Dall’esito del referendum indicazioni chiare per la politica

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Il referendum con la sua alta partecipazione ci ha restituito un altro importante dato sulla riscossa della democrazia

C’è un filo che lega l’esito negativo del referendum sulla riforma costituzionale del 2006 e quello di quest’ultimo. In entrambi i casi è stata bocciata l’idea che la Costituzione possa essere terreno di conquista di una parte, attraverso l’uso strumentale della procedura dell’art. 138, che certamente consente modifiche a maggioranza, ma alla condizione che queste siano fatte e percepite dal Popolo nel suo interesse.

Si può parlare di uno “spirito della Costituzione, sopravvissuto al ventennio di Seconda Repubblica, che ha cercato di legittimarsi mediante la sistematica demolizione dei principi e dell’architettura costituzionale. Uno spirito che si è sedimentato nella coscienza popolare, forse anche inconsciamente, sovrastato tuttavia dalle molteplici motivazioni di cui è stato caricato il voto referendario.

L’elemento di differenza sostanziale tra i due referendum è costituito dalla valenza politica che è stata loro attribuita.

Nel 2006 (secondo governo Prodi), la riforma in senso presidenziale del Centro Destra non fu né difesa più di tanto dai suoi autori, né caricata del significato simbolico che la consultazione di questo anno ha assunto per volontà del Presidente del Consiglio dei Ministri, che l‘ha trasformata in un plebiscito sulla sua persona, sulla sua leadership, sulla sua politica.

Vi è stata la volontà di incorporare la riforma nella persona del Presidente, che ha incarnato una narrazione della sua politica, che non ha trovato riscontro, se non in misura minoritaria, nelle aspettative e nelle sofferenze del Paese (Schiavone, Corsera 13 dicembre 2016, Quella frattura sociale dietro la vittoria del No).

Eppure gli avvertimenti ci sono stati con la progressiva disaffezione del voto e le numerose sconfitte alle comunali della scorsa Primavera.

I commenti e le analisi di allora si sono ripetuti oggi e ruotano attorno ad una sola parola che li riassumono: diseguaglianza.

Gli analisti ci dicono che il voto amministrativo di Primavera e più ancora quello del referendum hanno posto una forte domanda di giustizia sociale: meridione, operai, donne, ma soprattutto giovani (il 71% dei giovani sino a 35 anni ha votato no), le cui prospettive di futuro sono peggiori di quelle dei genitori, un ascensore sociale che non sale più e che rischia di entrare in un regime di mobilità discendente.

Una ricerca Cisl-Acli di Roma ha rivelato che i giovani per trovare un posto di lavoro sono disposti a rinunciare alle conquiste dei padri (Di Vico, Corsera 1 ottobre 2016).

La povertà assoluta dei giovani è triplicata (Sabbadini, La Stampa 7 dicembre 2016): i minori e i giovani fino a 34 anni costituiscono più della metà di tutti i poveri assoluti (gli anziani sono circa un ottavo. Saraceno, La Repubblica 7 dicembre 2016).

Le cause del populismo hanno radice nella diseguaglianza (Prodi, La Repubblica 22 giugno 2016), sembra venuta meno la tensione verso l’uguaglianza (Pezzotta, Il Dubbio, 21 giugno 2016). Il ceto medio si è contratto e si avverte un suo progressivo scivolamento verso il basso (Diamanti, La Repubblica 30 maggio 2016).

La mancanza di tutela nel bisogno scatena un fortissimo senso di ingiustizia e paura verso forze capaci di predicare un generico cambiamento radicale (Prodi, cit.).

Alle grandi forze politiche nazionali manca un’interpretazione della storia e del presente (Prodi, cit.).

Non si tratta di cambiare i politici, ma le politiche. Una diversa prospettiva è possibile, mentre in Italia tutti gli attori politici hanno predicato la sterile contrapposizione tra vecchia e nuova politica, o meglio, tra vecchi e nuovi politici, in Austria un professore di 75 anni ha proposto un progetto alternativo alle pulsioni xenofobe e ipernazionaliste del suo avversario, fondato sulla coesione, sulla solidarietà, sul superamento della diseguaglianza, e ha vinto.

Il referendum con la sua alta partecipazione ci ha restituito un altro importante dato sulla riscossa della democrazia. Un Popolo ha voluto esserci. Da qui a dire che vi sia un nuovo protagonismo democratico è forse eccessivo, ma è chiaro che la teoria di un Popolo desovranizzato e di una democrazia recitativa, “dove la vera sovranità, il potere, sarà concentrata nelle mani di governanti e di potentati che al popolo sovrano chiederanno solo di partecipare, con il rito delle elezioni, all’approvazione delle loro decisioni” (E. Gentile, In democrazia il popolo è sempre sovrano: Falso!, Bari Laterza, 2016, p. 129), appare ridimensionata, se non altro perché il segnale è stato così forte che non sarà possibile non tenerne conto.

La massiccia partecipazione referendaria ha espresso una forte esigenza di politica e di proposta politica.

Pensare che la risposta possa passare innanzitutto per la riforma dei partiti significa privilegiare la forma astratta della rappresentanza di soggetti ora del tutto destrutturati rispetto ai contenuti di una cultura e di una proposta politica.

I ricercatori ci dicono che esiste una diffusa vocazione nell’impegno sociale e ci dicono che ormai siamo definitivamente transitati dalla politica e dai partiti delle appartenenze ideologiche e di classe all’era della politica per affinità: la cosiddette “comunità di sentire” (Swg, 8 luglio 2016).

Aldo Moro perseguiva un progetto di inclusione politica che era funzionale all’inclusione sociale, perché i partiti allora erano autentiche comunità capaci di collegare bisogni – interessi – politica. Oggi questi soggetti non ci sono più, ma esistono le reti informali delle comunità per affinità di sentire, esiste la rete forse un po’ esangue dei corpi intermedi, con questa trama di relazioni si può iniziare il cammino.

E qual è il nostro sentire, se non quello di una proposta che dal momento sociale evolve in proposta alla e per la politica (R. Biorcio e T. Vitale, Italia Civile, Roma, Donzelli, 2016), a partire dall’impegno contro le diseguaglianze, dentro il quadro dei valori costituzionali di libertà, socialità, responsabilità, autonomia.

Oltre il referendum, il riformismo possibile – di Lorenzo Gaiani