Cinquant’anni fa moriva Luigi Clerici, fondatore e presidente per un decennio delle...

Cinquant’anni fa moriva Luigi Clerici, fondatore e presidente per un decennio delle Acli milanesi email stampa

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Cinquant’anni fa, il 23 marzo 1972, lasciava questa vita Luigi Clerici, stremato da una malattia che si trascinava da lungo tempo, ma che non gli aveva impedito di svolgere un lungo e proficuo lavoro nella Chiesa e nella società milanesi, in primo luogo nelle Acli.

Nato nel 1910 da un’umile famiglia di Bulgorello, nella Brianza comasca, Clerici si era diplomato ragioniere ed era venuto a Milano in cerca di lavoro: formatosi fin da giovane nell’ Azione Cattolica, era stato fra i primi ad aderire all’Istituto secolare Cristo Re (i cosiddetti “Milites Christi”) fondato da Giuseppe Lazzati, al quale era legato da sincera amicizia, e da ciò gli era derivata una fortissima carica spirituale che egli applicava alla vita sociale.

Caduto il fascismo, egli fu fra i fondatori delle Acli a Milano, impegnandovisi a tempo pieno come Segretario organizzativo nelle Presidenze di Edoardo Clerici ed Alessandro Butté, e quando questi venne eletto alla Camera nel 1953 gli succedette nell’incarico presidenziale, che mantenne per i dieci anni successivi.

Furono gli anni del maggiore sviluppo delle Acli, della loro crescita nella società milanese come soggetto sociale e come elemento di pressione politica: Clerici, che nel periodo prebellico aveva avuto delicati incarichi nel settore industriale, applicò le conoscenze imprenditoriali che aveva maturato alla vita del Movimento, puntando sulla crescita dei servizi e delle attività cooperativistiche come testimonianza sociale concreta a favore dei soggetti più poveri. Nello stesso tempo, la mobilitazione politica che era tipica di quegli anni di “collateralismo” del movimento cattolico verso la Democrazia Cristiana fu cruciale per spingere i lavoratori cristiani ad occuparsi delle istituzioni (oltretutto contribuendo a forgiare generazioni di amministratori seri e capaci soprattutto a livello locale) e dall’altro a fare in modo che nella composita struttura della DC vi fosse spazio per le istanze dei lavoratori , combattendo il comunismo non in nome del privilegio di classe ma di una più autentica liberazione della persona umana.

In questo senso, la fierezza di Clerici per i risultati ottenuti dalle Acli, per ogni Segretariato sociale del Patronato che si apriva, per ogni nuovo Circolo, per ogni casa costruita dalla cooperazione Aclista, non era fine a se stessa ma serviva a dimostrare la capacità dei lavoratori cristiani di farsi essi stessi autori del proprio riscatto e costruttori di una nuova società. D’altro canto, fu anche grazie a lui se le Acli poterono lanciare importanti campagne come quella su “La classe lavoratrice si difende” oppure quella contro le “relazioni umane” come maschera dello sfruttamento dei lavoratori, segno di un’attenzione non formale alle dinamiche sociali e al rifiuto di una solidarietà verso i capitalisti solo perché “cattolici” prescindendo dai rapporti di classe concreti.

Particolare fu l’attenzione che egli dedicò alla formazione, intesa a tutto campo come necessità di far conoscere i principi dell’insegnamento sociale della Chiesa, la storia del Movimento operaio, le grandi questioni della politica interna ed internazionale, dell’economia, del modello di sviluppo e di relazioni sociali.

Altrettanto centrale era il ruolo che egli attribuiva alla dimensione spirituale, che era radicata nella sua vicenda di laico consacrato, e che si manifestava, ad esempio, in iniziative come quelle del “mondo che prega per il mondo che lavora”, cioè del legame spirituale fra i monasteri di clausura ed il mondo del lavoro. Non è un caso, del resto (e non mancò di provocare sospetti e gelosie) che molti confratelli dell’Istituto cui Clerici apparteneva lo abbiano affiancato con rilevanti incarichi nelle Acli, come del resto vi furono dirigenti Aclisti provenienti da altre realtà (Livio Labor e Palma Plini dai paolini, Lorenzo Cantù dalla Regalità , di cui fu anche Superiore generale…).

Clerici lasciò la guida delle Acli milanesi nel 1963 con parole nette e forti da cui si può desumere tutta la sua carica umana e spirituale: “Carissimi Aclisti milanesi, dopo il XIV Congresso provinciale, che non mi ha annoverato per mia libera scelta, tra i candidati al nuovo Consiglio, sento il bisogno di esprimervi tutta la mia riconoscenza, convinto più che mai di avere più ricevuto che dato in esempio, in dedizione, in amore alle cause dei lavoratori. Senza che io avessi mai aspirato e peggio, brigato per avere la massima carica, ho dovuto per tanti anni accettare sulle mie spalle un fardello senza dubbio superiore alle mie possibilità. L’ho fatto quasi sempre riluttante, sospinto dalla bontà della maggioranza di voi e incoraggiato da dirigenti qualificati, solo perché intendevo servire le Acli e attraverso esse i lavoratori. Da parte mia desidero vivamente lasciare tutti nello spirito della pace, della serenità e della carità fraterna che caratterizza ogni rapporto tra cristiani, che proprio da ciò, per l’insegnamento evangelico, saranno riconosciuti seguaci di Cristo”.

Le Acli milanesi lo ricordano nella preghiera, con affetto e riconoscenza.