale affinché tali processi, in qualche modo inevitabili, non producano fenomeni lesivi della dignità delle persone, del loro diritto al lavoro, della possibilità di lavoro, delle condizioni di lavoro…”.
A quasi venticinque anni di distanza da quelle parole, possiamo ben misurare come l’incapacità di governare la globalizzazione in modo rispettoso della dignità della persona abbia aumentato l’entropia delle nostre società. Ciò ha portato ad enfatizzare, anzi, la grande paura delle classi sociali impoverite (o a rischio di impoverimento) di perdere un benessere acquisito. La qualità dei servizi pubblici, dei sistemi di welfare, è progressivamente scaduta, oltretutto indebolendo le democrazie del Nord del mondo, agli occhi di un’opinione pubblica che si sente tradita nelle promesse implicite nel contratto sociale, che non riguardano solo maggiori libertà, ma anche maggiore benessere.
A dieci anni di distanza, il lascito di Martini per le forze del lavoro – a partire dalle ACLI, per le quali ebbe sempre particolare attenzione- è e rimane quello di individuare il cammino di un riformismo possibile, in una realtà globalizzata ed insieme frammentata, che abbia sempre al centro la persona umana nella pienezza della sua dignità.