Dopo la tragedia di Civitanova

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Foto di Wolfgang van de Rydt da Pixabay

L’omicidio di un ambulante di origine nigeriana avvenuto a Civitanova Marche alcuni giorni fa ha giustamente scosso la coscienza del Paese per la particolare violenza ed efferatezza del crimine, aggravata dalla constatazione che nessuno degli astanti è intervenuto per cercar di fermare l’assassino, mentre molti con i loro cellulari hanno ripreso l’orribile scena.

In apparenza il crimine non sembra avere una matrice politica, e pare più che altro l’atto di un individuo violento e totalmente incapace di controllare la sua rabbia. In ciò il crimine si differenzia, ad esempio, da quello di quattro anni fa a Macerata (nella cui Provincia si trova Civitanova) quando un militante neofascista sparò per le vie della città su persone di colore a rischio di provocare una strage.

E tuttavia, viste le modalità dell’omicidio, si deve pensare che comunque non fosse estraneo un certo razzismo di fondo agli atti dell’assassino, soprattutto nel senso di una percezione di poter sopraffare la vittima, approfittando anche della sua disabilità (cosa che rende il crimine ancora più nauseante).

Due problemi vengono quindi a porsi: il primo è quello di una mentalità razzista che sembra essere quasi diventata un rumore di fondo della nostra società, una sorta di scenario in cui, anche per ragioni di degrado culturale e sociale – come ha giustamente ricordato don Vinicio Albanesi, fondatore ed animatore della Comunità di Capodarco- si è accettato inconsapevolmente il diffondersi di linguaggi e di atteggiamenti che nulla hanno a che fare con l’umanità, con il Vangelo, con la Costituzione.

Il secondo è quello della spaventosa carenza di senso civico che ha reso possibile che un crimine consumato non in una stradina periferica e male illuminata, ma in pieno giorno nel centro di una cittadina, avvenisse nel contesto dell’indifferenza o della paura di quanto avrebbero potuto cercare di sottrarre la vittima alla furia dell’omicida, e non l’hanno fatto, spingendo però il loro morboso voyeurismo a filmare l’assassinio in diretta.

In realtà le due questioni sono legate fra di loro, perché ambedue hanno come radice la mancanza di spirito di comunità, quello che induce a rifiutare la violenza come metodo nelle parole come negli atteggiamenti, e che non predilige il quieto vivere all’assunzione di responsabilità diretta, soprattutto nel momento in cui i deboli sono vittime della violenza dei prepotenti.

Nell’imminenza delle elezioni politiche del 25 settembre dobbiamo aspettarci che le tematiche della sicurezza legate a quelle dell’immigrazione tornino in scena come elementi per la ricerca del voto dei cittadini, contribuendo ad eccitare il cortocircuito malsano per cui il malessere delle classi sociali più deboli, del ceto medio impoverito o in via di impoverimento, sarebbe da addebitare alla presenza dei migranti, trasformando una pesante questione sociale in un problema di ordine pubblico da risolvere con mezzi di polizia.

Naturalmente il problema dell’insicurezza esiste, a tutti i livelli, e l’averlo dimenticato è stata spesso una delle responsabilità di certi settori della sinistra cui pareva di concedere troppo all’avversario nell’ammettere che tale percezione esistesse e fosse diffusa. Inoltre, al di là dei moliti discorsi che sono stati fatti, nulla si è operato concretamente per riportare il discorso securitario in una prospettiva più equilibrata, dando la sensazione di considerare alternativamente il problema o come un pretesto o come una questione di scarsa importanza.

Propaganda tossica, disagio sociale, decostruzione dello spirito comunitario sono tre elementi che si intrecciano in questa tragedia e rendono pessimisti sul futuro del nostro Paese prescindendo dalla questione di chi governerà a partire dal 26 settembre, perché è evidente che la risposta di carattere istituzionale a queste questioni, pur necessaria non è in alcun modo sufficiente rispetto ad un percorso di ricomposizione sociale a cui nessuno sta lavorando seriamente, e a cui non possono sopperire né la comunità ecclesiale né le organizzazioni sociali.  Essa infatti richiederebbe una mobilitazione più generalizzata, che coinvolgesse gli istituti formativi, la comunicazione sociale, l’attività delle Amministrazioni locali.

Il caso serio è, né più né meno, quello di un Paese in cui si diffonde una cultura della violenza esasperata dalla solitudine generata dalla misure (forse necessarie) per il contenimento della pandemia, che hanno disabituato ai rapporti sociali soprattutto le persone più giovani e quelle più fragili, conducendo ad una sorta di anomia diffusa, in cui il riconoscimento del legame sociale e del dominio della legge diventa sempre più tenue e si diffonde l’idea che non ci sia uno scenario futuro in cui proiettarsi, e che anzi l’orizzonte tenda a chiudersi sempre di più. Già papa Francesco nella “Laudato si’ “ (46) rilevava e denunciava “l’esclusione sociale, la disuguaglianza nella disponibilità e nel consumo dell’energia e di altri servizi, la frammentazione sociale, l’aumento della violenza e il sorgere di nuove forme di aggressività sociale, il narcotraffico ed il consumo crescente di droghe fra i più giovani la perdita di identità”, e considerava tutto ciò come “sintomi di un vero degrado sociale, di una silenziosa rottura dei legami di integrazione e di comunione sociale”.

Ecco, se invece di perdersi in tante polemiche mediocri e di basso livello la politica provasse a concentrarsi su questi temi con proposte coerenti e fattibili la campagna elettorale che ci aspetta diventerebbe meno mediocre e prevedibile.