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Apertura USA e Cuba: i repubblicani seguano la loro storia e non il Tea-Party email stampa

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Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il leader cubano Raul Castro.

di Aldo Novellini – 02/02/2015

Venticinque anni dopo la fine della Guerra Fredda, la Guerra Fredda finisce per davvero.

Venticinque anni dopo la fine della Guerra Fredda, la Guerra Fredda finisce per davvero.
Questo il senso dello storico disgelo tra Stati Uniti e Cuba che, in prospettiva, dovrebbe far cessare l’embargo che da oltre mezzo secolo strangola la vita dell’isola caraibica. Un blocco che, in realtà, ha contribuito a rafforzare più che a indebolire la dittatura castrista, mettendola in condizioni di presentarsi, non a torto, come vittima dello strapotere yankee.

Adesso le cose dovrebbero cambiare, anche se, è chiaro, ci vorrà del tempo. Per Obama l’apertura di una nuova pagina con Cuba è l’ultima occasione di rendere davvero storica la sua presidenza. Una presidenza iniziata tra squilli di fanfare ed un enorme carico di attese andate in parte deluse innanzi tutto per l’eccessiva prudenza mostrata dalla Casa Bianca quando, nei primi mesi, i rapporti di forza e la fresca vittoria consigliavano di sfruttare appieno i famosi cento giorni di luna di miele elettorale.
Al modo di governare di Obama, qualcosa forse più caratteriale persino che politico, si è per la verità aggiunta, come se non bastasse, l’irriducibile opposizione repubblicana a qualsiasi proposta giungesse dalla Casa Bianca. In mano agli estremisti del Tea-Party, i repubblicani hanno perso il loro tradizionale volto di governo, centrista e moderato, per acconciarsi al peggior populismo mai apparso sul palcoscenico politico statunitense. Forse ha pure giocato un, più o meno, inconscio substrato razzista nei confronti del primo presidente afroamericano. Fatto sta, e lo si sta vedendo dalle prime scomposte reazioni dopo l’apertura verso L’Avana, che larga parte dei repubblicani, che controllano entrambi i rami del Congresso, sta facendo ostruzionismo, complici anche le veementi proteste della lobby anticastrista di Miami. La politica, purtroppo, è anche questo: bloccare le mosse del partito avversario, indipendentemente dai contenuti delle sue proposte.

Eppure per mutare atteggiamento basterebbe che i repubblicani si rammentassero della loro storia. Quella di un partito che, quando è stato chiamato a guidare il Paese, ha sempre saputo dar vita alle grandi svolte. Assai più dei democratici. Nel 1959 fu infatti il repubblicano Eisenhower a ricevere per la prima volta in America un leader sovietico, nella persona di Nikita Kruscev avviando la distensione; nel 1972 toccò a Nixon allacciare rapporti con la Cina maoista con un memorabile viaggio a Pechino e nel 1989 fu Bush, dopo la caduta del Muro di Berlino, ad aprire definitivamente una nuova era di pacifiche relazioni con l’Urss della perestroika di Gorbaciov.
Questa è la vera storia del Great Old Party. La lunga vicenda di una formazione credibile e realista, capace di guardare sempre senza timori verso il futuro; assai dissimile dall’odierna accozzaglia che, da tempo, gioca unicamente a bloccare l’avversario a scapito dell’interesse del Paese.