Appunti e pensieri per il “dopo”

Appunti e pensieri per il “dopo” email stampa

Di ricostruzione si deve parlare: sebbene non stiano cadendo bombe e palazzi, infrastrutture e fabbriche non siano a rischio di crollare, la paralisi indotta dal necessario periodo di chiusura di quasi tutte le attività produttive del Paese avrà –li sta già producendo- dei costi economici pesantissimi che inevitabilmente diventeranno costi sociali.

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Il 27 marzo di fronte ad una piazza San Pietro spettralmente vuota papa Francesco ha impartito la benedizione Urbi et Orbi

“Il dopo si vede già”, ha detto con secca semplicità Papa Francesco in una delle sue omelie di Santa Marta, ed è un “dopo” in cui il rischio più evidente è quello della miseria, della disoccupazione, di un’anomia sociale ancora più diffusa prima che il virus di origine cinese venisse a sconvolgere le nostre esistenze, spezzandone molte.

Un nemico sottile e particolarmente perfido, non solo perché la sua natura è poco chiara ancora oggi e non esistono né vaccino né rimedi farmacologici, ma soprattutto perché in questa condizione l’unico rimedio possibile per evitare di sovraccaricare un sistema sanitario già largamente carente e di aumentare la letalità del morbo è quello di osservare rigide norme di distanziamento sociale, che interdicono quello stile di vicinanza all’altro che generalmente si associa al concetto di solidarietà. Peggio ancora, l’applicazione di tale norma alla vita religiosa implica il venir meno di quel vincolo comunitario minimo che è la partecipazione alla Messa domenicale, così come la sospensione della libertà di riunione rischia di allentare il senso di appartenenza associativo e politico che è tanta parte del tessuto sociale del nostro Paese.

E tuttavia, anche grazie ai nuovi strumenti tecnologici, il difficile mese di marzo che abbiamo alle spalle ha dimostrato che esiste la possibilità e la capacità di reinventarsi di un’Italia solidale che si è manifestata anche all’interno del nostro Movimento. Questo è sicuramente, in un contesto drammatico, uno degli elementi di speranza che ci portiamo dietro e che potrà essere una delle basi della ricostruzione.

Perché di ricostruzione si deve parlare: sebbene non stiano cadendo bombe e palazzi, infrastrutture e fabbriche non siano a rischio di crollare, la paralisi indotta dal necessario periodo di chiusura di quasi tutte le attività produttive del Paese avrà –li sta già producendo- dei costi economici pesantissimi che inevitabilmente diventeranno costi sociali, tanto più pesanti in un Paese come il nostro che non si è pienamente risollevato dalla crisi economica del 2007/2008 , che è uno dei più vecchi d’Europa, che non cresce più da almeno trent’anni e che quindi non ha alcun dividendo sociale da redistribuire al di fuori di una logica assistenzialista che peraltro non può continuare all’infinito per assenza di risorse.

E proprio per questo si pone in primo luogo una questione di tipo istituzionale: i cittadini italiani hanno sopportato e sopporteranno ancora per un tempo imprecisato una serie di restrizioni delle loro libertà costituzionali (ivi compresa quella di culto) che incidono ed incideranno pesantemente sulle loro vite. Se sotto il profilo materiale l’urgenza e la necessità di questi provvedimenti era in sè evidente, sotto il profilo costituzionale l’azione governativa è stata perlomeno dubbia, giacché nella Costituzione non vi è nulla cui si possa appoggiare la serie di decreti leggi e di decreti del Presidente del Consiglio che si sono via via succeduti con un effetto spesso caotico, spesso contraddicendosi con le ordinanze regionali anche a causa di un’animosità politica che il virus ha forse sopito ma continua sottotraccia. La nostra Costituzione prevede lo “stato di guerra”, ma questa non è una guerra. Altri ordinamenti (ad esempio quello tedesco, francese, spagnolo) prevedono a livello costituzionale una serie di “stati di emergenza”, i quali peraltro hanno il merito di chiarire in termini inequivocabili la catena di comando da attivare in questi casi, che non può che essere in capo al Governo nazionale, ripensando correlativamente un modello di decentramento dei poteri a livello regionale che ormai da tempo denuncia più elementi negativi che positivi.

Una questione del “dopo”, ma lo è come lezione diretta dell’”ora”, sta nella diversa considerazione del ruolo del sapere scientifico e, più nello specifico, della funzione dell’apparato sanitario in un Paese che presenta profonde disparità funzionali e in cui la scelta di avere venti distinti sistemi sanitari non è una garanzia per la salute dei cittadini. E’ chiaro che tutto il mondo è stato sorpreso dalla pandemia: altrettanto chiaro è che l’assenza di un serio modello di prevenzione e di cura, soppiantato sia a livello centrale che a livello regionale dall’improvvisazione e dall’affanno, ha creato una situazione ancora peggiore rispetto a quella già indotta dall’esplodere del morbo, senza che vi fosse stato né da parte del Governo né da quella delle Regioni alcun utile apprendimento di quanto dettava l’esperienza recente della Cina e di altri Paesi dell’Estremo Oriente.

Di fatto, siamo di fronte al classico dilemma che si sta ponendo da qualche anno a questa parte, ossia sul criterio di soddisfazione che la democrazia liberale di stampo classico, quella che potremmo definire “occidentale” è in grado di assicurare alle esigenze di protezione dei cittadini: protezione sia da rischi immaginari (la presunta invasione islamica portata dall’onda degli immigrati che lasciano i loro Paesi per ragioni belliche o economiche) sia da rischi reali, come il crescente impoverimento dovuto alle conseguenze dello choc economico del 2007/2008 sia, ora, da un morbo sconosciuto e non ancora messo sotto controllo dalla ricerca scientifica e dalla farmacopea. Il fatto è che se le democrazie hanno potuto a lungo presentarsi come un’alternativa vincente rispetto alle tirannie è perché, soprattutto nel lungo confronto con le dittature comuniste del blocco orientale, alle libertà costituzionali hanno saputo affiancare una reale condizione di prosperità economica. Ma se questa esigenza di sicurezza va delusa, in apparenza o in sostanza, rischia sempre di più di affermarsi il discorso opposto, di Stati nient’affatto democratici o di “democrazie illiberali” (cioè fondate sul culto del Capo, la marginalizzazione degli organi costituzionali, la crescente demonizzazione come antinazionali delle opposizioni, la pratica limitazione dei diritti civili pur in presenza di periodici – e sempre più platonici- ritorni alle urne) sul modello cinese, russo o ungherese, che in base ad una capillare propaganda veicolata anche da soggetti operanti all’interno delle società occidentali fanno credere di poter offrire un più alto grado di protezione sociale se non di benessere al prezzo di alcune libertà civili presentate come elementi secondari e puramente esornativi rispetto alla durezza del problema sociale (beninteso mai declinato in termini di classe, perché questi sistemi sono strettamente connessi ad una versione spesso primitiva del capitalismo in cui il ruolo dei lavoratori viene costantemente marginalizzato). A questo tipo di propaganda si accompagnano in genere  forti dosi di xenofobia e di  diffidenza verso la globalizzazione, insieme ad esibizioni di religiosità spicciola totalmente svincolate da una reale comprensione del nucleo del messaggio evangelico e da una reale vita di fede.

Non è un caso che fra i pochissimi a porsi il problema delle conseguenze del morbo sulla globalizzazione e sulla democrazia vi sia la Santa sede che, nelle dichiarazioni di importanti dirigenti come il cardinale Turkson e mons. Paglia , ha centrato la sua riflessione sulla duplice esigenza di combattere gli istinti al ripiegamento nazionalistico ed etnico e di sventare la possibilità che nel contesto della lotta al virus vengano fatte pericolose distinzioni fra chi è meritevole o meno  di cura in base a certi discorsi di tipo “darwiniano” (ma il vero Charles Darwin, autentico umanista, sarebbe inorridito di fronte a certi abomini) che si sono qua e là uditi dalla bocca di certi leader politici.

Più in generale, nel suo discorso del 27 marzo di fronte ad una piazza San Pietro spettralmente vuota e ad un’umanità ferita e spaventata che lo udiva tramite la televisione o gli altri mezzi di comunicazione, lo stesso Pontefice, ormai assurto a guida morale universale,  ha affermato che questo è il tempo  “del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. “, poiché con questa tempesta che sta travolgendo il mondo interoè caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato.”

Forse la parola chiave per il “dopo” dovrà essere “magnanimità”, nel senso in cui la intende quello che è forse il maggior filosofo italiano oggi vivente , Salvatore Natoli, quando afferma che il magnanimo “è colui che punta a cose grandi e impegnandosi per questo produce cose buone e, se forte abbastanza, una sovrabbondanza di bene che ridonda a vantaggio di tutti”. Ognuno di noi, quindi, nella prova di questi giorni e quando finalmente potremo uscire dalle nostre case e tornare progressivamente alla vita sociale deve fin da ora trovare nei suoi doveri quotidiani esercitati al meglio di se stesso il talismano che lo accompagnerà nei mesi che verranno per cercare di costruire una società migliore in cui il bene che si fa ridondi su tutti.