Dimensione etica e religiosa nel lavoro femminile

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Il momento di crisi sociale, economica, etica e valoriale che stiamo ancora attraversando nella nostra nazione incide in modo preponderante sulla condizione lavorativa delle donne.

Sono parecchi anni che il tasso d’inclusione delle donne nel mercato del lavoro è sempre pari o inferiore al 50 % – meno di una donna su due è inclusa nel mercato del lavoro – anzi precisamente in Italia il tasso di occupazione maschile è pari a 68,5 mentre quello femminile è pari a 46,3 .( Tassi occupazione per genere – I Trim 2009 Fonte Eurostat )       

Paradossalmente ci troviamo in una situazione sociale per cui se per un verso l’occupazione femminile non cresce, dall’altro verso il lavoro della donna diventa essenziale poiché sempre più spesso in una famiglia diventa necessario possedere due redditi, pena la decadenza della stessa al di sotto della soglia della povertà. Gran parte degli economisti sostengono che il lavoro femminile è il motore di uscita dalla crisi.

La famiglia in cui lavorano entrambi i membri della coppia sarebbe una grande consumatrice potenziale di servizi e questo agirebbe come una sorta di volano di attività economiche e di posti di lavoro. Inoltre il lavoro femminile attiverebbe dinamiche capaci di sostenere uno sviluppo in diversi settori : accanto ad una crescita demografica si registrerebbe lo sviluppo di un settore terziario dedito alla realizzazione di servizi finalizzati alla conciliazione lavoro e famiglia.

In effetti, è statisticamente appurato che il lavoro femminile si accompagna anche ad un aumento demografico se sono messi in campo servizi e misure adeguate finalizzate al sostegno della maternità (servizi per l’infanzia, sostegni economici, contratti di lavoro part-time ecc) e che la crisi demografica si registra in assenza di concreti servizi alla famiglia. Se non si aprono occasioni perché le donne possano conciliare tempi di lavoro e tempi di vita familiare, il dato della disoccupazione femminile rimarrà sempre alto, con grave nocumento per la realizzazione della personalità e dell’autonomia femminile.

Un’altra circostanza degna di nota è che di fatto la donna dedita alla cura è l’artefice effettivo del sistema di welfare che sostiene oggi le fragilità sociali : i bambini e gli anziani. La figura femminile assorbe le mancanze strutturali dello stato sociale italiano che non riesce a strutturare servizi e misure idonee a sostenere le fasce sociali più deboli.

Anche nel merito della questione della “previdenza al femminile” è evidente che resta forte la penalizzazione delle donne sul piano sociale. Le donne sono le più penalizzate dalle riforme pensionistiche degli ultimi anni.

Si è giunti addirittura a definire questa riforma previdenziale in quanto portatrice “di una parità malintesa “ perché la parità dell’età pensionabile tra uomo e donna non si accompagna ad una riforma del mercato del lavoro. Inoltre l’elevazione del requisito anagrafico della pensione determina ripercussioni sulla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro delle donne e di riflesso sull’organizzazione della famiglia dal momento che alle pensionate molto spesso tocca in larga parte la gestione dei nipoti e dei famigliari. Inoltre il tema della previdenza non va disgiunto dal tema del lavoro, che della previdenza costituisce il “polmone finanziario”. Bassi tassi di occupazione e bassi salari pongono un problema di adeguatezza del sistema previdenziale e conseguentemente della sostenibilità della funzione previdenziale e assistenziale. Un mercato del lavoro povero genera una società povera.

Di tant’altro si potrebbe disquisire in merito alle problematiche legate al lavoro femminile (disparità salariali, presenza limitata negli organi decisionali, rapporto tra la distribuzione dei carichi di lavoro all’interno della famiglia e i mancati successi nella carriera lavorativa ecc..) del resto le asimmetrie di genere dipendono ancora da modelli culturali penalizzanti che impongono difficoltà aggiuntive alle donne sul fronte famigliare, lavorativo sociale ed economico.

In particolar modo oggi la crisi coinvolge molto di più le donne e paradossalmente registra la perdita delle conquiste sociali del passato, l’espulsione dal mercato del lavoro ed un ritorno al lavoro di cura . E tutto ciò accade, anche se la nostra Carta Costituzionale riconosce già nei principi fondamentali parità di diritti senza distinzione di sesso e nell’art. 31 nell’agevolare la formazione della famiglia dichiara che la Repubblica “………. protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù favorendo gli istituti necessari a tale scopo”. E nell’art. 37 recita: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione…….”.

La breve descrizione riguardante le problematiche di genere nel mercato del lavoro porta a costatare come la donna rivesta ancora un ruolo marginale nelle dinamiche lavorative ma soprattutto che ancora oggi non siano considerate, sostenute e valorizzate le grandi potenzialità insite nella dimensione di genere.

Condivido quanto affermato dal noto economista Luigino Bruni: “Non dimentichiamo che a differenza dei secoli passati quando la sfera pubblica era monopolio dei maschi (che la teorizzavano e la occupavano), oggi le donne si trovano a vivere in istituzioni economiche e politiche nelle quali restano, di fatto, periferie culturali e teoriche. I dati ci dicono che nelle nostre imprese e banche sono soprattutto le donne a soffrire, perché si ritrovano in luoghi di lavoro pensati, disegnati e incentivati da teorie mancanti ‘dell’altra metà’ del mondo e dell’economia. Cambiare l’economica per renderla a ‘misura di donna’ comporterebbe – lo accenno soltanto – rivedere anche la teoria e la prassi della gestione della casa, l’economia della famiglia, l’educazione dei figli, la cura dei vecchi. E molto altro ancora. Le difficoltà del tempo presente dipendono anche dal non riuscire a valorizzare l’immensa energia relazionale e morale delle donne, che sono ancora troppo spesso ospiti e straniere nel mondo produttivo degli uomini, e così non riescono ad esprimere tutte le loro potenzialità e talenti. Anche l’economia attende di essere vivificata dal genio femminile “. (Luigino Bruni – Economia – Lessico del ben – vivere sociale/15 pubblicato su Avvenire 05.01.2014)

Quella di Bruni e della scuola di Economia civile rimane, a parer mio, una voce isolata nell’ambito degli studiosi del mercato del lavoro : è opinione comune e condivisa dalla maggior parte degli economisti la necessità di cambiamento dell’attuale modello di sviluppo ma pochissimi, e sono per lo più donne, fanno riferimento a caratteristiche e potenzialità specifiche del genere femminile.

Eppure studi e analisi in questo campo hanno dato risultati comprovati sulle potenzialità delle donne. “Le donne leader: hanno ottenuto punteggi significativamente superiori a quelli maschili in assertività, disponibilità al rischio, empatia tenacia e socievolezza; hanno un orientamento al team-building nel problem solving e nel processo decisionale avendo una maggiore propensione all’ascolto e agendo una leadership inclusiva “ . (L. d’Ambrosio Marri – Marcella Mallen Effetto D ed. Franco Angeli pag. 68- 70)

Invece il tentativo avanzato dalla classe dirigente per lo più maschile è stato quello non di valorizzare le differenze di genere rendendole una ricchezza per la società ma quello di indurre la componente femminile ad assumere modalità, tempi e modi prettamente maschili per poter assurgere a luoghi decisionali sacrificando così le caratteristiche migliori della dimensione femminile.

“Io credo che il genere femminile sia più forte perché ha una riserva in più, quella della maternità. Sa trasformare in forza la propria vulnerabilità e non teme di perdere la propria dignità, così diversa dalle strutture in cui è imprigionata quella maschile. In tempi di femminismo ho pensato che bisognava combattere non per essere uguali agli uomini ma per il diritto alla differenza. E Ho rigettato qualsiasi tentativo di sopprimere le specificità, ne ho fatto una battaglia viva”. (N. Zevi “Tullia Zevi : ti racconto la mia storia “ pag.115 2007 Rizzoli )

La capacità di ascolto e di coinvolgimento, la praticità e la concretezza, l’attenzione al particolare e all’altro sono tutte caratteristiche che se agite potrebbero far sì che “le donne siano portatrici di un nuovo paradigma, un nuovo modello di società condivisibile da tutti, uomini e donne “. ( Chiara Mangiarotti “ Alain Touraine – Il mondo è delle donne ?” pag. 84 in Attualità Lacaniana n. 16 gennaio – giugno 2013). In questa situazione di crisi economico sociale che colpisce pesantemente il mondo del lavoro è determinante il recupero della dimensione religiosa.

Personalmente ritengo che ritrovare quella dimensione etica e valoriale, tanto necessaria in questo tempo di crisi, possa divenire una prerogativa della dimensione femminile.

Penso che la donna sia in questo privilegiata perché ha in se insita questa dimensione di attenzione all’altro che la caratterizza nelle varie fasi della vita.

“ Le donne – diceva Emmanuel Mounier – sono portate alla relazione perché l’hanno iscritta nel corpo e hanno una maggiore contiguità con l’idea di solidarietà o quantomeno con un’idea non parcellizzata di individuo.” I testi biblici sono ricchi di testimonianze di questa circostanza. Del resto da sempre le donne hanno un ruolo decisivo nella storia della salvezza. Spesso l’elemento femminile rappresenta la difesa della vita di fronte al potere. Un esempio illuminante emerge dal Libro di Rut: la storia di una donna vedova e straniera che non esita ad aiutare la suocera Noemi e costruisce con lei un riscatto sociale “Rut come vedova non vuole soccombere al potere degli uomini. Rompendo l’androcentrismo della legge la orienta verso le esigenze delle donne vive . (…) Nel Libro di Rut il problema religioso è essenzialmente un problema etico. Dio Agisce attraverso atti di amore delle persone, attraverso la rete di solidarietà che le donne sono riuscite a creare oltre le consuetudini sociali e i doveri legali superando le identità statiche di appartenenza ( di etnia e di religione ). (Adriana Valerio “Le ribelli di Dio “ pag. 67 – 70 2014 Feltrinelli)

Sebbene il messaggio di Gesù avesse valorizzato le donne donando loro una dignità e liberandole dalla loro marginalità non sempre la storia della chiesa, a causa di diverse interpretazioni ed implicazioni teologiche, ha reso concreto tale messaggio. “ Lo stesso Concilio Vaticano II ha rappresentato per la donna l’affermazione dell’uguaglianza fondamentale con l’uomo, del rispetto dovuto ai diritti fondamentali che la riguardano perché essere umano e del suo apporto indispensabile nella vita della famiglia, della società e della comunità ecclesiale “. (Adriana Valerio “Madri del Concilio “ pag. 153 2012 Carocci ed)

In questa epoca in particolar modo Papa Francesco interpreta e sostiene la dimensione femminile rivitalizzando il messaggio evangelico.  “Se nel mondo del lavoro e nella sfera pubblica è importante l’apporto più incisivo del genio femminile, tale apporto rimane imprescindibile nell’ambito della famiglia, che per noi cristiani non è semplicemente un luogo privato, ma quella ‘Chiesa domestica’, la cui salute e prosperità sono condizione per la salute e prosperità della Chiesa e della società stessa”. (…) “ Papa Francesco udienza al CIF (Centro Italiano Femminile ) 25.01.2014.

«La donna deve essere custodita, aiutata in questo doppio lavoro: il diritto di lavorare e il diritto della maternità» Papa Francesco 31/10/2015 Udienza all’UCID

Condivido pienamente l’assunto che la figura femminile abbia un ruolo importante nel rivitalizzare il mondo del lavoro e l’intera società. “In generale si può pensare che una società avanzata che ancora non sia in grado di rispondere alle esigenze sopra indicate, garantendo i diritti naturali e quelli riconosciuti come principi fondamentali, rischia di limitare la donna nei propri compiti facendo perdere quella ricchezza che i due valori indicati, maternità e lavoro, offrono non solo a lei personalmente ma anche alla struttura familiare, e soprattutto allo sviluppo della società stessa”. Maria Ruini Oikonomia – Rivista di etica e scienze sociali 2015 * Ritengo importante in questo momento storico affrontare questa questione che tento di definire come la “dimensione etica / religiosa legata al lavoro del genere femminile”. Penso che la figura femminile possa contribuire a ridare una nuova etica a questa nostra società ormai individualista, votata al profitto e incurante dei valori e della religiosità intrinseca ad ogni animo umano.

Le donne possono realisticamente incidere in modo determinante nel riscoprire l’uomo ….evangelico. Mi rendo conto che non è sufficiente, essere donna per condividere questo assunto soprattutto perché spesso le donne sono indotte ad assimilarsi alle dinamiche maschili e ad interpretare un ruolo esattamente contrario alla natura femminile instaurando anche competizioni e conflitti di genere che mal si conciliano con quanto fin qui sostenuto. Nonostante tutto sono convinta che sia quanto mai necessario approfondire questi temi e condividerli e farne elaborazioni culturali condivise affinché possano contaminare il pensiero comune.

Delfina Colombo
Responsabile Coordinamento Donne ACLI Regionali Lombardia