Con la speranza di una pace possibile in tempi di guerra

Con la speranza di una pace possibile in tempi di guerra email stampa

Non ci sono risposte facili o unilaterali, ma invece ci devono essere aperture all’accoglienza, alla condivisione e all’approfondimento delle cause del conflitto, per individuare percorsi condivisi di diplomazia popolare capaci di coinvolgere le istituzioni e i cittadini nella ricerca di proposte e azioni di pacificazione fra i popoli europei

201
0
SHARE

Sono trascorsi ormai dieci anni da quando il Nobel per la pace fu assegnato all’Unione Europea, con la motivazione di aver contribuito a trasformare la maggior parte dell’Europa da un continente di guerra in un continente di pace, a favore della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa.

Non erano allora mancate le perplessità e le polemiche per le iniziative della Nato e l’esportazione delle armi, con la condivisa decisione dell’Ue di devolvere il premio in aiuto dei bambini vittime di guerre e conflitti.

E’ invece dell’85 il messaggio che il  card. Martini inviò agli organizzatori dell’iniziativa “Milano per la pace e il disarmo”, in corteo dalla Scala al Duomo, in occasione del 40° anniversario della fondazione dell’Onu, con domande essenziali: quale tipo di sviluppo per la convivenza umana? quale senso ha il concetto di liberà e di autodeterminazione dei popoli? quali misure concordate potranno allontanare la guerra?

Durante gli anni, ancor prima della caduta del muro di Berlino, in molte manifestazioni popolari per la pace a Milano e con le Acli nei corsi residenziali in val Formazza, a Motta di Campodolcino e in trasferta a Friburgo, Basilea e nei Paesi dell’Est europeo, abbiamo testimoniato la speranza del disarmo dai missili e dal nucleare, con incontri fra  popoli divisi dalla cortina di ferro e dalla guerra fredda, per sperimentare occasioni di dialogo e fraternizzazione.

Con l’invasione dell’Ucraina che semina distruzioni, vittime innocenti, sfollati e migrazioni di massa, il mondo sembra impotente a fermare l’aggressore, mentre l’Onu e l’Unione Europea, paralizzati da veti incrociati e da interessi divergenti, rischiano di trasformarsi in ”giganti dai piedi d’argilla”, invece che diventare interlocutori credibili e indispensabili per trasformare la logica delle armi in strumenti di rifondazione della convivenza pacifica.

Dobbiamo riscoprire e ripercorrere le strade della “diplomazia popolare” in campo aperto, oltre gli schieramenti ideologici e le appartenenze politiche, per valorizzare i percorsi di pace e di solidarietà che scaturiscono dalla nostra vocazione cristiana, ecumenica e interreligiosa, nonostante il devastante conflitto che purtroppo sta coinvolgendo fratelli che professano la stessa fede.

Molte sono gli interrogativi che emergono spontaneamente sulla fornitura di armi al Paese aggredito per la legittima difesa, sulla corsa al riarmo, sull’allargamento dell’Unione Europea, sull’adesione alla Nato delle nazioni dell’Est europeo, sull’alleanza atlantica e sul sogno dell’Europa “dall’Atlantico agli Urali” che ha alimentato le speranze della costruzione di un continente capace di respirare con i due polmoni dell’ovest e dell’est.

Non ci sono risposte facili o unilaterali che rischiano di allontanare i tempi della cessazione delle ostilità, dei negoziati, della ricostruzione e del ritorno dei profughi, ma invece ci devono essere aperture all’accoglienza, alla condivisione e all’approfondimento delle cause del conflitto, per individuare percorsi condivisi di diplomazia popolare capaci di coinvolgere le istituzioni e i cittadini nella ricerca di proposte e azioni di pacificazione fra i popoli europei.

La tragica guerra che ha portato alla disgregazione della Jugoslavia, con sconvolgenti conflitti etnici e religiosi, ha dimostrato che la comunità è stata lacerata da rinascenti nazionalismi che non hanno saputo valorizzare la “convivialità delle differenze”, indispensabile in una società che si vuole aprire al futuro in dialogo con culture e tradizioni apparentemente inconciliabili.

Con “un sorriso per la Bosnia” e la carovana dei pacifisti a Mostar per chiedere la “pace subito”, c’era stata la condivisione del dolore per le vittime del drammatico conflitto balcanico, mentre con la marcia da Milano a Comiso, e poi fino a Ginevra, contro l’installazione dei missili americani in Sicilia e dei missili sovietici verso l’Europa, la testimonianza popolare aveva evitato che la sfida bellica fra le superpotenze raggiungesse livelli intollerabili di non ritorno.

Sembrano lontani i tempi delle richieste della dissoluzione reciproca del Patto di Varsavia e della Nato, della riconversione dell’industria bellica, dello smantellamento degli arsenali nucleari e delle mobilitazioni per il superamento delle strategie di riarmo infinito dei “signori della guerra”, ma è ancora indispensabile lavorare per la pace minacciata da nuove sfide sempre più incomprensibili che ci stanno portando alle soglie della “terza guerra mondiale a pezzi”, come profeticamente ha ammonito papa Francesco.

Si deve tornare all’incontro di Assisi dei responsabili di tutte le religioni in preghiera per la convivenza pacifica dei popoli della terra e all’Assemblea ecumenica di Basilea con cattolici, ortodossi e protestanti, impegnati per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato, contro la minaccia della guerra e per un rinnovata collaborazione fra le Chiese in Europa.

La riconciliazione nel continente europeo è l’obiettivo strategico delle nuove generazioni che devono saper raccogliere  la staffetta da tanti lavoratori e cittadini che per anni si sono impegnati in Italia e nel mondo per la pace, la libertà e la giustizia sociale, con l’entusiasmo e la passione di continuare la lotta per la giusta causa della convivenza pacifica e del superamento delle tensioni e rivendicazioni nazionalistiche che generano incomunicabilità fra l nazioni e le popolazioni coinvolte nelle avventure belliche.

Le Acli per la vocazione pacifista e le esperienze di solidarietà internazionale degli aclisti impegnati concretamente nell’aiuto alle popolazioni in conflitto e negli scambi culturali nell’Est europeo, nei Balcani e in altri continenti, vogliono contribuire alla ricerca degli spazi d’azione per far cessare le ostilità e avviare soluzioni diplomatiche e alternative alla guerra “inutile strage”.

Sono trascorsi ormai dieci anni da quando il Nobel per la pace fu assegnato all’Unione Europea, con la motivazione di aver contribuito a trasformare la maggior parte dell’Europa da un continente di guerra in un continente di pace, a favore della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa.

Non erano allora mancate le perplessità e le polemiche per le iniziative della Nato e l’esportazione delle armi, con la condivisa decisione dell’Ue di devolvere il premio in aiuto dei bambini vittime di guerre e conflitti.

E’ invece dell’85 il messaggio che il  card. Martini inviò agli organizzatori dell’iniziativa “Milano per la pace e il disarmo”, in corteo dalla Scala al Duomo, in occasione del 40° anniversario della fondazione dell’Onu, con domande essenziali: quale tipo di sviluppo per la convivenza umana? quale senso ha il concetto di liberà e di autodeterminazione dei popoli? quali misure concordate potranno allontanare la guerra?

Durante gli anni, ancor prima della caduta del muro di Berlino, in molte manifestazioni popolari per la pace a Milano e con le Acli nei corsi residenziali in val Formazza, a Motta di Campodolcino e in trasferta a Friburgo, Basilea e nei Paesi dell’Est europeo, abbiamo testimoniato la speranza del disarmo dai missili e dal nucleare, con incontri fra  popoli divisi dalla cortina di ferro e dalla guerra fredda, per sperimentare occasioni di dialogo e fraternizzazione.

Con l’invasione dell’Ucraina che semina distruzioni, vittime innocenti, sfollati e migrazioni di massa, il mondo sembra impotente a fermare l’aggressore, mentre l’Onu e l’Unione Europea, paralizzati da veti incrociati e da interessi divergenti, rischiano di trasformarsi in ”giganti dai piedi d’argilla”, invece che diventare interlocutori credibili e indispensabili per trasformare la logica delle armi in strumenti di rifondazione della convivenza pacifica.

Dobbiamo riscoprire e ripercorrere le strade della “diplomazia popolare” in campo aperto, oltre gli schieramenti ideologici e le appartenenze politiche, per valorizzare i percorsi di pace e di solidarietà che scaturiscono dalla nostra vocazione cristiana, ecumenica e interreligiosa, nonostante il devastante conflitto che purtroppo sta coinvolgendo fratelli che professano la stessa fede.

Molte sono gli interrogativi che emergono spontaneamente sulla fornitura di armi al Paese aggredito per la legittima difesa, sulla corsa al riarmo, sull’allargamento dell’Unione Europea, sull’adesione alla Nato delle nazioni dell’Est europeo, sull’alleanza atlantica e sul sogno dell’Europa “dall’Atlantico agli Urali” che ha alimentato le speranze della costruzione di un continente capace di respirare con i due polmoni dell’ovest e dell’est.

Non ci sono risposte facili o unilaterali che rischiano di allontanare i tempi della cessazione delle ostilità, dei negoziati, della ricostruzione e del ritorno dei profughi, ma invece ci devono essere aperture all’accoglienza, alla condivisione e all’approfondimento delle cause del conflitto, per individuare percorsi condivisi di diplomazia popolare capaci di coinvolgere le istituzioni e i cittadini nella ricerca di proposte e azioni di pacificazione fra i popoli europei.

La tragica guerra che ha portato alla disgregazione della Jugoslavia, con sconvolgenti conflitti etnici e religiosi, ha dimostrato che la comunità è stata lacerata da rinascenti nazionalismi che non hanno saputo valorizzare la “convivialità delle differenze”, indispensabile in una società che si vuole aprire al futuro in dialogo con culture e tradizioni apparentemente inconciliabili.

Con “un sorriso per la Bosnia” e la carovana dei pacifisti a Mostar per chiedere la “pace subito”, c’era stata la condivisione del dolore per le vittime del drammatico conflitto balcanico, mentre con la marcia da Milano a Comiso, e poi fino a Ginevra, contro l’installazione dei missili americani in Sicilia e dei missili sovietici verso l’Europa, la testimonianza popolare aveva evitato che la sfida bellica fra le superpotenze raggiungesse livelli intollerabili di non ritorno.

Sembrano lontani i tempi delle richieste della dissoluzione reciproca del Patto di Varsavia e della Nato, della riconversione dell’industria bellica, dello smantellamento degli arsenali nucleari e delle mobilitazioni per il superamento delle strategie di riarmo infinito dei “signori della guerra”, ma è ancora indispensabile lavorare per la pace minacciata da nuove sfide sempre più incomprensibili che ci stanno portando alle soglie della “terza guerra mondiale a pezzi”, come profeticamente ha ammonito papa Francesco.

Si deve tornare all’incontro di Assisi dei responsabili di tutte le religioni in preghiera per la convivenza pacifica dei popoli della terra e all’Assemblea ecumenica di Basilea con cattolici, ortodossi e protestanti, impegnati per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato, contro la minaccia della guerra e per un rinnovata collaborazione fra le Chiese in Europa.

La riconciliazione nel continente europeo è l’obiettivo strategico delle nuove generazioni che devono saper raccogliere  la staffetta da tanti lavoratori e cittadini che per anni si sono impegnati in Italia e nel mondo per la pace, la libertà e la giustizia sociale, con l’entusiasmo e la passione di continuare la lotta per la giusta causa della convivenza pacifica e del superamento delle tensioni e rivendicazioni nazionalistiche che generano incomunicabilità fra l nazioni e le popolazioni coinvolte nelle avventure belliche.

Le Acli per la vocazione pacifista e le esperienze di solidarietà internazionale degli aclisti impegnati concretamente nell’aiuto alle popolazioni in conflitto e negli scambi culturali nell’Est europeo, nei Balcani e in altri continenti, vogliono contribuire alla ricerca degli spazi d’azione per far cessare le ostilità e avviare soluzioni diplomatiche e alternative alla guerra “inutile strage”.