Bettino Craxi vent’anni dopo

Bettino Craxi vent’anni dopo email stampa

Il 19 gennaio 2000 moriva Bettino Craxi, ad Hammamet in Tunisia “latitante” o “esule” a seconda del grado di simpatia umana o politica di chi utilizza queste parole che in se stesse anticipano un giudizio sull'uomo

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Il “servo encomio” ed il “codardo oltraggio” di cui il Manzoni parlava a proposito di Napoleone nel suo famoso poema Il cinque maggio sono una caratteristica nazionale, nel senso che gli uomini di potere nel nostro Paese hanno volta a volta assaggiato sia l’uno che l’altro a seconda del mutare delle loro fortune, e spesso l’uno o l’altro sono sgorgati – ovviamente in tempi diversi- dalle stesse bocche o dalle stesse penne. Non ha fatto eccezione Bettino Craxi, morto vent’anni fa nella sua villa di Hammamet, in Tunisia, “latitante” o “esule” a seconda del grado di simpatia umana o politica di chi utilizza queste parole che in se stesse anticipano un giudizio sull’uomo.

In ogni caso lontano dall’Italia, in cui non volle ritornare nemmeno dopo morto – rinnovando il famoso detto di Scipione l’Africano : “Ingrata patria, non avrai le mie ossa”–  dove lo attendevano due condanne passate in giudicato, frutto di quella stagione di Tangentopoli che egli rifiutava in toto giudicandola il prodotto di un complotto politico -giudiziario cui si sommava l’ipocrisia di chi non voleva vedere come le prassi disinvolte di raccolta di denaro per le esigenze dei partiti politici fossero una prassi generalizzata e dovessero semmai rientrare nella categoria dei “costi della democrazia”.

Ma  la figura umana di Craxi non può essere risolta  negli ultimi mesi di vita come ha fatto con sensibilità il regista Gianni Amelio in un film che sta riscuotendo grande successo nelle sale di tutta Italia e che molto deve alla carismatica interpretazione di Pierfrancesco Favino.  Egli infatti fu essenzialmente e per tutta la sua vita un uomo politico, ed è la vicenda politica che deve venire ricostruita, a partire dai suoi esordi come dirigente della gioventù socialista di Milano, dove entrò con le credenziali che gli derivavano da suo padre Vittorio,  avvocato di origini siciliane, militante socialista nella clandestinità e nella lotta resistenziale, amico di Nenni e di Pertini.

Craxi fu a tutti gli effetti un quadro di quell’organizzazione che Rodolfo Morandi, uno dei maggiori ingegni politici dell’Italia postbellica prematuramente scomparso, costruì sul modello di quella del Partito comunista, cui il PSI si era legato da un patto di unità d’azione politica che sempre più lo relegava in una posizione secondaria e lo isolava a livello internazionale (infatti nella ricostituita Internazionale socialista entrarono i socialdemocratici di Saragat perché gli altri partiti socialisti del mondo libero non potevano accettare fra di loro la presenza di un partito neanche tanto  indirettamente legato alle dittature comuniste orientali). Nel suo apprendistato di dirigente giovanile, nella politica universitaria ed infine come funzionario responsabile del partito a Sesto San Giovanni, Craxi toccò con mano il livello di subordinazione ideologica, organizzativa e prima ancora psicologica dei socialisti nei confronti del più forte alleato, e probabilmente anche questo, oltre al legame con Pietro Nenni, segnò il suo progressivo spostarsi su posizioni riformiste o, come si diceva allora, autonomiste, soprattutto sull’onda della rivelazione dei crimini di Stalin al XX Congresso del PCUS nel febbraio del 1956 e, pochi mesi dopo, della feroce repressione sovietica dell’insurrezione ungherese che il PCI applaudì.

Non è un caso che Craxi sia stato nel 1960, a soli ventisei anni,  fra gli Assessori della Giunta comunale milanese guidata dal socialdemocratico Gino Cassinis che rappresentò la prima esperienza di centrosinistra in Italia, e che la sua attività politica di quegli anni si sia incentrata sulla duplice direttrice dell’affermazione dell’originalità della posizione socialista all’interno della dialettica bloccata fra comunisti e democristiani e dell’allargamento della sua base di consenso, sia attraverso la breve stagione dell’unificazione con il PSDI (1966-1969) sia attraverso la rivendicazione di una presenza più spiccata nella dimensione del potere reale, facilitata dall’accesso dei socialisti all’area governativa .

Entrato in Parlamento nel 1968, divenuto successivamente Vicesegretario del Partito, Craxi apparve a molti una sorta di “personaggio senza biografia” quando, in una tempestosa seduta del Comitato centrale socialista svoltasi all’Hotel Midas di Roma nel luglio 1976, all’indomani delle elezioni politiche in cui il PSI era sceso sotto la soglia psicologica del 10%, il Segretario Francesco De Martino si presentò dimissionario e Craxi, appunto, fu eletto al suo posto. Non si trattò, come dissero poi alcuni, di una “congiura”, ma di un tentativo di mediazione fra le diverse anime di un partito che lottava per la sua sopravvivenza, e in effetti i primi anni della reggenza Craxi furono improntati alla necessità di distinguere la posizione del PSI all’interno della politica di “solidarietà nazionale” che appariva polarizzata fra comunisti e democristiani e che, nella prospettiva strategica del Segretario comunista Enrico Berlinguer, avrebbe dovuto sfociare nel famoso “compromesso storico” fra le principali forze popolari italiane , cattolici , comunisti e socialisti, ai quali ultimi – il non detto, peraltro abbastanza evidente, era questo- sarebbe spettato un ruolo ancillare rispetto ai due più potenti contraenti.

Al fondo, e al di là delle polemiche su questioni assai rilevanti, come il caso Moro , in cui il Segretario del PSI si attestò su di una posizione trattativista con le Brigate Rosse per salvare la vita dell’ostaggio a differenza di comunisti e democristiani che si rifiutavano di legittimare i brigatisti come interlocutori politici, ciò che i comunisti non perdonarono mai a Craxi fu il fatto di voler rompere una volta per tutte la subordinazione psicologica, ideologica e politica di cui si diceva, che perdurò anche nella fase del passaggio al governo con il primo centrosinistra (che peraltro il PCI sistematicamente sottovalutò e diffamò nella sua spinta riformista, al punto da astenersi nella votazione decisiva per l’approvazione della legge istitutiva dello Statuto dei Lavoratori), e che ancora subiva nelle organizzazioni di massa cui partecipavano insieme comunisti e socialisti, a partire dalla CGIL e dalla Lega delle cooperative. Craxi teorizzò questa rottura ideologica in un suo famoso scritto comparso su “L’Espresso” nell’agosto 1978, condannando definitivamente il leninismo, cui i comunisti italiani ancora formalmente si rifacevano con parole non equivoche: “La profonda diversità dei «socialismi» apparve con maggiore chiarezza quando i bolscevichi si impossessarono del potere in Russia. Si contrapposero e si scontrarono due concezioni opposte. Infatti c’era chi aspirava a riunificare il corpo sociale attraverso l’azione dominante dello Stato e c’era chi auspicava il potenziamento e lo sviluppo del pluralismo sociale e delle libertà individuali […] La meta finale è la società senza Stato, ma per giungervi occorre statizzare ogni cosa. Questo è, in sintesi, il grande paradosso del leninismo. Ma come è mai possibile estrarre la libertà totale dal potere totale? Invece […] Si è reso onnipotente lo Stato […] Il socialismo non coincide con lo stalinismo […] è il superamento storico del pluralismo liberale, non già il suo annientamento. “.

Il più alto punto di scontro fra le due strategie si ebbe nel 1984 quando Craxi, che l’anno prima aveva sfruttato la debolezza contrattuale della DC reduce da un grave arretramento elettorale per insediarsi a Palazzo Chigi, raggiunse un’intesa di massima con le tre principali Confederazioni sindacali e con la Confindustria per la “sterilizzazione” di tre punti dello scatto automatico di contingenza (la cosiddetta “scala mobile”) in funzione di una lotta contro la spirale inflazionistica. L’accordo venne subito dopo rinnegato dalla componente maggioritaria comunista della CGIL, su forti pressioni del PCI, ma venne recepito dal Governo in un apposito decreto legge, sul quale si consumò uno scontro pesantissimo fra maggioranza ed opposizione. Il problema, dal punto di vista dei comunisti, non era tanto il fatto in sé dei punti di contingenza: come ha rivelato Massimo D’Alema in un libro di memorie su Berlinguer uscito qualche anno fa, la materia era considerata trattabile. Il fatto era che per la prima volta una decisione rilevante in materia di politica economica e sociale veniva decisa dal Governo senza il coinvolgimento dell’opposizione, rompendo la cappa consociativa che fino ad allora aveva regolato  i rapporti fra le diverse forze politiche. Un’impostazione che peraltro il Paese ormai rifiutava, come si vide l’anno successivo (Berlinguer era ormai morto) quando il corpo elettorale rigettò il referendum che i comunisti avevano promosso per abolire il decreto in questione (e Luciano Lama, autentico riformista all’epoca Segretario generale della CGIL, aveva chiaramente avvisato i dirigenti del suo partito del disastro a cui andavano incontro).

D’altro canto, il PCI in quegli anni era entrato in una grave crisi strategica dopo il fallimento della strategia del compromesso storico, e l’insistenza dell’ultimo Berlinguer sulla questione morale aveva come fine principale quello di marcare una differenza, di mettere in sicurezza lo spazio politico del partito in attesa di tempi migliori (è sempre l’interpretazione, credo corretta, di D’Alema). Nello stesso tempo tale accorgimento tattico confinava il Partito comunista in un cul de sac , giacché il generalizzato anatema sulla corruzione del sistema politico complesso, PCI escluso, di fatto rendeva possibile come unica soluzione quella di un “Governo degli onesti” in cui ai comunisti sarebbe toccato di decidere del grado di onestà e di correttezza dei loro interlocutori in base ad una delega morale che nessuno aveva conferito loro. Ciò peraltro in un contesto in cui a livello internazionale era sempre più chiara la natura regressiva e totalitaria delle dittature comuniste dell’Europa orientale dalle quali il PCI non riusciva a prendere completamente le distanze nonostante gli oggettivi passi avanti compiuti (e comunque sembra che fino al 1989 al PCI arrivassero ancora finanziamenti dall’ URSS),

Tuttavia,  Craxi apparve incapace di mettere a profitto le sue indubbie intuizioni in politica interna ed internazionale, in parte perché il ruolo del PSI di ago della bilancia a livello nazionale e locale (dove in numerose Regioni e Comuni ancora governava con i comunisti, mentre in altre, e ovviamente a livello nazionale, governava con la DC) ne faceva il partito di potere per eccellenza, sensibile a tutte le tentazioni derivanti da una simile posizione privilegiata. In parte perché la corretta percezione dell’insufficienza dei meccanismi istituzionali del nostro Paese – un problema che ci portiamo ancora dietro oggi- venne affrontata nell’ottica della Grande Riforma, che non venne mai declinata se non con la suggestione dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica, attraverso la quale Craxi contava di farsi promotore dall’alto del Quirinale di una riunificazione della sinistra ad egemonia socialista sul modello francese, dimenticando tuttavia che se il PS del suo amico Mitterand aveva capovolto il rapporto di forza con i comunisti era stato perché li aveva incalzati da vicino stando all’opposizione con loro contro la destra gollista, rendendo consapevole l’opinione pubblica che l’alternativa in un Paese occidentale non poteva essere a guida comunista. Con il passare del tempo, peraltro, Craxi si era fatto consapevole della scarsa qualità del personale politico che lo attorniava e del dilagare nel suo partito ed in tutto il sistema politico di pratiche affaristiche e corruttive: il famoso discorso parlamentare del 1993 che suonò come una chiamata di correo di tutta la politica italiana nella prassi  del finanziamento illecito ai partiti sarebbe suonata più convincente e sincero se fosse stata pronunciato dieci anni prima, magari indicando dei correttivi possibili. In quel momento apparve come un atto di arroganza, e quella sera stessa ebbe il suo contrappasso nel famoso lancio di monetine fuori dall’Hotel Raphael.

Come ha rilevato giustamente Massimilano Panarari “l’ex segretario del Psi ed ex presidente del Consiglio è stato il manifesto politico vivente (o il «re», come ha scritto Michele Serra) di quegli anni Ottanta che, dal punto di vista delle eredità problematiche e negative, non sono finiti mai. A partire dalla spesa pubblica dopata e dall’inizio della corsa senza sosta del debito pubblico, patrocinati dai governi del pentapartito (o «Caf», come si diceva allora) a fini di consenso, abituando questa nazione a vivere irresponsabilmente al di sopra delle proprie possibilità. Peraltro, è precisamente il nostalgismo di quella (improponibile) condizione godereccia e spendacciona uno dei rivoli principali che alimenta psicologicamente i populismi di questi nostri anni. Mentre si malintende come supposta rivendicazione di «orgoglio nazionale» – con conseguente plauso da parte di certi sovranisti – la drammatica crisi di Sigonella, apice di una politica mediorientale e «terzomondista» intrisa di un atteggiamento assai ambiguo verso il terrorismo palestinese e di un rapporto personale troppo stretto con Yasser Arafat.  E dietro le sue etichette di decisionismo e turbopolitica si impose, a conti fatti, un riformismo senza vere riforme, manifestazione di una classe politica che cominciava a diventare impotente e incapace di governare la globalizzazione, mentre il Paese iniziava il suo declino geopolitico e industriale. E l’antipolitica che funesta questa nostra epoca non può non venire considerata anche come il frutto avvelenato dei suoi errori e una reazione alla sua spregiudicatezza di ex “rivoluzionario” blindatosi infine nel Palazzo.

E’ certo tuttavia che in un Paese come il nostro, che non è capace di fare i conti con la propria storia perché la piega continuamente su di un’attualità politica ridotta più che mai alla lotta fra opposte tifoserie, e che a oltre centocinquant’anni di distanza dalla sua unificazione statuale trova ancora persone che si chiedono se essa sia stata un bene o un male, il fantasma inquieto di Bettino Craxi continuerà a lungo ad aleggiare, con il suo portato di occasioni perdute e di errori irrimediabili.