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Ci ha lasciati Vittorio Villa per oltre 60 anni testimone autentico delle fedeltà acliste: ai lavoratori, alla democrazia e alla Chiesa email stampa

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Si può dire che la vita di Vittorio Villa abbia coinciso con gli ultimi sessant’anni della storia delle ACLI, alle quali aveva dedicato se stesso fin dalla giovinezza. Nativo di Luino, sulla sponda varesina del Lago Maggiore – la terra di Piero Chiara e di Dario Fo- entrò in fabbrica molto presto, e quasi contemporaneamente iniziò la sua militanza in Gioventù aclista e nelle ACLI: su questo punto lui era chiaro, e a qualcuno che lo aveva chiamato “funzionario” rispose vivacemente che lui nelle ACLI si poteva pensare solo come militante o come dirigente, perché le ACLI non sono un impiego.

L’ambiente delle ACLI di Varese era peraltro vivacissimo: Villa stesso, in uno scritto raccolto nel volume del 1995 “Una lunga fedeltà”, ricordava come proprio in ambito varesino fosse nata l’esperienza della “leva del lavoro” che si sarebbe poi diffusa in tutta la realtà lombarda . Si trattava di “una serie di incontri, organizzati in genere con gli oratori, in cui si mettevano a fuoco gli elementi basilari per un positivo impatto con il mondo produttivo”. Nello stesso scritto, Villa rievocava i modelli formativi propri delle ACLI nel periodo degli anni Cinquanta e Sessanta, dei quali egli stesso era stato fortemente partecipe: “L’ azione sociale che le ACLI sviluppavano sui temi specifici delle realtà locali quanto su quelli di carattere generale, non era rivolta solo ad affermare la giustizia come forma di solidarietà e di espressione pratica della carità. Tra gli obiettivi dell’azione sociale c’era anche la speranza, inoltre, che la conquista di condizioni di maggior giustizia e libertà concorresse a ridurre le difficoltà di adesione  all’amore che Gesù ci ha annunciato con la Sua vita terrena e di cui ci ha aperto la possibilità di condivisione con il Suo sacrificio sulla croce”.

La presidenza delle ACLI varesine , che aveva avuto per assistente provinciale don Cesare Pagani, poi voluto da Paolo VI come assistente nazionale, notò le capacità politiche ed organizzative del giovane Villa, e lo segnalò a Livio Labor, allora responsabile nazionale della formazione aclista, che lo portò a Roma per farne un allievo della famosa Scuola per quadri dirigenti che formò le donne e gli uomini che costituirono l’ossatura delle ACLI nei trent’anni successivi.

A partire da allora, Vittorio si inserì stabilmente nella struttura del Movimento facendone la sua vita, assumendo incarichi sempre più delicati in quella fase di passaggio segnata dal Concilio, dal risveglio delle lotte operaie e studentesche, dalla transizione complessiva alla società industriale e del benessere ai sui primi segni di crisi ed infine dalla crescente inquietudine di importanti settori dell’associazionismo cattolico verso l’immobilismo e l’autoreferenzialità della Democrazia Cristiana, il partito che tutti gli aclisti per anni avevano votato ed in cui molti di essi militavano.

A metà degli anni Sessanta Villa svolse un importante lavoro di tessitura fra i nuclei aziendali aclisti del Nord, muovendosi soprattutto fra Milano e Torino, nella prospettiva della ricomposizione dell’unità sindacale che proprio le ACLI di Labor avevano riportato alla discussione pubblica. Dopo il 1969 si stabilì a Roma, rilevando il fraterno amico Luigi Mandelli, che rientrava a Milano, alla guida dell’Ufficio Nuclei nazionale.

Villa seguì ed appoggiò la linea di maggioranza nelle vicende delle ACLI dal 1969 in poi, a partire dalla conclusione del legame collaterale con la DC sancito dal Congresso di Torino, anche se mantenne una distanza critica rispetto all’enunciazione dell’“ipotesi socialista” da parte di Emilio Gabaglio nel Convegno di studi di Vallombrosa del 1970. Dopo la sconfessione da parte della CEI e di Paolo VI Villa operò alacremente per la tutela della struttura e dell’attività delle ACLI minacciate da spinte scissionistiche che ne mettevano in discussione persino l’esistenza, e si collocò all’interno della componente di “Autonomia ed unità” accettando anche la sostituzione di Gabaglio con Marino Carboni nell’autunno del 1972, assumendo ruoli sempre più significativi nell’organizzazione accanto a Luigi Borroni, che nel gruppo di maggioranza incarnava l’ala più vicina a Labor e agli altri dirigenti del MPL che erano confluiti nel Partito socialista.

Sebbene i suoi rapporti con alcuni altri dirigenti del gruppo di maggioranza, a partire da Domenico Rosati, non fossero sempre facili, egli riuscì a mantenere la sua indipendenza di giudizio a prezzo di qualche penalizzazione nel suo percorso politico. Ciò che lo rendeva indispensabile, al netto della sua indiscutibile fedeltà al Movimento, era la minuziosa conoscenza dello Statuto e dei Regolamenti interni delle ACLI e delle loro associazioni specifiche, e faceva sì che il suo ruolo fosse spesso decisivo nella riscrittura e nell’adattamento di questi testi “giuridici”, compito oscuro ed ingrato e tuttavia capitale nella gestione della democrazia interna dell’Associazione. Per questo, un po’ scherzando un po’ no, Giovanni Bianchi lo soprannominò l’ “Hans Kelsen delle ACLI”.

Dal 1979 al 1983 Vittorio fu anche Presidente nazionale dell’US ACLI, esperienza che visse con grande interesse e passione. Riflettendovi alcuni anni dopo, nel suo contributo ad un volume dedicato ai 25 anni dell’US ACLI milanese, Villa ricordava come a frenare “la nostra azione di rinnovamento delle strutture del movimento sportivo italiano è stata piuttosto la nostra insistenza nel puntare prevalentemente sulle iniziative di carattere istituzionale, anziché intraprendere con decisione la strada del ‘ privato sociale ‘. Se avessimo compreso meglio questa prospettiva, le resistenze all’interno del CONI, probabilmente, sarebbero state minori, le differenze fra gli Enti di promozione sportiva avrebbero potuto essere meglio gestite”.

Nel 1987 decise di tornare in Lombardia con la famiglia, stabilendosi a Buccinasco, e venne chiamato a far parte della Presidenza provinciale guidata da Lorenzo Cantù come responsabile dei problemi del lavoro e del sindacato; dal 1991 affiancò il Presidente regionale lombardo Natalino Stringhini come responsabile organizzativo, assumendo per qualche tempo la guida dell’US ACLI lombarda e contribuendo alla nascita e allo sviluppo della FAP.

In tutta la sua multiforme attività, egli trovò il fondamento della sua fortissima passione sociale in una fede robusta, mai ostentata, ma alimentata quotidianamente dalla riflessione sulle Scritture e dall’attenzione allo sviluppo del dibattito intraecclesiale, come era proprio di quella “generazione del Concilio” di cui faceva parte. Per quanto il suo tratto potesse apparire a prima vista brusco e talvolta aspro, egli in realtà era sempre aperto e disponibile all’incontro e all’ascolto, e sviluppò dentro e fuori dal Movimento solidissime amicizie godendo stima per la sua serietà ed affidabilità.

Ora che anche lui è entrato nel grande Circolo degli aclisti passati alla vita eterna, le ACLI milanesi lo ricordano con affetto e rimpianto, e si uniscono al dolore e alla preghiera della moglie Mariella, sua compagna di vita e di militanza, della figlia Paola, componente della Presidenza nazionale, del figlio Andrea, nostro Presidente provinciale, e di tutti coloro – e sono tanti- che gli hanno voluto bene.