Dayton; è cambiato qualcosa in Bosnia?

Dayton; è cambiato qualcosa in Bosnia? email stampa

Più di mezzo milione di cittadini e cittadine hanno lasciato la Bosnia Erzegovina negli ultimi quattro anni

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Tamara Cvetković è una peacebuilder, nata in Bosnia Erzegovina. Attualmente è studentessa del Master of Human Rights and Conflict Management presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Negli ultimi dieci anni ha lavorato attivamente in Bosnia Erzegovina in vari progetti nell’ambito dei diritti umani, dei diritti umani delle donne, della costruzione della pace e della prevenzione del genocidio. Queste attività nel suo Paese le hanno causato ritorsioni e minacce, Tamara inoltre ha conosciuto la tragedia di Srebrenica, perdendo il suo amato nonno, ritrovato anni dopo, in una fossa comune. Anche per questo crede che i cambiamenti partano dal livello locale e che l’istruzione sia un elemento importante sia nella creazione e prevenzione dei conflitti, che nella realizzazione di una società più sana!
Un suo contributo molto interessante si trova all’interno del libro Dayton, 1995. La fine della guerra in Bosnia Erzegovina, l’inizio del nuovo caos (Infinito Edizioni, 2020)

Dal vostro punto di vista come è l’attuale situazione del sistema scolastico in Bosnia Erzegovina?
Quando parliamo del sistema educativo in Bosnia-Erzegovina, la situazione non è così positiva. La nostra scuola è basata su  un sistema educativo che non è cambiato negli ultimi settant’anni. La Costituzione stabilisce tre piani educativi, creati per ciascuno dei tre gruppi nazionali, mentre nel Distretto di Brcko si vive una situazione molto complessa, direi, quasi surreale: gli insegnanti durante le lezioni devono dividere la lavagna in tre parti e scrivere nella lingua di tre popoli. E, non è finita qui! Andiamo oltre:  nel XXI secolo, c’è il cosiddetto fenomeno delle “due scuole sotto lo stesso tetto”, che sono il più grande e visibile esempio di segregazione tra gli studenti in Bosnia-Erzegovina. In ben 56 scuole in Bosnia Erzegovina, gli studenti sono fisicamente separati gli uni dagli altri, di solito con una recinzione metallica, e studiano secondo piani e programmi di insegnamento separati. L’esempio più comune di segregazione è tra i bambini bosgnacchi e croati di Bosnia. Inizialmente, questa idea avrebbe dovuto servire come soluzione immediata, ma purtroppo è stata mantenuta fino ad oggi, venticinque anni dopo la firma dell’accordo di pace di Dayton. Ma c’è anche una buona notizia: un esempio positivo della lotta alla segregazione sono gli studenti della scuola di Jajce, città importante nella storia del nostro Paese, che hanno impedito l’istituzione di una nuova scuola dello stesso modello.

Quale è la situazione attuale dei matrimoni misti in Bosnia Erzegovina partendo anche dal vostro vissuto personale?
Questa è una domanda molto interessante e non credo che esistano statistiche accurate riguardo al numero di matrimoni misti in Bosnia-Erzegovina. Dopo la guerra, il comportamento stereotipato nei confronti di tali matrimoni era evidente. Penso che nel dopoguerra non sia stato facile per nessuno, soprattutto quando si parla dei piccoli paesi delle aree rurali dove si può essere più facilmente oggetto di commenti negativi. Abbiamo però ancora città che erano un tempo note per il loro alto tasso di matrimoni misti e ne possono vantare ancora molti: una di queste è Tuzla.

A mio modesto parere, essere figlio di un matrimonio misto, nel mio caso, non è stato facile. Sono cresciuta in una zona di campagna che era monoetnica e tutti sapevano che mia madre era “diversa”. Ho sopportato insulti e offese e ho cercato di capire perché le persone sono così piene di odio e penso che la risposta a tutto questo sia che, in qualche nostra parte interiore,  siamo pieni di paura dell’altro e del diverso, e che, purtroppo, a causa soprattutto della propaganda televisiva, siamo colmi di pregiudizi e stereotipi, gli uni nei confronti degli altri.

Voi siete di una generazione che ha vissuto nei primi anni della propria vita la guerra in Bosnia Erzegovina, molti di voi, giovani bosniaci e bosniache, sono nati immediatamente dopo il conflitto, quale è la vostra percezione del futuro del vostro Paese alla luce della situazione attuale, quali sono le prospettive?
Penso che ci sia un gran numero di giovani che vorrebbero cambiare e che stanno già cambiando la situazione e il quadro più ampio in / e sulla Bosnia Erzegovina. La situazione attuale non è delle più rosee e la causa principale è la nostra passività come cittadini della Bosnia Erzegovina oltre a una grande “fuga di cervelli” nei paesi dell’Europa occidentale, in Australia e America.

Siamo di fronte a una struttura politica molto corrotta e profondamente radicata che non teme sanzioni e non consente modifiche. A causa di questa situazione, più di mezzo milione di cittadini e cittadine hanno lasciato la Bosnia Erzegovina negli ultimi quattro anni. Stiamo sopravvivendo alla crisi dei migranti iniziata nel 2015 con l’accordo tra UE e Turchia, e che ora colpisce la maggior parte dei paesi dei Balcani occidentali dove quest’anno si è manifestata una vera e propria crisi umanitaria (chiusura dei campi, mancato monitoraggio e assenza di registrazione delle persone in transito, aumento della violenza da parte della polizia di frontiera croata e così via).

Per aspettarci dei cambiamenti nel nostro futuro, dobbiamo prima combattere i demoni del passato e confrontarci con questo e affrontarlo! Quando saremo riusciti in questo difficile passaggio, saremo in grado di parlare di una pace positiva rispetto a quella negativa che abbiamo vissuto negli ultimi venticinque anni! Avremo la possibilità di viaggiare liberamente da un’entità all’altra del nostro Paese (perché anche oggi ci sono giovani che non si sono spostati da un’entità all’altra a riguardo si legga l’articolo di Silvio Ziliotto, riportato in questo speciale del Giornale dei lavoratori), di fidarci di più gli uni degli altri e di rispettarci! E solo come tali possiamo muoverci verso la via dell’Unione Europea e di una società più moderna!