Dallo Statuto dei lavoratori al Jobs Act per il diritto al lavoro

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di Giovanni Garuti – 22/10/2014

Il diritto al lavoro è scritto nella nostra Carta Costituzionale e quindi il lavoro va rimesso al centro per ridare “motore alla società”

Alla soglia degli anni ’70, dopo la lunga stagione delle contestazioni studentesche e delle rivendicazioni dell’autunno sindacale, con le manifestazioni operaie e popolari della “strategia delle riforme” per il diritto al lavoro, alla salute, alla casa e alla pace, con le tragiche vicende delle stragi eversive, il varo dello Statuto dei lavoratori sulla libertà e la dignità nei luoghi di lavoro, apriva una nuova fase dell’attuazione dei principi costituzionali.

Si trattava in particolare, della libertà di opinione, della tutela dell’integrità fisica, del diritto di associazione, della reintegrazione nel posto di lavoro, delle rappresentanze aziendali, dell’assemblea, del diritto di affissione, del divieto di indagini sulle opinioni, degli accertamenti sanitari, degli atti discriminatori e delle sanzioni disciplinari, con l’ingresso della “democrazia in fabbrica”.
Chi ha vissuto quell’epoca dei diritti conquistati in “campo aperto” contro i licenziamenti illegittimi e senza giusta causa, può testimoniare senza nostalgia, la necessità della memoria per la difesa del diritto al lavoro, in un millennio che si è aperto con la globalizzazione dei mercati e con le spregiudicate speculazioni finanziarie che stanno producendo disoccupazione e povertà.
La scomparsa dei grandi complessi industriali e le delocalizzazioni delle attività produttive, stanno desertificando i territori, mentre le aziende commerciali e i nuovi mestieri della “fabbrica diffusa”, generati dalla ricerca e dall’innovazione digitale, non riescono, anche a causa della grande crisi che ha investito l’Europa, a creare nuova occupazione, ma invece lavori precari e a termine, senza garanzie per il futuro delle nuove generazioni.

Se “il lavoro non è finito”, come hanno detto le Acli all’Incontro di studi a Cortona, si deve superare il fatalismo dell’impotenza per rivendicare il ruolo degli studenti, dei lavoratori, dei cittadini, delle famiglie, delle organizzazioni sindacali e sociali, nel dialogo con il mondo economico e le Istituzioni, per trovare vie d’uscita condivise e praticabili con la creazione e la ridistribuzione egualitaria delle offerte di lavoro per tutti.
Nella società postindustriale e del capitalismo informatico e robotico, si deve affrontare e difendere il lavoro che cambia, nell’ottica dell’economia sociale e dell’azienda “bene comune”, con il lavoro condiviso, l’imprenditorialità diffusa, la riemersione delle professionalità, la valorizzazione delle risorse umane, gli investimenti pubblici per l’occupazione giovanile. Gli interventi di Bobba e Olivero, di Rossini e Bottalico, con il contributo degli economisti invitati a Cortona, hanno evidenziato la necessità di creare pari opportunità, con una filiera di servizi per il lavoro e di contratti di solidarietà intergenerazionali, per superare la frammentazione con la formazione permanente, l’estensione delle tutele e della protezione sociale. Si deve tornare a pensare al lavoro come “motore della società”, per creare coesione sociale e contrastare la povertà, affrontando la drammatica caduta dell’occupazione con un piano industriale in armonia con l’ambiente e il territorio, valorizzando l’imprenditorialità giovanile e le economie locali.
Si deve sostenere chi perde il lavoro, che è un “dono” e un diritto, per contrastare la dilatazione delle disuguaglianze che lacerano il tessuto democratico, alimentano la disoccupazione e l’inattività giovanile, impediscono il riconoscimento dei diritti di cittadinanza.

L’incontro a Milano, dopo Berlino e Parigi, nell’ambito del semestre italiano, del Consiglio europeo con Schulz, Barroso, Merkel e Hollande, sulla questione della crescita e dell’occupazione, ha fatto emergere l’urgenza di favorire la ripresa economica con investimenti pubblici e privati, perché ormai troppe persone sono senza lavoro e c’è il rischio di perdere una intera generazione.
Va superato il divario fra i lavoratori e i precari, con tutele egualitarie e l’estensione delle protezioni sociali, oltre che con riforme strutturali per aumentare i livelli di competitività internazionale e scoraggiare le imprese europee che sono tentate di trasferirsi altrove, attratte da bassi salari e da condizioni ambientali e fiscali più favorevoli.

La delega al Governo sul lavoro, il Jobs Act, di “aggiornamento” dello Statuto dei lavoratori e della più recente legge Fornero con disposizioni per una prospettiva di crescita, deve confermare il diritto dei lavoratori a non essere licenziati senza un valido motivo, per evitare che la crisi che stiamo attraversando favorisca comportamenti illegittimi e discriminatori.
Si tratta di non togliere le tutele a chi le ha, ma di estenderle con la riforma degli ammortizzatori sociali a sostegno dei lavoratori indifesi e dei disoccupati involontari, con l’adeguamento dei servizi al lavoro, attualmente inefficaci a far incontrare la domanda e l’offerta, per avviare politiche attive di formazione e di riqualificazione professionale.
La Costituzione afferma che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, che riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo il diritto. Il diritto di lavorare è inalienabile e quindi si deve dare la parola a chi è senza lavoro, per sconfiggere la “piaga” del terzo millennio che può generare solitudine e infelicità, se non si creano le condizioni per una solidarietà diffusa a sostegno delle famiglie coinvolte, con l’offerta a tutti delle pari opportunità per l’accesso al lavoro e la partecipazione attiva alla vita della comunità.