di Delfina Colombo, 31/05/2013
Bassi tassi di occupazione e bassi salari pongono un problema di adeguatezza del sistema previdenziale e conseguentemente della sostenibilità della funzione previdenziale e assistenziale
Nel merito della questione della “previdenza al femminile” risulta evidente che resta forte la penalizzazione delle donne sul piano sociale. Le donne sono le più penalizzate dalle riforme pensionistiche degli ultimi anni. In particolare per le donne del pubblico impiego si è registrato l’innalzamento dell’età pensionabile quasi “dall’oggi al domani” da 60 anni “verso l’alto”: quest’anno, e nei prossimi 2 anni, una donna del pubblico impiego potrà ottenere la pensione di vecchiaia solo se avrà compiuto 66 anni e 3 mesi di vita, e dal 2016 i mesi aggiuntivi saliranno probabilmente a 7. Le donne dipendenti del settore privato hanno avuto un trattamento meno traumatico: quest’anno sono “sufficienti” 62 anni e 3 mesi, negli anni 2014 e 2015, 63 anni e 9 mesi. Invece le donne che otterranno una pensione a carico di una gestione speciale da lavoro autonomo (artigiane, commercianti, coltivatrici dirette) dovranno aspettare un anno di più. Come è risaputo gradualmente l’età pensionabile verrà unificata, tra uomini e donne. Citando la definizione di Chiara Saraceno possiamo parlare “di parità malintesa” perché la parità dell’età pensionabile tra uomo e donna non si accompagna ad una riforma del mercato del lavoro. Secondo recenti dati INPS le donne vivono più a lungo degli uomini ma si invalidano anche di più e i numeri dicono che tendono a vivere in disabilità per 14 anni. Ma ci sono altri problemi che interrogano il sistema previdenziale “al femminile”. Dalle esperienze dei nostri Patronati risulta evidente come sia necessario riproporre la questione dell’integrazione al minimo, che nel sistema contributivo non ci sarà più. Gran parte degli economisti sostiene che i lavoro femminile è il motore di uscita dalla crisi: non considerando inoltre il fatto che gran parte del lavoro di cura delle donne non è retribuito e questo contribuirebbe in modo notevole al PIL. La famiglia in cui lavorano entrambi i membri è una grande consumatrice potenziale di servizi e questo agisce come una sorta di volano di attività economiche e di posti di lavoro. Se l’occupazione femminile raggiungesse il 60% il PIL italiano crescerebbe del 7%: per ogni 100 donne che lavorano si creano 15 posti di lavoro aggiuntivi nel settore dei servizi (fonti: Banca d’Italia ottobre 2011). Non va poi mancato di sottolineare che attualmente le donne si trovano spesso a vivere non solo la condizione lavoratrice, ma anche la condizione di madri e di assistenti dei genitori anziani: è la cosiddetta “generazione di mezzo”, che deve ancora assolvere ai compiti di madre, ma deve anche assolvere ai compiti di figlia di genitori anziani, talvolta disabili o semiabili. In questo senso la legislazione vigente cerca di alleggerire i “pesi” con i congedi parentali, ma spesso non si rivela sufficiente, e quindi capita di assistere a situazioni di donne costrette a fruire di periodi di ferie per esercitare l’assistenza familiare. La giustizia e l’equità tra i generi e quella altrettanto vitale tra le generazioni chiedono misure politiche, modelli sociali, economia virtuosa, tutele sociali e promozione dei diritti che solo una piena partecipazione delle donne ai luoghi decisionali può consentire. Le donne, come diceva Emmanuel Mounier, sono portate alla relazione perché l’hanno iscritta nel corpo e hanno una maggiore contiguità con l’idea di solidarietà. |
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