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Con il Cardinal Zuppi in pellegrinaggio di comunione e pace in Terra Santa email stampa

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“Ho il desiderio che la sofferenza finisca. La sofferenza di mio figlio, di tutti gli ostaggi e di tutte le centinaia di migliaia di civili innocenti a Gaza”
Sono le parole confidate al Cardinale Zuppi dalla mamma di Hersh, uno degli ostaggi rapiti nell’attacco del 7 ottobre e ad oggi ancora nelle mani di Hamas.
Sono frasi che hanno segnato il nostro pellegrinaggio in Israele e Palestina, organizzato dalla Diocesi di Bologna in collaborazione con il Patriarcato latino di Gerusalemme, al quale come Acli abbiamo partecipato con una delegazione: un viaggio per ascoltare, per cercare di capire, per significare la nostra vicinanza a due popoli chiusi nel proprio dolore, nelle proprie convinzioni, nei propri timori.
Parole che vanno dritte al cuore del processo di riconciliazione che ognuno di noi auspica per una terra in cui la politica, i morti e la miseria fungono da fattori di divisione: un percorso il cui presupposto è proprio il riconoscimento dell’altrui dimensione umana, delle lacrime del popolo vicino.
D’altro canto, è stata proprio la sofferenza a trapelare dagli incontri avuti e dai luoghi vissuti in quei giorni. Non la rabbia, non l’odio, come pensavo sarebbe stato prima di partire.
Una sofferenza che nasce dalla conflittualità e dall’ostilità, di cui Gerusalemme è davvero una plastica e immediata rappresentazione. Il conflitto, qui, si coglie passando da un quartiere all’altro, dalle zone popolate dagli ebrei ortodossi a quelle abitate dagli arabi israeliani.
Che il massacro del 7 ottobre, nonché le reazioni del governo israeliano a questo evento, abbiano rappresentato uno spartiacque nei rapporti tra i due popoli è facilmente intuibile anche solo passeggiando per le strade o salendo sui mezzi pubblici. Vi si incontrano quotidianamente migliaia di coloni con armi pesanti, distribuite gratuitamente dal Ministero per la Sicurezza Nazionale guidato dall’ultranazionalista Itamar Ben-Gvir. Negli ultimi mesi, infatti, sono state consegnate oltre 100 mila mitragliatrici, con le quali i coloni assaltano quotidianamente gli insediamenti arabi, tanto a Gerusalemme quanto nei piccoli villaggi della Cisgiordania.
Come spiegato da Andrea De Domenico, direttore di OCHA – l’Ufficio delle Nazioni Unite che coordina gli affari umanitari nei territori palestinesi – la scelta di armare i coloni ha dato luogo a un aumento esponenziale delle violenze, non più solo tollerate, ma anche incentivate dal Governo, tanto che diverse ONG in Israele definiscono queste azioni “crimini di Stato”.


Quella di OCHA è una delle poche fonti indipendenti rimaste a tenere lo sguardo fisso su ciò che avviene in questi luoghi; una voce di informazione, necessaria non solo sul piano internazionale ma anche su quello interno allo Stato israeliano, stante il rigoroso sistema di controllo delle notizie e dei social strutturato dagli apparati di sicurezza e volto a tenere all’oscuro l’opinione pubblica su quanto accade.
Proprio l’incontro con Andrea è stato uno dei più significativi: ha ricevuto noi giovani nella sede dell’Agenzia da lui diretta, provando a rappresentarci, per quanto possibile, la quotidianità di una popolazione, quella residente a Gaza, che cerca di sopravvivere immersa in una situazione catastrofica, fra distruzione e rassegnazione.
Le spiegazioni dei movimenti militari sul terreno, le testimonianze che ci sono state riferite e i video che ci sono stati mostrati descrivono una situazione insostenibile: a causa degli ostacoli posti dal Governo israeliano e dai contractors privati che gestiscono alcuni valichi di accesso alla Striscia, a fatica le Nazioni Unite riescono ancora a garantire un sistema di servizi fondamentali a Gaza, introducendo ogni giorno piccole quantità di cibo in scatola, di zucchero, di farina e di carburante, quest’ultimo necessario per il funzionamento degli ospedali (o quanto meno delle parti di essi rimaste in piedi) e dei centri di desalinizzazione dell’acqua.
La guerra ha privato la popolazione anche di una delle principali fonti di cibo, la pesca. Le barche dei piccoli pescatori palestinesi sono state pressoché integralmente distrutte o affondate, anche se alcuni di loro, a causa dalla fame, continuano a spingersi in mare su improvvisate zattere di legno. Si tratta di una vera e propria sfida alla marina israeliana, che non esita a bombardarli.
A tutto ciò si aggiunge anche un altro dato indicativo; sin dalle prime fasi dell’invasione, sono state minate e fatte saltare tutte le scuole e le università. L’obiettivo di questo gesto è stato quello di trasmettere un messaggio chiaro: qualunque istituzione educativa o formativa palestinese deve essere cancellata.
Sul piano più strettamente militare, invece, come è facilmente intuibile il controllo della Striscia da parte dell’IDF è totale.
Il territorio è diviso in due da una dead zone e, con l’avvio delle operazioni al sud, chi prova a scappare verso nord avvicinandosi ai check-point viene sistematicamente ucciso. Più volte, infatti, i funzionari ONU sono stati costretti a “raccogliere” persone disabili e anziani nei pressi dei posti di blocco, talvolta colpiti alle spalle durante il loro tentativo di allontanarsi dalla zona.
Ben si comprende, dunque, il sentimento di sconforto e di smarrimento che plasma in modo sempre crescente la vita del popolo palestinese.
Questo stesso senso di ingiustizia lo abbiamo toccato con mano anche nei giorni successivi, durante la nostra permanenza in Cisgiordania, dapprima a Betlemme e successivamente a Taybeh.
Proprio a Betlemme, uno dei momenti di maggior empatia è stato l’incontro con i ragazzi della pastorale giovanile: l’occasione per dare un volto, quello di nostri coetanei, alla guerra e alle sue conseguenze.
Di Rovina, 26 anni e una laurea in contabilità, il pomeriggio successivo abbiamo conosciuto anche la famiglia: ci hanno accolto nella loro casa, uno spazio dal quale affiora innanzitutto speranza, tra giochi per bambini e ottimi frutti coltivati nel loro piccolo orto urbano.
Il fratello di Rovina ha appena superato il test di ingresso per studiare all’Indiana University, negli Stati Uniti, ma la chiusura dei check-point gli impedisce di recarsi all’ambasciata americana di Gerusalemme – situata a soli 6 km di distanza – per ottenere il visto necessario a partire.

Dal 7 ottobre, infatti, sono stati revocati tutti i permessi per attraversare il muro. Nessun palestinese può più spostarsi in Israele per lavorare, per curarsi, per studiare; il dato di fatto, con il crollo del turismo e di gran parte delle attività lavorative, è che nessuno in West Bank riesce a vedere o immaginare un futuro.

A questo si aggiunge la paura: i soldati israeliani in piena notte entrano nelle case per portare via i “target” delle proprie black list, sparando in aria colpi di avvertimento per chi risiede nelle abitazioni circostanti.

C’è un dato, però, che ci ha colpito fin dal primo momento: nelle parole dei giovani palestinesi non abbiamo mai trovato alcun desiderio di vendetta, bensì un grande senso di umanità, di dignità e di solidarietà, valori che continuano ad orientare la loro comunità cristiana. Si tratta di un insegnamento, questo, di cui sono profondamente grato.

Siamo entrati in contatto, quindi, con un piccolo spaccato della società palestinese, in cui a dominare è la volontà di pace, un desiderio di equità e di giustizia che contrasta con i più recenti fallimenti nelle prospettive di negoziato tra Hamas e Netanyahu.

Nei momenti prossimi al viaggio di ritorno verso l’Italia, ci si è posta una domanda spontanea, semplice quanto immediata: e ora? Come evitare che quanto visto, quanto vissuto, cada nella frenesia della ripresa delle nostre attività quotidiane?

Può essere che una risposta ce la lasci lo striscione appeso davanti all’ingresso dell’Università di Betlemme: raffigura una cartina del mondo, con a corredo la scritta “we hear you… your voice is ours”.

Ecco, forse un primo passo risiede proprio nell’impegnarci a fare nostro questo messaggio, dando voce a quella sete di uguaglianza che abbiamo ascoltato in ogni angolo di questa terra.