Dal molo di Lampedusa

Dal molo di Lampedusa email stampa

1392
0
SHARE
Papa Francesco in un momento della celebrazione della Santa Messa sul molo di Lampedusa.

di Lorenzo Gaiani – 09/07/2013

Quante volte si spende impropriamente l’aggettivo “storico” per un evento qualsiasi? Ecco, la presenza di Papa Francesco a Lampedusa è stata veramente uno di quei momenti in cui la storia si ferma e gli occhi si appuntano verso un angolo di mondo ben preciso dove sta accadendo qualcosa di straordinario – bello o orribile che sia.
Accadde così la notte dell’11 ottobre 1962, quando dal balcone di San Pietro un uomo anziano e malato disse che anche la luna si era affrettata a guardare un grande spettacolo, ed esortò a tornare a casa e accarezzare i bambini e asciugare le lacrime. Accadde così nel pomeriggio dell’11 settembre 2001, quando il mondo si fermò a contemplare con orrore due torri che crollavano sotto l’impeto dell’odio e del fanatismo seppellendo, oltre alle persone che vi lavoravano dentro, anche la speranza di un mondo senza conflitti.Ed è accaduto anche l’8 luglio 2013, quando un anziano prete argentino, in mezzo ai dannati della terra e a coloro che, nel disinteresse generale, li accolgono e li sfamano quando riescono a scampare al gelido abbraccio del mare, ha detto che mai più l’uomo dovrà scordarsi del suo fratello, e che non è un gran risultato se l’unica globalizzazione che veramente funziona è quella dell’indifferenza, quella che fa del dolore, della fame e del sangue delle moltitudini uno spettacolo da zapping quanto una comica o un film d’avventura.
Sarebbe facile fare della retorica, ma sarebbe altrettanto indegno dell’enormità della questione in causa e dell’estrema serietà con cui Francesco pone a tutti noi, alle nostre coscienze e alla nostra buona o cattiva volontà l’eterno interrogativo, quello che Dio pose a Caino, quello che a un certo punto tocca tutti noi: “che ne hai fatto di tuo fratello?”. Uno degli effetti della globalizzazione economica e dei meccanismi che la governano, il Papa lo ha intuito bene, è la spersonalizzazione della responsabilità: nessuno è colpevole di nulla, gli abitanti del Sud del mondo soffrono la fame, cercano riparo e miglior ventura in altre terre, si affidano a mercanti di carne senza scrupoli, muoiono in acqua oppure sopravvivono ma vengono rinchiusi in fetidi canili e se riescono ad uscirne è per fare una vita da emarginati perseguitati da leggi vessatorie. Di chi la colpa? Della fatalità, degli eventi naturali? No, quelle morti per cui non piangiamo abbastanza, come ci ricorda il Papa, non sono per nulla fatali o inevitabili, ma sono il frutto di un sistema perverso, di una “struttura di peccato”, secondo la celebre espressione di Giovanni Paolo II, che sono il frutto di scelte politiche, economiche e sociali le quali rimandano tutte a interessi, e quindi a responsabilità, ben precisi.
Se si vuole, anche alla responsabilità del cittadino comune che non sa perché non vuole sapere, perché non si informa, perché si gira dall’altra parte, e con il suo voto e i suoi atteggiamenti continua a rafforzare il sistema orribile che produce tanta morte e tanto dolore, e che è alla base dell’ingiustizia radicale che domina il mondo di oggi.

Le parole di Francesco suonano come un appello alla ribellione contro questo stato di cose, una ribellione che parta in primo luogo da noi stessi, dal ricercare in noi le radici egoistiche di questo male, e di rimuoverle cercando nel frattempo di estendere tale rimozione a tutta la società, denunciando i peccati sociali, le sopraffazioni, le speculazioni, le armi ideologiche del razzismo e della xenofobia, per costruire una società più degna di Dio perché più degna dell’uomo. Lo sanno bene gli abitanti di Lampedusa, che hanno rifiutato l’immagine di comodo delle “vittime” di un’invasione ma cercano, come possono, di alleviare il disagio proprio alleviando il dolore altrui, nella generale disattenzione di una politica nazionale che di questa porta d’Europa si disinteressa se non per certe indegne passerelle mediatiche.
E’comprensibile che da qualche giorno certi giornali di destra, che fino a qualche mese fa non sapevano trovare parole sufficienti per esaltare una civiltà cristiana impastata di latino liturgico, di merletti preziosi e di spirito reazionario, ora riscoprano il fascino sottile dell’anticlericalismo, sempre latente in una parte politica a cui della religione importa solo ed esclusivamente comeinstrumentum regni. La civiltà cristiana che costoro pretendono di difendere in realtà non esiste, e se esistesse non sarebbe affatto cristiana perché prescinderebbe dal Vangelo: ed è solo del Vangelo che interessa al gesuita argentino, un Vangelo prima vissuto che proclamato.
Chi vorrà raccogliere questa sfida, e darvi anima e sostanza nella vita di tutti i giorni?