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A Trieste per ribadire che l’accoglienza è un dovere per il nostro Paese email stampa

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Il circolo Gallaratese è tornato a Trieste per partecipare all’evento di sensibilizzazione per la chiusura e lo sgombero del Silos, la struttura in cui vivevano da anni centinaia di migranti e che ora non avranno nemmeno più quel luogo fatiscente dove potersi riparare. Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza del presidente del Circolo, Sergio Pilu

Sono le nove di sera. In mezzo alla folla di un caldo sabato di estate triestina, non ci vuole molto a capire che il nostro gruppetto non è fatto di turisti o di indigeni che si riposano dopo una settimana di lavoro. E infatti: abbiamo passato due giorni a lavorare aiutando gli operatori del Centro diurno di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo (e di una manciata di dropout indigeni), vivendo in diretta lo sgombero del famigerato Silos all’interno del quale per anni i migranti hanno cercato riparo piantando le loro tende nel fango percorso dai topi, e chiudendo con la partecipazione al presidio per la dignità delle persone migranti che ha riempito la piazza della stazione, il luogo simbolo che segna il termine della Rotta Balcanica – e l’inizio, per tutti, di un nuovo viaggio. “Noi”, nello specifico, significa Circolo ACLI Gallaratese in supporto a ResQ People Saving People, che sosteniamo fin dalla sua nascita; ma “noi” significa al tempo stesso, con ruoli e forme di intervento diverse, una rete di decine di associazioni e centinaia di persone e migliaia di sostenitori e simpatizzanti sparsi in tutta Italia a partire da questo punto di frontiera del nostro paese.

Per me si tratta della terza esperienza, ognuna fatta di tre-quattro giorni. E’ difficile dire se la consiglierei a chiunque: anche se fatta da atti in apparenza minimi (preparare e distribuire un the caldo due volte al giorno a qualche centinaio di persone, insaccare i loro vestiti per pulirli usando la lavatrice del centro, dare un bicchierino di bagnoschiuma con tre grandi tovaglioli di carta assorbente per permettere una breve e fondamentale doccia, cercare un posto letto nella scarsissima offerta cittadina, trovare un paio di mutande o di calze da dare a un nuovo arrivato, dire per mille volte “mi spiace, non abbiamo nulla di quello che mi stai chiedendo”) probabilmente no; ma a molti, certo per motivi diversi, sì. Comunque sia: una volta seduti, condividiamo con gli amici con i quali abbiamo lavorato fianco a fianco le impressioni delle ultime ore e i pensieri di anni – per alcuni gli ultimi, per altri quelli di una vita – passati a occuparsi di accoglienza, integrazione, flussi migratori. Metto sul tavolo i miei, un paio di conclusioni che condivido, più come appunto personale che come enunciazione di verità.
La prima è che, in modo forse solo apparentemente paradossale, la gran parte delle attività che vanno sotto l’ombrello di soccorso, accoglienza e integrazione finiscono per rafforzare l’enorme e perverso meccanismo che ne genera il bisogno e le rende addirittura indispensabili. E’ come se ogni microscopica pezza che si mette – un paio di scarpe a chi è rimasto scalzo dopo un viaggio a piedi di seimila chilometri, un pasto caldo a chi non ha in tasca nemmeno cinquanta centesimi per una barretta, l’inoltro di un documento che forse (forse) permetterà a qualcuno di avere (temporanamente) un tetto sopra la testa – permettesse a qualcun altro di continuare a lavorare più o meno indisturbato per perpetuare e rafforzare un sistema che genera sofferenza, povertà, sfruttamento e morte spargendole a piene mani lungo percorsi che coprono mezzo mondo. Si può fare diversamente? Si può pensare di scardinare il sistema, di inceppare il meccanismo, di rovesciare il flusso del processo? Tutti, ovviamente, quanto meno speriamo di sì; ma come: sottraendoglisi rinunciando a fare anche quel poco che ci pare, troppo spesso, trasformarsi in un boomerang? Io non lo so, se lo sapessi farei altro nella vita. Ma la sensazione di essere complice, a volte involontario e a volte consapevole seppure renitente, non riesco a tirarmela via dalla testa e dalle mani. E so di non essere solo.
La seconda, che so essere largamente minoritaria, è che il solo modo di invertire la rotta seguita da quella che una volta si chiamava la pubblica opinione è cambiare completamente quello che nel mio mestiere si chiama il benefit, ciò che si riceve in cambio della propria azione – sia questa una donazione o un voto alle elezioni. Ho perso la speranza che sia possibile convincere in nome dei valori qualcuno che convinto non lo sia già, cercando di far leva sui concetti di azione buona e di azione giusta: se mai nella nostra società c’è stato un terreno comune sul quale potersi incontrare per motivi etici, quel terreno oggi non c’è più – o quanto meno io non riesco a vederlo. Parliamo di interesse, parliamo di soldi: non devi salvare un disgraziato dall’annegamento nel Mediterraneo o dall’assideramento in mezzo alle colline bosniache per pietà verso un essere umano, non devi dare un euro al governo turco per il mantenimento dei campi profughi o dei quartieri-ghetto, dove si ammassano centinaia di migliaia di uomini e donne e bambini, perché “è sbagliato”: quel che devi fare è ridurre al minimo quel lunghissimo processo fatto di guerre, fughe e dolori ,perché ti conviene, perché nel tuo paese mancano gli infermieri e gli operai, gli autisti e i panettieri e chiunque generi reddito legale in grado di generare contributi pensionistici dei quali godrai tu domani, perché l’euro che ti esce di tasca oggi ti ritornerà moltiplicato domani: e per l’eterogenesi dei fini, il tuo perseguire l’interesse personale produrrà salvezza, se non giustizia. Forse bisogna imparare ad accontentarsi, e al tempo stesso a circuire i nostri avversari.

Sono le nove di sera, tra poco la nostra giornata si chiuderà con un piatto di carne serba e un letto, offertoci gratuitamente: siamo tra i fortunati della terra e questa sembra essere l’unica cosa di cui siamo sicuri.