Cos’è la comicità e come può aiutare a vivere meglio

Cos’è la comicità e come può aiutare a vivere meglio email stampa

Ridiamo solo dell’imprevedibile, di qualcosa che non ci si aspetterebbe mai succedesse, e questo determina una “rottura” all'interno della nostra realtà

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Foto di Pexels da Pixabay

Vi siete mai chiesti perché ridiamo? Che cos’è la risata? Se si comprende questo, si può comprendere anche cos’è la comicità e a cosa serve.
Purtroppo, come succede per la battuta, che non si spiega mai perché perderebbe la sua magia, allo stesso modo, se cerchiamo di spiegare perché ridiamo, ci accorgeremmo subito che non è una questione di magia a smuoverci, anzi, è esattamente l’opposto.

Non so se vi siate mai chiesti perché l’essere umano rida, ma sono sicuro vi siate accorti che siamo l’unica specie vivente a farlo. Vi chiedo di dubitare delle persone che dicono: “Ho visto il mio cagnolino Fiffy che rideva, ieri!”, perché purtroppo -o per fortuna per lui- non è così.

Ciò che sono sicuro non vi piacerà sapere è il motivo, per cui siamo gli unici a farlo. Siamo gli unici a ridere perché siamo gli unici a poter fare cose che non andrebbero fatte.

Qui, bisogna fare un piccolo passo indietro; un passo indietro di diecimila anni, giorno più o giorno meno. Non so quando, non so chi, non so perché, ma alcuni uomini, a un certo punto, hanno deciso che ci fosse bisogno di instituire una morale e delle leggi etiche. Forse per una questione puramente sessuale o per permettere al villaggio in questione di vivere in concordia, ma non credo lo sapremo mai perché nessuno di noi era lì; fatto sta che, a un certo punto, ecco che nascono l’etica e la morale. E il giorno dopo nasce la risata. Cos’è la risata? È vedere qualcuno che va in un posto dove non si può andare, e tutti sanno che non ci può andare, ma lui -principalmente senza rendersene conto davvero- ci va lo stesso (sia fisicamente che mentalmente). Tu vedi che ci sta andando, e ti viene da ridere, vorresti dirgli di non andarci, ma lui è troppo tonto, e alla fine, ridi. Anche noi stessi, col passare del tempo, finiamo per renderci conto di essere stati quella persona, in determinate occasioni, e riusciamo a riderci su, come se non fossimo più noi ad aver commesso lo sbaglio. Per esempio: oggi sbaglio spogliatoio, entro in quello delle donne, muoio di vergogna, loro si arrabbiano e mi cacciano, io resto umiliato, non rido. La settimana dopo lo racconto a mio fratello, o al mio migliore amico, come se io fossi un’altra persona, anche se uso sempre la prima singolare, e riesco a riderci. Questo insegna, inoltre, che per ridere di qualcosa c’è bisogno di far passare del tempo, il tempo necessario ad allontanarsi dall’evento. Questo che ho fatto è un esempio fisico (entro nello spogliatoio sbagliato), ma mi potrebbe capitare di ridere anche di cose legate solo a pensieri.

Per riassumere, la risata insegna che esistono luoghi dove non possiamo andare, e che li decidiamo noi, volta per volta, all’interno della storia, e che quindi le battute sono limitate all’ambiente in cui vengono fatte. Un ambiente che deve rispecchiare una realtà ben definita, escludendo dalla risata chi in questa realtà non si ritrova. Se c’è un posto dove gli spogliatoi sono tutti misti, e non esistono quelli dei maschi e quelli delle donne, e io tento di far ridere con il mio racconto, l’unica risposta che avrò sarà un gruppo di persone deluse, che non capiranno di cosa sto parlando. Infatti, oltre al tempo, l’altro elemento imprescindibile della risata è il contesto (l’ambiente).

Noi ridiamo solo dell’imprevedibile, di qualcosa che non ci si aspetterebbe mai succedesse, e questo determina una “rottura” all’interno della nostra realtà. Non vedremo più uno spogliatoio senza pensare a quella storia, se qualcuno ce la raccontasse. A sostegno di ciò, il concetto di “rompere qualcosa” è fortemente presente anche nei termini che descrivono il “farsi grosse risate”. Sbudellarsi, ridere a crepa pelle, queste due locuzoni descrivono una rottura fisica, mentre altri come sbracarsi, cioè quando ti cadono le braghe, o pisciarsi sotto dal ridere, sono legati a una rottura morale. La risata, quindi, determina una rottura della convenzione più pura. È andare dove non si può andare.

Oggi ci troviamo in una realtà già distorta di suo. Questo periodo storico è un momento dove nessuno vuole stare, una situazione che gli studiosi di trame cinematografiche definirebbero come “evento scatenante”, cioè il momento in cui succede qualcosa, e da quel punto in poi tornare indietro è impossibile. Noi siamo qui. E non vi preoccupate se non riuscite a riderne, se non vi fanno ridere le cose che vi inviano via chat o altro, è solo perché non è passato tempo. Per noi, tutto questo, è reale, è presente, non è l’opzione più lontana. Quando racconteremo di questo periodo ai nostri figli, lì, forse, se ne saremo in grado, rideremo. Eppure, la comicità aiuta anche a vedere l’assurdo nelle cose -anche se sono sicuro che molti di voi non ne abbiano bisogno oggi come oggi-, ci insegna che, se visto da fuori, è tutto assurdo il mondo. Prendere la vita alla leggera, non vuol dire riderci su, sono due concetti molto diversi.

Un comico non è uno che prende la vita alla leggera, è un uomo che prende la vita come gli viene data, e decide di non farsi schiacciare da essa, ma di vederla come se ci si trovasse per un attimo nello spogliatoio sbagliato, aspettando il momento in cui raccontarlo a qualcuno. Più si ragiona così, più il tempo necessario a metabolizzare la possibilità di ridere di qualcosa si accorcia. Rendendosi conto che, ovunque ci troviamo, anche in un’epidemia mondiale come questa, ci sarà sempre possibilità, un giorno, di “riderci su”. Un giorno avremo imparato a guardare tutto questo con l’occhio dell’assurdità, senza paura, lasciando la realtà lì dov’è, perché quello è il posto dove deve stare. Farsi una risata non vuol dire essere degli screanzati, o delle persone poco coscienziose, è esattamente l’opposto; farsi una risata vuol dire avere coscienza che da qualche parte, in qualche epoca passata o futura, qualcuno potrebbe davvero scriverci un libro infinitamente divertente su ciò che stiamo vivendo oggi.

Ridere è una forza. È andare in uno spogliatoio, e pensare che forse, se quella separazione di maschio femmina non fosse mai avvenuta, oggi non ci sarebbero tanti dei problemi che abbiamo. È guardare la verità in faccia, nuda e cruda, e rendersi conto che noi, piccoli animaletti deviati, ormai non possiamo far altro che ridere.

Spero sia chiaro inoltre che l’ambiente non derivi solamente dal contesto sociale, ma anche dalla storia individuale di ognuno di noi. Perciò, se non ridi di qualcosa, non ti preoccupare, ma non ti inalberare con chi ne ride. Lui vive in un contesto, su quella determinata battuta, diverso dal tuo, e magari, per il concetto di tempo, anche tu tra trent’anni ci riderai su.

“L’arte mi trascina, mi avvinghia, e tutto, anche la guerra, mi pare ormai ridicolo e stravagante. L’unica cosa è ridere, ridere d’ogni cosa, ridere sempre e comunque per omnia saecula saeculorum.”

Giugno 1915. Walter Giorelli, giovane pittore romano, scaraventato nell’immane carnaio della Prima guerra mondiale. (di Dario Malini)