Andrea Villa: “Delle Acli c’è bisogno oggi più di ieri”

Andrea Villa: “Delle Acli c’è bisogno oggi più di ieri” email stampa

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L’emergenza della PACE
L’orizzonte realistico della pace oggi non può che partire da una constatazione ben espressa da Papa Francesco: “La pace sembra soccombere davanti alla guerra. I conflitti aumentano e la stabilità è messa sempre più a rischio. Stiamo vivendo una terza guerra mondiale a pezzi che, più passa il tempo, più pare espandersi”.
E’ l’assedio della cronaca di questi giorni con i fronti di guerra che si moltiplicano.
C’è un nuovo sguardo che ci è richiesto. Dicendo con chiarezza che nazionalismi e particolarismi sono anticaglie del passato.
Se non si costruisce un “noi” adeguato non ci sarà pace.
Un grande saggio della Chiesa Ortodossa, Anastasio, ha scritto: “il contrario della pace non è la guerra ma l’egocentrismo, è lì che comincia la guerra”.
E’ necessaria prima di tutto una nuova intelligenza: «…intelligenza che, mettendosi in ascolto della realtà (per citare la Evangelii Gaudium, «la realtà è superiore all’idea»), sia capace di mettere da parte quell’ottusità che deriva dal porsi nel mondo esclusivamente dal proprio punto di vista: mai come oggi è evidente che nessuno si salva da solo, che siamo tutti legati, che c’è un bene dell’intera umanità da cui bisogna partire per risolvere le questioni locali, che ogni interesse particolare è legittimo solo in rapporto all’interesse generale. Una prospettiva peraltro necessaria per arrivare a immaginare e costruire quelle nuove istituzioni di cui abbiamo urgente bisogno per dirimere i conflitti, delineare tempi e modi della transizione, reindirizzare le ingenti risorse finanziare disponibili, gestire le emergenze» (Mauro Magatti).
I moderni Stati nazionali sono emersi nel corso degli ultimi secoli come entità territoriali fondate sul principio di sovranità. Hanno contribuito all’evoluzione delle nostre società in modo straordinario. Dove il bisogno di libertà ha sconfitto regimi autoritari lo sviluppo e la crescita in ogni suo aspetto sono stati intensi.
Ma ora le cose si pongono in modo del tutto nuovo. Nella situazione odierna, l’idea stessa di sovranità territoriale si scontra con le nuove condizioni create dai decenni della globalizzazione. Sempre più i singoli Stati hanno a che fare con fenomeni che travalicano i loro confini. Basti pensare al riscaldamento climatico, alle grandi migrazioni, all’approvvigionamento delle materie prime, all’innovazione tecnologica, alla necessità di un disarmo nucleare, a interventi di peacekeping internazionale sui fronti dei conflitti.
Per affrontare questi problemi è più che mai urgente assumere il punto di vista del mondo e non del singolo Paese; bisogna pensare alle future generazioni e non solo agli elettori di oggi.
E queste appaiono più che mai prospettive che i sistemi di potere nazionali istituzionalizzati non riescono ad assumere. Per superare l’impasse, abbiamo bisogno di rafforzare il ruolo di quelle sedi autorevoli che, in quanto non ancorate allo spazio politico territoriale (e ai relativi poteri), possono parlare nel nome di coloro che non hanno voce e di dire quel bene comune che va al di là dei confini dello Stato nazionale. A cominciare dalla ridefinizione dei compiti e delle funzioni dell’Onu.
Nel dicembre del 2019 in un videomessaggio congiunto, il Papa e il segretario generale dell’ONU, António Guterres, ribadivano che “la fiducia nel dialogo fra le persone e fra le nazioni, nel multilateralismo, nel ruolo delle organizzazioni internazionali, nella diplomazia come strumento per la comprensione e l’intesa, è indispensabile per costruire un mondo pacifico”.
Significativamente, la riforma delle Nazioni Unite trova spazio anche nell’Enciclica “Fratelli Tutti”. Papa Francesco dedica un paragrafo intero all’argomento, il 173. (Giovanni XXIII aveva dedicato il paragrafo 75 della Pacem in Terris all’ONU). Per il Papa tale riforma è necessaria “affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni”.

Il riesplodere di un conflitto antico
Proprio in questi giorni abbiamo assistito al riaprirsi drammatico e imprevisto del conflitto israelo-palestinese. L’attacco di Hamas del 7 Ottobre è stato l’eccidio più sanguinario e con il maggior numero di vittime ebree in un solo giorno dalla fine della Shoa.
L’ inaudita brutalità della violenza agita contro giovani famiglie e neonati sembra essere stata realizzata allo scopo evidente di traumatizzare e provocare di proposito una vendetta senza pari da parte di Israele che puntualmente si sta verificando con l’ennesima violenta operazione militare su Gaza, l’ottava dal 2006.
Hamas e il suo mandante iraniano con un tempismo perfetto hanno perseguito l’obiettivo di bloccare la normalizzazione dei rapporti con i sauditi, lanciare un avvertimento minaccioso a chi ha ricostruito i rapporti con Israele e dimostrare che si deve fare i conti con loro.
Ma non possiamo non inquadrare quanto successo nella storia degli ultimi anni dove Hamas e la destra nazional religiosa israeliana si sono reciprocamente rafforzati nella intransigenza e nell’odio, ignorando e annullando politicamente l’Autorità Nazionale Palestinese dei moderati di Al Fath della Cisgiordania. Un gioco di sponda non dichiarato e cinico da parte di Netanyahu e del suo governo di partiti religiosi ultraortodossi, al quale da corollario è proseguita l’espansione delle colonie e la permanenza dell’occupazione militare nei territori dell’autonomia palestinese, scelta che alla fine si è ritorta contro chi l’ha promossa. In questi ultimi anni Israele si è cullato nell’illusione che la sicurezza militare e tecnologica l’avrebbe difeso da ogni pericolo. È accaduto il contrario, un abbaglio che ha accecato le difese.

Più che la distruzione dell’organizzazione militare di Hamas che poi ogni volta si ricostituisce, forse bisognerebbe lavorare per l’isolamento politico dal consenso delle masse arabe e palestinesi perché negli anni pur restando una organizzazione terrorista ha assunto sempre più i lineamenti di movimento politico, di un esercito nazionale, il ruolo che nell’immaginario è stato a lungo ricoperto dall’OLP.
Rischiamo di veder esplicarsi un effetto domino, un nuovo conflitto regionale esteso con fenomeni di emulazione terrorista in Europa, riaprendo un nuovo fronte di crisi che distrae da altri e risulta quindi utile a molti.
La preservazione della vita liberando gli ostaggi e garantendo il sostengo e l’assistenza umanitaria a Gaza forse aiuterebbe più di qualsiasi azioni militare.
La politica israeliana degli accordi diplomatici con i paesi arabi non è sufficiente, ad essa deve essere affiancata subito una proposta politica per la definitiva autonomia della Palestina, perché le crisi e le guerre vanno concluse con la politica. È l’unica vera garanzia per la stessa Israele.
Tuttavia la storia di questo conflitto è una storia tragica dove, ogni volta che si apre un possibile processo di pacificazione, la violenza di chi la pace non la vuole interviene annullandolo e avvolgendo tutti in una spirale autodistruttiva di violenze e vendette sempre più profonda.

Nuovi e vecchi autoritarismi, il pericolo dei populismi.
Questa recrudescenza drammatica avviene in un contesto di crescente conflittualità innescato dalla guerra della Russia contro l’Ucraina. Solo negli Anni Trenta del Novecento il mondo ha affrontato una situazione drammatica come quella di oggi, lo ricordava anche il Presidente Mattarella nell’incontro con gli altri presidenti europei a Granada, il giorno prima del 7 ottobre, richiamando a proposito il contesto del 1938 quando i paesi europei non si accorsero di accadimenti in apparenza slegati, restando immobili di fronte alla prepotenza nazista finché si trovarono di fronte al baratro.
Dopo 20 mesi occorre prendere atto che il conflitto in Ucraina ha prodotto una progressiva alterazione delle alleanze internazionali, un’insofferenza per le ripercussioni economiche globali della guerra, ha attivato faglie di crisi tra altri attori internazionali aprendo loro la strada per cercare di imporre con la forza equilibri a loro favorevoli. Esempi ne sono la sequenza di colpi di stato nei Paesi dell’Africa subsahariana francofona, il riattivarsi di conflitti nel Caucaso, i timori del revanscismo serbo nei Balcani, il conflitto che incombe tra Cina e Taiwan, la Turchia autoritaria dalle ambizioni neo-ottomane sul Medio Oriente.
Ogni crisi ha caratteristiche sue specifiche. Ma appare evidente che molti e diversi regimi autoritari stanno cercando di massimizzare l’opportunità di aumentare il loro potere all’interno del disordine globale.
In questi anni, il combinato disposto della globalizzazione economica e della fine dei vecchi equilibri geopolitici internazionali ha provocato l’evidente debolezza degli istituti di governace internazionale, scomponendo e alterando anche consolidati rapporti diplomatici.
Un intero sistema di relazioni di rapporti tra Stati, di egemonie politiche ed economiche si è progressivamente dissolto in un quadro in cui non vi è stato nessun nuovo ordine che ha sostituito l’equilibrio della guerra fredda e la crisi del diritto internazionale pare si accompagni alla crisi dei diritti all’interno di molti Paesi.
Una crisi di legittimità delle istituzioni internazionali che arriva da lontano, dall’unilateralismo degli Stati Uniti sin dalla seconda guerra in Iraq. Alla impetuosa crescita economica e politica di Paesi come la Cina, l’India e il sud est asiatico con i loro modelli politici autoritari e dittatoriali, ha fatto da contro altare in Occidente, una crisi del sistema finanziario e dei debiti sovrani dalla quale a fatica stiamo uscendo.
Ed oggi sentiamo forte il vento dei populismi di cui ben più rilevanti e di lungo periodo potrebbero essere le conseguenze di politica interna e di azione culturale profonda.
Se nel “secolo breve” dopo il 1945 si impose il patto keynesiano (con la strutturazione di sistemi di welfare state), un compromesso tra stato e mercato, tra capitale e lavoro, oggi si profila un nuovo compromesso tra le libertà e il mercato, dove alcune delle garanzie del sistema di diritto, di distinzione ed equilibrio tra i poteri, della democrazia come l’abbiamo sin qui conosciuta, potrebbero arretrare sensibilmente verso nuove ed inedite forme di autoritarismo, che promette di meglio garantire lo sviluppo economico.

Una fase, quella politica attuale, che sembra consegnare per lungo tempo al populismo, con parole d’ordine allo stesso tempo identitarie e divisive, revansciste e moderne, la rappresentanza e la voce di ceti e gruppi sociali che la politica democratica non riesce più a raggiungere.
Se finisce l’universalismo giuridico e con esso un possibile ordine liberaldemocratico del diritto internazionale, il criterio generale per rivendicare e legittimare il potere rimane e ritorna drammaticamente quello di un diritto storico ancestrale, del suolo, del sangue, dei confini territoriali, dello ius bellum.
Stiamo vivendo di riflesso un contesto nel quale la politica torna ad essere aspra e drammatica, con nazioni che si ridefiniscono nella contrapposizione con il nemico e nello stato di emergenza dove si rinforzano ed emergono linee di frattura definite in modo brutale.

Per una nuova governance globale multipolare
A tutto ciò possiamo e dobbiamo rispondere. Ma allo sdegno verso l’inumanità della violenza perpetrata nelle guerre siamo chiamati a proporre e sostenere iniziative pragmatiche, che partano dalla condizione in cui ci troviamo. Altrimenti come società civile rischiamo di restare bloccati in un approccio etico astratto, su categorie prepolitiche: guerra e pace, giustizia e ingiustizia, categorie che sembrano viaggiare su un piano parallelo a quello della realtà degli accadimenti, in una incomprensione reciproca.
Occorre domandarsi come si costruiscono e quali sono le pre-condizioni, gli strumenti, le politiche diplomatiche, economiche e di deterrenza che rendono possibile la pace.
Sono almeno due i livelli sui quali potremmo operare. Sul piano internazionale, sostenere il rilancio delle relazioni e degli istituti giuridici del multilateralismo a partire dalle Nazioni Unite, per le quali è imprescindibile la riforma dei meccanismi del Consiglio di Sicurezza.
Prendendo atto degli attuali equilibri di forza e strategici promuovere un nuovo ordine post guerra fredda attraverso un processo che parta da un rilancio del confronto bilaterale tra Usa Cina e che si estenda ai Paesi del G20 e dei Brics (e quindi anche alla Russia). Una nuova configurazione di un ordine internazionale multipolare e fortemente legittimato che si dia l’obiettivo di prevenire, gestire e risolvere le numerose crisi e conflitti regionali evitando che questi sfocino in conflitti armati.
A livello nazionale, in prospettiva delle prossime elezioni del 2024, rilanciare con forza il progetto europeo contro i sovranismi che non sono imbattibili, come dimostrano le recenti elezioni polacche, in particolare sostenendo le politiche di allargamento a tutti i Paesi dell’area balcanica, alla Moldavia ed al termine del conflitto all’Ucraina, processo quest’ultimo che richiederà ovviamente un forte consenso internazionale.
Le politiche di allargamento, a trattati invariati, sono state negli anni ‘90 il principale strumento di stabilizzazione regionale, di politica di sicurezza e di trasformazione esterna il cui rilancio, oltre ad essere anche nell’interesse strategico dell’Italia, restituirebbe credibilità internazionale all’Unione, sapendo che il secondo pilastro di tali politiche sarà necessariamente rappresentato dalla realizzazione di un vero sistema di difesa e di una politica estera e di sicurezza comune.
C’è un lavoro per noi aclisti, per i nostri circoli, per le comunità territoriali.
Noi possiamo raccontare la pace in serate, incontri, sui nostri giornalini e pagine social. Iniziative che già facciamo e oggi sono via via sempre più importanti.
Per dirla con lo storico francese Jacques Semelin: “…se la nostra memoria collettiva non conserva che i fatti violenti, è evidente che le soluzioni che troveremo per l’oggi al problema della guerra non potranno che essere soluzioni militari. Al contrario, se recuperiamo dal passato le tracce di un’altra storia, di un’altra difesa, di una resistenza non militare che ha mostrato qua e là la sua efficacia nel corso dei secoli, allora il moderno discorso sulla difesa non potrà che essere radicalmente trasformato”.
Noi possiamo continuare a costruire ponti di amicizia e di aiuto alle vittime delle guerre.
Quello che hanno fatto i nostri giovani in queste due ultime estati, a Vezza d’Oglio prima ed a Cavareno quest’anno, rendendosi protagonisti di un’offerta di alcuni giorni di vacanza ai bambini e alle bambine ucraine è stata un’iniziativa molto importante come l’impegno ormai trentennale della nostra ong IPSIA ACLI.
Ciò che ha fatto il circolo del Gallaratese, insieme agli altri circoli milanesi, con l’allestimento di un convoglio umanitario per l’invio di un’ambulanza e quattro furgoni di materiali alla popolazione ucraina è altrettanto importante.
Costruire amicizia tra i popoli è costruire il futuro della pace.
La scrittrice MariaPia Veladiano ci offre un interessante sguardo femminile sul conflitto israelo-palestinese: “Mancano le donne in questo conflitto scoppiato nella terra di Gesù e dei Profeti. E in molti molti altri. Se ci fossero donne ai posti di responsabilità, loro saprebbero trovare un linguaggio, un’azione di leggerezza, un’attesa, le donne sono esperte, si sa, di attesa. Senza attesa non nasce niente, proprio niente. Questa è una guerra di uomini che alzano muri, scrivono articoli nei giornali del mondo, governano la propaganda, spediscono armi e carri armati e lanciano proclami. Si arricchiscono in commerci innominabili.
Le donne sanno che il dolore delle madri che perdono i figli si somiglia, sanno entrare nel dolore dell’altra, sanno quanto è difficile, meraviglioso ma difficile e lungo, far crescere un bambino, sanno che la morte di un figlio soldato è sempre una bestemmia alla vita. Odiano la guerra, le donne. Niente di buono viene dalla guerra, niente. È un’arte femminile sciogliere i nodi. Per adesso è così, forse un giorno gli uomini potranno imparare. Soprattutto se si lasceranno affiancare da donne che governano, decidono con loro, pensano pensieri nuovi e soluzioni che siano diverse dalla vendetta”.

Le politiche del primo governo di Centro Destra in Italia
Portando lo sguardo sullo scenario italiano, l’attualità ci ripropone un governo di centrodestra che continua nei sondaggi ad avere vasto consenso e popolarità.
Appare però debole e incerto nella realizzazione dei programmi e degli obiettivi manifestati in campagna elettorale.
Troppo impegnato a smantellare le politiche di contrasto alla povertà ed al disagio sociale, spesso colpevolizzando le persone che si trovano in situazione di forte difficoltà.
Si tagliano gli investimenti reali in capitoli fondamentali come l’istruzione e la sanità pubblica.
Nel 2024 la spesa sanitaria diminuisce di quasi due miliardi di euro, scendendo al 6,2% del PIL rispetto al 6,6% del 2023, un valore inferiore anche a quello pre-pandemico del 2019 che era del 6,4%. Si smantella in particolare la decisiva sanità di prossimità.
Bene il mantenimento del taglio del cuneo fiscale previsto nella bozza di Legge Finanziaria, ma occorre precisare che la copertura resta ancora una volta di natura temporanea e non strutturale.
Dobbiamo dire con chiarezza invece che è inaccettabile la richiesta di 2mila euro per i cittadini extracomunitari per l’accesso ai servizi del Servizio Sanitario Nazionale. Misura anticipata dal Ministero dell’Economia e Finanza.
Non percepiamo una programmazione di politica industriale di lungo periodo, mentre viene contrastata la più importante opportunità di innovazione e competitività, quella legata alla transizione verde.
Il governo piuttosto alimenta battaglie identitarie e di ricerca di capri espiatori quali ad esempio gli attacchi scomposti e vagamenti squadristi verso il direttore del Museo Egizio di Torino o la giudice del Tribunale di Catania che non ha convalidato il provvedimento di trattenimento nel CPR di Pozzallo per quattro migranti tunisini, o la crudeltà di immaginare una cauzione di 5.000 euro da far pagare ai migranti arrivati coi barconi per non essere rinchiusi nei CPR….

La necessità di governare con umanità il fenomeno migratorio
Il fenomeno migratorio richiede una programmazione che ora non si vede, la strutturazione di canali di arrivo in Italia legali ed un adeguato investimento nelle politiche di inclusione sociale.
Condividiamo il richiamo del cardinal Zuppi dello scorso settembre: “Siamo di fronte a un bivio: o scegliamo la cultura della fraternità o la cultura dell’indifferenza. In questo è davvero necessaria una concertazione tra le forze politiche e sociali indispensabile per creare un sistema di accoglienza che sia tale, non opportunistico, non solo di sicurezza perché la vera sfida è governare un fenomeno di dimensioni epocali e renderlo un’opportunità così come esso è”.

Alla ricerca di un progetto alternativo di società
Sul lato opposto, anche le forze di opposizione pare abbiano ancora molta strada da fare. Ancora troppo impegnate nel competere tra loro e nel differenziarsi nella speranza di aumentare il proprio consenso.
Donald Tusk, leader della coalizione europeista polacca, che potrebbe ricevere a giorni l’incarico per formare un nuovo governo, ha affermato che lui, politico e sportivo di lungo corso, non è mai stato così felice di essere arrivato secondo. Possiamo imparare qualcosa dall’esito delle elezioni polacche in termini di costruzione di una coalizione capace di offrire alla popolazione una reale alternativa di governo? Una proposta per il futuro del Paese capace di riportare la gente al voto?
Nella prossima primavera si celebreranno le elezioni europee. Le forze politiche sono chiamate a scegliere se sfruttare l’opportunità per proporre il rilancio del processo di integrazione europea, su temi che necessitano di un approccio sovranazionale come quelli dell’ambiente, della transizione energetica, delle politiche migratorie, della pace, della politica estera e della difesa comune oppure ridurle solo ad una competizione elettorale in vista di una “conta” in chiave di politica nazionale.
Come ACLI ci sentiamo impegnati ad elaborare proposte e contenuti seguendo la “Via Maestra” quella della attuazione dei diritti enunciati nella nostra Carta Costituzionale, scelta che abbiamo fatto nostra anche attraverso la partecipazione alla manifestazione di Roma dello scorso 7 ottobre, in collaborazione con tutte le altre forze democratiche. E’ una chiamata per tutti i cattolici democratici e sociali impegnati in politica. Un invito ad impegnarsi e contrastare la disaffezione alla politica che dilaga proponendo una visione della politica che ha come fine la costruzione del bene comune.

Tra lavoro, lavoro povero e nuove povertà
Il lavoro oggi è la chiave della questione sociale. Una questione che il nostro arcivescovo Mons. Delpini, nella sua Lettera Pastorale, ci chiede di affrontare in termini di ascolto e lettura della realtà, in termini di discernimento: “L’evoluzione dei processi lavorativi è così rapida, complessa e confusa che si corre il rischio di rassegnarsi a essere spettatori impotenti o vittime inermi di un sistema incomprensibile. Occorre invece la pazienza di operare un discernimento, per individuare i rischi e le opportunità che il contesto odierno pone, per la realizzazione di un lavoro pienamente umano” (Viviamo di una vita ricevuta).
Sono molte le trasformazioni che investono oggi il mondo del lavoro a partire da quella digitale e da quella ecologica, con il portato di incertezza circa le professionalità che saranno richieste, i percorsi formativi necessari, la crisi di alcune skill professionali. In questo contesto si apre però anche la possibilità di immaginare una riduzione del tempo di lavoro. Negli Stati Uniti assistiamo in questi mesi ad una imponente mobilitazione dei lavoratori del comparto automotive, le cui principali richieste sono la settimana lavorativa di 4 giorni ed aumenti salariali. Un eventuale successo della mobilitazione sindacale americana potrebbe aprire uno spazio di negoziazione sul tema della riduzione oraria anche nel vecchio continente.
Ma sembra crescere tra i lavoratori anche una differente modalità di pensare il lavoro, non più e non solo come uno strumento che consenta loro di accedere ad una vita dignitosa. Oggi mentre le imprese chiedono maggiore coinvolgimento personale ed adesione ai valori d’impresa ai lavoratori ed alle lavoratrici, anche questi ultimi chiedono che il tempo dedicato al lavoro sia più ricco di significato, più coerente nella costruzione del bene comune e maggiormente gratificante attraverso la possibilità di percorsi di crescita professionale e di conciliazione con gli altri aspetti della vita. In questo senso possiamo leggere il fenomeno delle grandi dimissioni che ha attraversato le grandi economie occidentali.
Un mercato del lavoro che vede aumentare la distanza tra chi è incluso e chi ne resta escluso, dove aumentano le diseguaglianze retributive e di accesso alle tutele sociali. Se nel nuovo mercato del lavoro c’è chi chiede più occasioni di crescita professionale e processi che permettano una migliore conciliazione con la vita privata, nello stesso mercato c’è chi con minore professionalità si trova in maggiore difficoltà. Pensiamo a chi il lavoro fa fatica a trovarlo e mantenerlo e a chi, seppur lavorando, è a rischio povertà, perché il lavoro è discontinuo, precario, sottopagato.
Le diseguaglianze in Italia continuano a crescere. Oggi l’Istat stima che ci siano poco meno di sei milioni di indigenti veri, il 10% della popolazione. Disoccupazione, lavoro nero, povero e precario imprigionano molti nella spirale dell’impoverimento.
Nella sua relazione alla sessione autunnale del Consiglio Episcopale il card. Zuppi usava queste parole: “Il lavoro ha conosciuto, negli ultimi mesi, una ripresa in termini di occupazione, ma conosce ancora molta sofferenza circa la sua qualità. Lo segnala il fenomeno degli working poor: non è garantito, come in passato, a chi lavora di sentirsi al sicuro fuori dalla soglia di povertà. Incidono la precarietà dei contratti, l’incapacità di adeguamento degli stipendi al costo della vita, lo sfruttamento e la diffusione del lavoro nero in alcuni contesti. Sono tutti fattori che destano preoccupazione. Anche il fenomeno delle dimissioni dal lavoro, soprattutto nei giovani, fa riflettere”.
Noi crediamo sia necessario arrivare alla definizione normativa di un livello minimo di salario dignitoso, magari con qualche differenza tra i principali settori e con aggiornamento all’effettivo costo della vita. In Italia infatti, quasi il 95% delle imprese ha meno di 10 dipendenti ed occupa il 43% della forza lavoro. Solo il 23% della forza lavoro è impiegata in imprese con almeno 250 dipendenti dove è maggiormente strutturata la presenza sindacale. Abbiamo bisogno che sia chiaro a milioni di lavoratori e microimprenditori che moltissimi degli oltre 900 contratti nazionali di categoria depositati in Italia non consentono una vita dignitosa. Livelli di retribuzione minima e di tutele permetterebbero di fare chiarezza tra ciò che è considerabile lavoro e ciò che dobbiamo chiamare sfruttamento. Aiuterebbero anche le imprese che già oggi utilizzano i contratti firmati dalle maggiori associazioni datoriali e sindacali a combattere il dumping sociale contrattuale e ad essere più forti sul mercato.
Come ACLI milanesi, siamo impegnati nel tenere alta l’attenzione sul tema del lavoro giusto, sia attraverso il nostro sistema di servizi di Patronato per l’accesso ai diritti sociali, di Enaip attraverso la formazione professionale, le Fondazioni ITS e l’accesso al programma Garanzia Occupabilità Lavoro, sia di accompagnamento e sensibilizzazione dei giovani che si affacciano al mercato del lavoro attraverso incontri sul territorio e la collaborazione con l’Ufficio Diocesano per la Pastorale Sociale e del Lavoro nella proposta di itinerari di approfondimento per i giovani delle comunità parrocchiali.
Il nostro Arcivescovo così configura il nostro impegno: “l’intera società intenda, organizzi, pratichi il lavoro in modo che sia a servizio della dignità delle persone e della logica della vita come dono e come vocazione a servire”.

Per una Chiesa capace di interrogarsi e vivere la sinodalità
Proprio mentre come ACLI milanesi viviamo questo nostro Consiglio Provinciale, a Roma è riunita la XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi. L’Assemblea si è aperta il 4 ottobre, proseguirà fino al 29 ottobre e poi si riconvocherà per una seconda sessione a ottobre 2024.
Si tratta di un evento eccezionale cui guardiamo con grande interesse: sono coinvolti 353 membri con diritto di voto, non solo vescovi e cardinali, e per la prima volta tra questi ci saranno 54 donne.
Il Sinodo è “un richiamo a una prassi che deriva dall’antichità e dai grandi concili” come ha scritto Paolo VI nel 1965. E’ attuazione di un’idea di Chiesa che viene da lontano, ma è insieme certo una risposta ai segni dei tempi che vive di ascolto e corresponsabilità.
Un’occasione di grazia, il riproporsi di un tempo per certi versi simile a quello vissuto con la primavera del Vaticano II, in cui è riecheggiata in maniera insistente la domanda: “Chiesa, cosa dici di te stessa?”: quale natura e quale chiamata per una Chiesa che voglia essere tutta sinodale, declinando insieme comunione, partecipazione e missione? C’è un dialogo e uno scambio di doni da realizzare nell’originalità di cammini parrocchiali, associativi, di movimenti e di vita religiosa perché tale scambio configura la comunione delle Chiese in originali carismi suscitati dall’unico Spirito.
Molti e molte di noi hanno contribuito nella fase preparatoria in tutte le Assemblee che l’hanno costruito, ma il lavoro successivo sarà altrettanto decisivo. Per noi, associazione laicale di uomini e donne battezzate, sarà vivere insieme una grande occasione di discernimento dello Spirito che parla attraverso la mente e il cuore dei credenti, ma anche attraverso intuizioni e profezie di uomini e donne di buona volontà che operano per la giustizia e la pace. Per dar vita ad una Chiesa seminatrice di speranza.

Il cammino al nostro interno
Il prossimo mese il Consiglio Nazionale approverà i regolamenti e convocherà la stagione congressuale a tutti i livelli, dal circolo al provinciale, regionale e nazionale che dovrebbe celebrarsi entro dicembre 2024.
Tutti saremo chiamati a vivere una fase di analisi e di scelta delle priorità su cui lavorare, su cui investire pensiero, tempo e risorse. Il Presidente nazionale nella relazione conclusiva dell’Incontro Nazionale di Studi ci incoraggia ad essere consapevoli che “c’è ancora più bisogno di ACLI in questo periodo storico” e riprende: “alle volte stento a rendermene conto, ma abbiamo attraversato mode e costumi. Abbiamo imparato mestieri e ne abbiamo inventati altri. Abbiamo provato a servire la società e a denunciare. Abbiamo fallito, ma raramente siamo stati fermi. Abbiamo fatto percorsi nella fede e ascoltato testimoni. Mai come adesso dobbiamo tenere ferma la nostra responsabilità di movimento educativo, mai come adesso dobbiamo stare vigili per denunciare le vergogne di questo tempo, mai come adesso dobbiamo essere pronti a formare coscienze politiche. Mai come in questo tempo dobbiamo mettere da parte rivalità, piccole ambizioni e sentirci Fratelli e Sorelle tutti”.
Emiliano fa bene a ricordare il percorso di ricomposizione che il gruppo dirigente ha compiuto in questi anni all’indomani di un Congresso Nazionale di forte contrapposizione che ha portato a fratture anche sui territori come quello lombardo. Un percorso serio e dal risultato non scontato a cui possiamo essere orgogliosi d’aver contribuito fin da principio. Una ricomposizione tra ACLI Lombarde e sede nazionale e tra le province lombarde celebrata prima con l’allargamento del gruppo dirigente lombardo alle province di Milano, Varese e Mantova, con la nomina della nostra Delfina Colombo a Vice Presidente regionale e poi con l’ingresso dell’amico e Presidente delle ACLI bresciane Pierangelo Milesi nel gruppo dirigente nazionale con delega alla Pace, Ecumenismo e Vita Cristiana.
Non si tratta di un passaggio formale, ma del naturale esito della collaborazione tra ACLI milanesi e Lombarde che entrambi abbiamo desiderato, cercato e coltivato fin dall’inizio del mandato. Domani parteciperà ai nostri lavori anche Martino Troncatti, Presidente regionale come già lo scorso anno sono stati con noi per discutere di lavoro due dirigenti regionali. Con Martino, con Vittorio Agnoletto e con Emilio Delbono ragioneremo di Sanità in Lombardia, un tema che da oltre un anno ci ha visti impegnati nella costruzione di una alleanza di forze sociali e politiche che vuole invertire la rotta della gestione del sistema sanitario nella nostra regione.

 

A proposito di Sanità in Lombardia
Crediamo che molte siano le disfunzioni di un sistema che fin solo a qualche tempo fa veniva raccontato come un’eccellenza: dai tempi d’attesa per visite ed esami che non permettono di accedere alle cure, alla mancanza dei medici di medicina generale, dalla devastazione del sistema di medicina territoriale alla pluriennale mancanza di connessione con i servizi e le prestazioni sociali. Un sistema quello lombardo che in nome dell’obiettivo di attrarre investimenti privati è mancato nelle funzioni di governance, di analisi e di indirizzo propri del Pubblico. Un sistema dove ad esempio sono gli Istituti Privati a candidarsi ad aprire strutture e specializzazioni guidati da una logica di migliore marginalità e non il Pubblico ad indicare quali servizi, specialità… servissero in ogni territorio. Per questo motivo come ACLI regionali e milanesi insieme a Medicina Democratica, Osservatorio Salute, SPI CGIL ed ARCI abbiamo avviato le procedure per tre quesiti referendari in materia di Sanità. Nonostante i tre quesiti siano stati bocciati dal Consiglio Regionale ed il comitato promotore stia preparando il ricorso al TAR, le questioni restano tutte aperte e l’intenzione resta quella di promuovere una vasta campagna di sensibilizzazione a sostegno di un SSR che sappia di nuovo rappresentare per tutti l’attuazione del diritto alla Salute sancito dalla Costituzione. L’accesso selettivo (per reddito o per contratto professionale) alle cure farebbe tornare l’Italia indietro di oltre quarant’anni, il continuo definanziamento da parte dei governi nazionali del SSN e la forte crescita di offerta privata sostenuta dalle modalità di gestione del modello di convenzionamenti lombardo aprono le porte ad un continuo slittamento verso le prestazioni private e la fine del sistema sanitario universalistico.

C’è ancora bisogno di realtà come le ACLI
Ha ragione Manfredonia: di soggetti sociali come quello aclista oggi c’è più bisogno di ieri, di soggetti che provano ad accogliere, ad ascoltare ed aiutare chi ha bisogno d’aiuto, che lavorano per tessere reti di solidarietà e di promozione del Bene Comune, che offrono spazi di aggregazione sociale e relazioni umane. Luoghi di formazione sociale, culturale e spirituale che aprono a percorsi di protagonismo sociale, di cittadinanza attiva.
Luoghi dove esprimersi e realizzarsi nel servizio agli altri come ci sollecita il nostro Arcivescovo nell’ultima Lettera Pastorale: “Proprio perché ci siamo scoperti amati da Dio, sentiamo di avere un debito di amore gli uni verso gli altri. Ci sentiamo chiamati a restituire umanità a tutte le persone che si vedono private delle condizioni più elementari di vita. Restituire umanità piena è fecondo anche per tutta la comunità, non solo agli ultimi, ma anche ai primi: perché crea legami sociali, scioglie nodi e conflitti latenti, restituisce responsabilità verso la propria comunità, offre dignità piena ai singoli e alle comunità stesse”.

In conclusione
Viviamo un tempo che ci appare complesso, e di fronte al susseguirsi di crisi globali e dei cambiamenti epocali che ne derivano spesso ci scopriamo confusi, disorientati.
Forse può aiutarci in questi momenti il suggerimento che Mons. Redaelli, sacerdote ambrosiano e Vescovo di Gorizia ha rivolto alla sua comunità: “Può sembrare strano che, di fronte a una realtà che ha creato contrasti e scalpore e ha evidenziato difficoltà, ci si domandi per prima cosa quali siano gli aspetti di grazia presenti in essa. Eppure non dobbiamo mai dimenticare ciò che afferma l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani: «noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (Rm 8,28). «Tutto concorre al bene»: non significa che tutto è bene e neppure che tutto è indifferente. Vuol dire piuttosto che dobbiamo avere la profonda convinzione che Dio guida la storia dell’umanità, della Chiesa e di ciascuno di noi e che tesse un percorso d’amore e di luce dentro il contraddittorio chiaroscuro delle nostre scelte. Quale può essere allora la grazia in questi avvenimenti?”.

Buone Acli dunque a tutte e tutti noi,
con l’augurio di riuscire a leggere “la grazia” nelle tribolazioni e negli avvenimenti che siamo chiamati ad attraversare.

La relazione (Scarifica PDF)