Elezioni Usa: impressioni su un evento inaudito

Elezioni Usa: impressioni su un evento inaudito email stampa

1907
0
SHARE
la scelta del popolo americano compiuta il 9 novembre rappresenta un evento inaudito

“La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati (…)” Antonio Gramsci  – Quaderni dal Carcere.

Quando si leggono a ritroso i processi storici spesso si cade nella tentazione di vedervi sempre un filo rosso che li lega tutti insieme in maniera concatenata, e li interpreta con una logica successione e secondo un assoluto determinismo. Ma non è cosi; nella storia ci sono offerte varie e possibili soluzioni e risposte ai problemi posti, però alla fine è quella determinata scelta, fatta in quel preciso momento, fra le varie opzioni possibili, quella che conta ed in cui si esercita il libero arbitrio e la responsabilità individuale e collettiva, di una nazione e di un popolo e fino a quando non si sarà dispiegata, non sapremo mai con certezza quale sarà quella effettiva.
Poi ci sono momenti, snodi decisivi che, quelli sì in base alle scelte fatte, ne  determineranno le fasi successive: ad esempio di accelerazione o di arresto di processi in essere nel profondo delle società e come nel principio fisico dell’entropia quando si producono alcune rotture esse non sono più ricomponibili e la totalità infranta non ritornerà.

Questo per dire che, indipendentemente dalla genesi, dalle strategie elettorali, dalle cause accidentali o non, dal voto delle donne, dall’intervento di qualche apparato di potere che aspettava la sua rivincita e le svariate cronache sugli orientamenti di voto che, fatte tutte ex post hanno un discutibile valore, la scelta del popolo americano compiuta il 9 novembre rappresenta un evento inaudito che ha portato alla presidenza degli USA una figura dai tratti e dalla costituency per molti aspetti eversiva rispetto all’ordine costituzionale dato che rientra appieno in uno di questi momenti.

La preoccupazione e l’imbarazzo è palese nelle cancellerie soprattutto europee e dei paesi alleati, anche se molti commentatori americani, contrari ad ogni allarmismo, sostengono, pur ammettendo una grossa incertezza sul futuro prossimo, che si tratterà alla fine di una presidenza conservatrice nell’alveo della tradizione statunitense.
Certo le basi elettorali di Trump, i grass-roots activists, appaiono agli occhi anche degli analisti più disincantati, incompatibili con il sistema di check of balance e con la tradizione istituzionale americana. Inutile fare previsioni, data l’imprevedibilità del personaggio e del suo inquietante cerchio magico.
Temo però che se questa presidenza saprà consolidarsi e trovare (anche controvoglia) il modo di confrontarsi con il complesso sistema di contropoteri, il Congresso, le lobby trasversali  e l’opinione pubblica della  società civile Usa; se saprà consolidarsi, attenuandone le componenti palesemente fascisteggianti,  rischia di essere uno storico turning point che segnerà per sempre la politica e gli assetti sociali contemporanei  e davanti al quale la presidenza Obama verrà ricordata come il periodo della gioiosa deriva della società viennese prima della fine dell’Impero Asburgico. E per il ruolo a volte affermato a volte riluttante che gli States hanno ancora sull’Europa di influenzare in maniera determinante le prossime scelte (anche elettorali) politiche del vecchio continente.

Con casuale ma simbolica coincidenza, il 9 novembre 2016 sembra segnare la parabola conclusiva di un percorso, apertosi in Occidente il 9 novembre del 1989, con la caduta del Muro di Berlino.
Certo se si pensa ai punti in agenda che potrebbero essere stravolti dalla presidenza Trump, (dai tratti commerciali, all’accordo sul clima, dagli effetti economici di una strategia neoprotezionista, all’abolizione delle regole che limitano la finanza, all’accordo con le grandi autocrazie asiatiche) si viene colti da grande inquietudine.

Ma l’evidenza, bipartisan direi, della totale incapacità della leadership democratica di gestire e governare il caos internazionale di questi anni , consegna di per sé alla nuova presidenza USA la chance di ristabilire forti  relazioni tra le grandi potenze: Cina, Russia e i loro alleati, tentando di  ricostruire un nuovo blocco d’ordine in grado innanzitutto di fermare il disfacimento statuale e civile di tutta l’area medio orientale ma con l’ambizione di creare un nuovo direttorio internazionale. E tuttavia a me sembrano più rilevanti e di lungo periodo le possibile conseguenze di politica interna e di azione culturale profonda.

La secessione del popolo e di una fetta consistente delle fasce intermedie della società, dalle sue rappresentanze istituzionali, la concomitante ridislocazione di poteri e organizzazione degli interessi che ne potrebbero seguire, sembrano per la prima volta, a 27 anni dalla fine della guerra fredda,  delineare sotto i nostri occhi, i contorni di un possibile nuovo assetto, di una delle possibili risposte  e vie d’uscita dalla crisi posta dai processi di globalizzazione di questi anni.

Se  in Occidente dalle guerre mondiali si uscì con il patto  keynesiano, roosveltiano, socialdemocratico, il welfare state, un compromesso tra stato e mercato, tra capitale e lavoro, oggi potrebbe profilarsi  un nuovo tipo di  compromesso  tra  le  libertà e il mercato, dove alcune delle garanzie del sistema dei diritti e delle procedure, della distinzione e degli equilibri tra i poteri, dei meccanismi elettivi della democrazia che abbiamo sin qui conosciuto, potrebbero arretrare sensibilmente verso inedite forme di autoritarismo, di fronte ad un nuovo rapporto tra masse e potere. Il tutto in uno scambio politico in cui il processo di inclusione o re-inclusione della “gente”, avverrebbe non con l’ampliamento della sfera dei diritti, delle responsabilità e dell’emancipazione, ma solo su un piano meramente acquisitivo, individuale, consumistico, di accesso alle risorse, di riassicurazione e di risposta immediata e diretta a bisogni, desideri, pulsioni e paure… un nuovo vaso per la società liquida di Bauman, che non a caso ha rilasciato sull’Espresso un intervista assai preoccupata in cui denuncia esplicitamente “la possibilità che tradizionali meccanismi di salvaguardia democratica vengano sostituiti di fatto dall’agglutinamento del potere in modelli autoritari”.

Il vice direttore del Wall Street Journal  Matt Murray ha parlato di ingresso in una terra sconosciuta, io vedo due aspetti concatenati: da un lato il voto americano, ma con ampie possibilità di emulazione europea, sembra consegnare per lungo tempo al populismo di destra, su parole d’ordine allo stesso tempo identitarie e divisive, revansciste e moderne, la rappresentanza e la voce a ceti e gruppi sociali che la politica non riusciva più a raggiungere,  i  forgotten men, “ i dimenticati” a cui , con rara capacità intuitiva e sintesi comunicativa si è subito rivolto Trump nel suo primo discorso. Dall’altro vanno analizzati i meccanismi e i dispositivi sociali, politici  e comunicativi che hanno permesso l’attivazione, la mobilitazione e la partecipazione di quella zona grigia e oscura delle società contemporanee da sempre ai margini nella scena sociale e politica (e che negli USA trova magistrale descrizione nei film dei fratelli Cohen e del cinema indipendente).
Una forza del consenso derivata e auto alimentata dalle nuove modalità di comunicazione sociale ed individuale in cui, saltate nel corpo sociale tutte le mediazioni e ridotti i corpi intermedi ad un ruolo irrilevante nella costruzione dell’agenda politica, è la stessa funzione dei partiti politici (anche nella loro versione leggera, elettorale e lobbistica americana) che finisce con l’essere superata a favore di un rapporto diretto, tra potere e cittadini che definirei elettori 4.0 (neo sudditi?).

Quel che non siamo in grado di prevedere e di analizzare al momento è  la forza e la consistenza di questa  ridislocazione sociale e antropologica (nel consenso elettorale gli USA, al momento, sembrano spaccati in due metà sostanzialmente equivalenti mentre in Europa il messaggio nazionalpopulista è ancora minoritario nei governi eletti) e le possibili controspinte che potrebbero essere messe in atto dalle forze della società civile e non solo, di orientamento progressista.
Ma i nuovi attori politici sanno benissimo dove agire. Riprendendo un’analisi del portale Unimondo, le fratture che si sono prodotte in questi anni nella società contemporanea  tra giovani e vecchi, laureati e non, autoctoni e minoranze immigrate, ceto medio e popolare, inclusi ed esclusi, città e campagne, establishment e anti-establishment, ora assurgono a rilevanza politica e ne reclamano la rappresentanza. Cade definitivamente ogni quadro ideologico, così come la divisione dell’elettorato tra destra e sinistra. La frattura politica diventa culturale e trasversale: casta e popolo, élite e working class.  Ed è  un processo  che si auto influenza dagli USA all’Europa  (Brexit insegna).

Le  stesse istituzioni e procedure liberaldemocratiche sono ad un punto di rottura di fronte alla pressione di masse che desiderano un protagonismo, un esercizio diretto del potere continuamente sollecitate da appelli al popolo, consultazioni, sondaggi, rilevazioni in diretta dell’opinione e del consenso, di fronte all’uso dirompente di tutti gli strumenti della comunicazione web, che, nello specifico delle elezioni americane “ha trasformato il multiforme universo di internet in un esercito di consenso reazionario” (Corriere della Sera). Una  forma della politica, dell’organizzazione e di rappresentanza degli interessi del Novecento, anche direi un certo concetto dell’Occidente, si sta  chiudendo alle nostre spalle con un improvvisa accelerazione: stiamo entrando, con il corpo e con la mente, sotto  tutti gli aspetti, nel secolo nuovo.

Molto si giocherà (Roberto Toscano su Repubblica), nello stesso campo del  populismo, sulla forma, sul contenuto e sulle possibili direzioni altre in cui potrà essere orientato: forme diverse e alternative a quelle che al momento appaiono prevalenti e che sono di una grande forza intrinseca e in perfetta sintonia con il mainstream contemporaneo. Se vogliamo orientare questo cambiamento in una direzione compatibile con gli strumenti e i valori della democrazia politica non è affatto detto che tale linea alternativa la si possa costruire con una rinnovata alleanza con i “poveri” o i ceti più marginali, come il riflesso condizionato culturalmente che molti di noi hanno pensato.

Se la faglia è trasversale alla società le alleanze, il confronto e il dialogo dovranno essere trasversali tra blocchi socio-culturali diversi.

Per citare Harper Lee, siamo al “buio oltre la siepe”,  ma dall’altra parte della siepe al momento non c’è nessun Atticus Finch, pronto a guidarci con gli strumenti del diritto, dell’equity e della legge; gli esiti ultimi  potrebbero essere tra i più imprevedibili ma è una sfida che dovremo avere il coraggio di affrontare  e giocare all’interno di questo nuovo orizzonte.