Acli Colf: abbiamo cura del lavoro che cura

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Essere a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori nel settore della cura significa per le Acli rafforzare e confermare la vocazione di Associazione cristiana a favore del lavoro anche delle categorie più deboli

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Alla vigilia del Primo Maggio, festa del lavoro, e alla fine di questo lungo periodo di “sospensione, vorremmo dare voce alle tante lavoratrici domestiche che in questo tempo di sospensione del nostro servizio ci hanno chiamato per esprimere paure, dubbi e incertezze a cui noi abbiamo dato una mano con uno spazio di ascolto.

Credo che mai come quest’anno dobbiamo festeggiare il Primo Maggio Festa del Lavoro e “lavorare” per ricostruire, seppure con modalità diverse rispetto al passato, il senso e le prassi condivise   per riportare al centro del nostro operare il lavoro.

Delle circa 200 lavoratrici domestiche che ci hanno contattato, il 30% hanno perso o si sono viste ridurre o sospendere il lavoro, unica fonte di reddito per molte donne occupate in questo settore. Il 62% di queste lavoratrici, provengono da paesi stranieri, il 38% sono italiane.

L’ascolto delle domande ha fatto affiorare un mondo di precarietà, di incertezza, di sofferenza profonda e di solitudine che sono in pochi ad accogliere: le Acli Colf, in questa gravissima situazione di pandemia, hanno offerto partecipazione, consigli, suggerimenti e, soprattutto, restituito a queste lavoratrici tutta la loro dignità e il riconoscimento del loro prezioso lavoro.

Riportiamo in breve che cosa è successo in questi due mesi in cui abbiamo ascoltato le lavoratrici che chiamavano per chiedere, ad esempio, come avrebbero potuto gestire le assenze dal lavoro a cui erano costrette dalla situazione venutasi a creare, a quali rischi andavano incontro scegliendo di non lavorare o rifiutandosi di farlo se richiesto.

All’inizio c’era molta incertezza su ciò che era (consentito) o più opportuno fare e cosa no, la scelta era tra proteggere se stessi e la propria famiglia dalla minaccia del virus o rinunciare al lavoro.

E’ emerso il dramma delle badanti che non potevano abbandonare i propri assistiti perchè uscire poteva comportare il rischio di “portare a casa il virus” e infettare l’anziano affidato alle loro cure: la famiglia non si fidava e le donne stesse avevano paura; mi ha colpito la reazione di una badante che assisteva un’anziana signora, ammalata di alzheimer, che non usciva da quasi due mesi. La badante era molto stanca e aveva bisogno di riposo ma, sempre per il pericolo del contagio, nessuno la poteva sostituire, era sola e non sapeva come uscire dalla situazione.

La chiusura delle scuole ha avuto una ripercussione pesante anche sulle lavoratrici domestiche e sulle bay-sitter che, al pari delle mamme “datrici di lavoro”, si sono dovute gestire i bambini a casa senza la possibilità di poter usufruire né dei congedi parentali né del bonus baby sitter previsto dal Decreto “Cura Italia”, per tutte le categorie di lavoratori, tranne che per i lavoratori domestici.

La sospensione dal lavoro e lo smart working   di molte donne che si avvalevano di una collaboratrice familiare per poter svolgere la loro attività fuori dall’ambito familiare, hanno ridotto le ore di lavoro o rinunciato a questo aiuto.

Le colf a ore, con più contratti di poche ore e non sempre “regolari”, sono la categoria che più di altre sta risentendo della crisi, peraltro senza grandi prospettive per il futuro. Quanto alla “regolarità” dei rapporti a ore, sarebbe da ripensare una forma di regolarizzazione “semplificata” che esenti le famiglie dal carico burocratico, ancora troppo oneroso nonostante il libretto famiglia.

Situazione analoga si verifica per le baby-sitter, molte delle quali hanno perso il lavoro e solo in pochi casi si sono viste aumentare le ore. Le badanti che si occupano di persone non autosufficienti e disabili, sono la categoria più “protetta” dal punto di vista del mantenimento del posto di lavoro perché la stabilità della presenza protegge da eventuali contagi.

Agli inizi della crisi, marzo e anche aprile, le lavoratrici che ci chiamavano erano fiduciose e in qualche modo, accordandosi con la famiglia, hanno potuto usufruire di ferie, permessi (in qualche caso anche retribuiti), anticipi sul TFR, garantendosi in questo modo una retribuzione seppure ridotta e il mantenimento del lavoro. C’era la speranza di una ripresa e soprattutto di poter godere di un “bonus” tanto annunciato ma non ancora arrivato. Sempre più persone, con la fine di maggio, perderanno il lavoro e si troveranno costrette a ricorrere alla NASPI, o al reddito di ultima istanza.

Una intera categoria di lavoratori che nella fase acuta della diffusione del virus, ha dovuto scegliere tra salvaguardia della salute e conservazione del posto lavoro, senza poter contare sulla protezioni previste per altre categorie di lavoratori.

Con riferimento al decreto “Cura Italia”, un gruppo di ricercatrici scrive un forte appello: “a dispetto del nome non include chi svolge lavoro di cura: per le lavoratrici domestiche non è prevista la cassa integrazione né il divieto di licenziamento. Colf, assistenti familiari (badanti) e babysitter con figli/e non possono godere del bonus baby-sitter, né sono previste per loro indennità specifiche”.

Il diffondersi della pandemia che ha sottoposto a dura prova l’intero comparto, ha messo in evidenza la precarietà e l’assenza di protezione che caratterizzano molti contratti del lavoro domestico e di cura, funzione sussidiaria fondamentale per le nostre famiglie. Un contratto regolare con regole definite dà dignità al lavoratore e maggiori garanzie alla famiglia, creando nuove opportunità di lavoro anche per le giovani generazioni di donne: su questo molto è stato fatto, anche dalle Acli, ma rimane ancora molto da fare.

Essere a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori nel settore della cura significa per le Acli rafforzare e confermare la vocazione di Associazione cristiana a favore del lavoro anche delle categorie più deboli.