CAVARENO: una parentesi di gioia e libertà

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Cavareno: due settimane, venti giovani volontari, sessanta ragazzi ucraini e otto accompagnatrici. Potrebbe essere il riassunto perfetto del campo di accoglienza organizzato da Caritas e Acli se non fosse che dietro quei numeri ci sono volti, storie e persone.

É veramente complicato riassumere un’esperienza così forte, per questo ho scelto di raccontarla con tre parole: incontro, speranza, mano.

L’esperienza in sé è nata da un susseguirsi di incontri. Al centro non ci sei più tu, singolo nella tua individualità ma cerchi di metterci l’altro. Incontrare chi viene da un paese in guerra é scontrarsi direttamente con la rabbia, le lacrime, le preoccupazioni. Non è per niente facile entrare in contatto con loro: non solo per un’iniziale barriera linguistica ma perché non si sa come comportarsi. Invece, la bellezza di incontrare questi ragazzi mi ha insegnato che la cosa più vera per loro è fargli sentire la tua presenza, il tuo esserci incondizionato e il tuo volerti prendere cura di loro. Incontrare significa rischiare ma conoscere è sicuramente una grande scoperta.

Invece, la speranza l’ho sentita in ogni bambino che cantava, giocava, correva. Spesso però la loro gioia contagiosa si tramutava velocemente in malinconia e sofferenza. Un pensiero triste per qualcosa successo a casa, storie di padri al fronte, di case bombardate, di famiglie distrutte. Eppure, nonostante il dolore sui loro volti, si percepiva nitida la voglia di risollevarsi per avere una prospettiva di luce e di futuro.

Infine, penso a mano o meglio mani. Mani piene di mille colori, mani riempite di tempera che creano sfumature nuove, mani all’opera fra tanti lavoretti: esempio autentico dell’innocenza dei bambini che sanno ancora colorare il mondo. Ma le mani sono anche quelle di noi giovani volontari, strette per supportarci in una rara complicità. Mani che sanno accogliere, che cercano di aiutare, che dimostrano il volersi mettere a servizio per qualcosa di diverso, una realtà diversa.

Queste due settimane sono state una parentesi di leggerezza dal contesto difficile e disastroso da cui vengono. Non so cosa sarà del loro futuro, delle loro case, della loro Terra ma so che dietro la brutalità della guerra ci sono bambini che piangono silenziosamente tra le nostre braccia, ragazzi cresciuti troppo in fretta che devono prendersi cura di dieci fratelli e adolescenti che faticano a sognare. La gioia e i 61 sorrisi che porto nel cuore, siano un simbolo di speranza per un mondo senza indifferenza, senza armi e senza guerra.

 Sofia Meroni