Da Washington un monito all’Unione Europea per salvare la nostra democrazia

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Ora gli Stati sono chiamati a costruire il futuro che garantisca ancora la nostra libertà e l'equità per tutti.

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Quel che è accaduto il 6 gennaio negli USA non è stato un colpo di Stato. Però è stato un “vulnus” molto pesante alla libertà e alla democrazia.
Gli Stati Uniti dovranno molto curare questa malattia: hanno propagandato per decenni di “esportare democrazia” (da Destra e purtroppo anche da Sinistra) senza accorgersi di perdere il controllo della loro. Hanno predicato per decenni da Destra (e purtroppo anche da Sinistra) “American first” (cioè: “Prima gli Americani”) dimenticandosi che prima vengono le persone.
Ci vorrà tempo perché gli Statunitensi curino questa malattia e andranno aiutati, magari anche in modo energico e non sempre ben accetto. Non basta né un Presidente né un Parlamento né un Congresso per curarla. Occorre un POPOLO e un popolo-che-si-educa, un popolo-che-si-forma alla democrazia, senza delegarla.
Che cosa dice quanto accaduto a noi Europei?
Ci dice che non possiamo più rimandare. La pandemia lo ha messo a nudo e non siamo ancora pronti. Con fatica l’Europa si è vista costretta a tutelare i più deboli, a garantire equità, a togliere dalla povertà (o impedire di cadervi) interi Stati membri, a garantire la salute anche dei suoi cittadini non abbienti (diritto che gli USA continuano a faticare a garantire).
Lo si è visto con vari programmi e stanziamenti: il SURE, il Recovery Fund, il piano vaccini.
Ora gli Stati – lungi da forme di clientelismo, da tentazioni di sovranismi, da sindromi da primi della classe (che sono comparsi in qualche Stato dell’Unione anche con il piano vaccini) ma anche da sindromi di idrovore assistenziali (tipiche anche del nostro Paese, della Grecia, della Spagna, magari pensando di destinare i soldi europei per elargire denaro invece che per investire) – sono chiamati a costruire il futuro che garantisca ancora la nostra libertà e l’equità per tutti.
L’alternativa sarà soltanto perdere la democrazia, la nostra libertà (non solo di Governo, ma anche di vita quotidiana – altro che zona rossa, sarà molto peggio!) e l’equità, favorendo i ricchi e i potenti. Anche la nostra salute diventerà una merce e la cura non sarà più un diritto, ma un bene da comprare a carissimo prezzo.
Per arrivare a questo – è inutile girarci intorno – occorre anche decidersi a rinunciare a privilegi ingiustificati: pensioni ottenute in 15 anni di lavoro a fronte di giovani che non sanno se riusciranno ad avere una pensione adeguata; visione del diritto al posto di lavoro inattaccabile a fronte di lavoratori (non sempre giovani) nella gig economy completamente abbandonati a se stessi, senza nemmeno un sindacato che li tuteli; sindacati che pensano più a salvaguardare la propria dirigenza che i lavoratori iscritti; banche che mixano l’attività di concessione del credito ad attività speculativa con i risparmi dei Clienti; un’idea di giustizia che si riduce alla tutela di diritti individuali e perde di vista l’equità di tutti (che si traduce anche nell’equità del caso concreto); la simbiosi intergenerazionale che troppo spesso è cavalcata come conflitto e che può, invece, diventare opportunità di trasmissione del sapere “artigianale” e istituzionale e luogo di promozione della cura; l’abolizione dei paradisi fiscali interni all’Unione Europea.
E così si arriva al paradosso dei social: anche su di essi l’Unione Europea è chiamata a rafforzarsi. L’idea di una libertà d’impresa nel mondo della comunicazione volta soltanto alla massimizzazione del profitto accompagnata alla pretesa del singolo di poter dire tutto quel che vuole, diffondendo informazioni senza nemmeno verificarne le fonti, da massima espressione della libertà dell’individuo (ancora una volta il pericoloso liberismo economico che crea un velenoso cocktail con la cultura dell’individualismo) diventa un modo di governare di un imprenditore potente che indirizza come vuole la politica degli Stati più potenti; tant’è che arriva il primo pazzo di turno (sia pure un Presidente della più importante Repubblica del mondo) e fomenta con dichiarazioni scellerate occasioni di morte (per polizia e manifestanti), mettendo in pericolo la tenuta della democrazia e della pace internazionale. E, per evitare questo, ecco che quel potente imprenditore si arroga il diritto (si vede costretto ad arrogarsi il diritto) di togliere la libertà di esprimersi sul proprio network a quel pazzo che, però, è ancora Presidente.
Abbiamo bisogno di un’Unione Europea che diventi garante dei nostri diritti, delle nostre libertà e della nostra democrazia, ora più che mai!
Con il rispetto di una sussidiarietà che non dimentica la solidarietà. Cioè esercitando quel “subsidium”, quell’aiuto a governare, che in primis ogni persona (che non è mero individuo) e ogni corpo intermedio ha il dovere di accogliere quando la propria libertà di intrapresa (in qualunque campo) necessita di un coordinamento con il bene comune (cioè con le condizioni che permettono a tutti di procedere in modo più spedito) per garantire i diritti di tutti e di ciascuno.

Togliersi dal gioco e fare da soli porta a un individualismo che smarrisce persino la propria libertà.