Estate ’43_ 8 settembre: baratro e riscatto

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Che la finalità del Governo Badoglio, una volta abbattuto il fascismo ed incarcerato Mussolini, fosse il raggiungimento di un armistizio con gli Alleati era evidente per gli Alleati stessi e per i Tedeschi: i primi infatti si aspettavano delle avance diplomatiche dal nostro Governo e per questo per tutto il mese di agosto 1943 lo tennero sotto pressione intensificando gli sforzi bellici in Sicilia (e preparandosi a passare in continente) e bombardando a tappeto le principali città italiane per demoralizzare ulteriormente l’opinione pubblica.

I secondi non credettero affatto alla volontà del nuovo Governo di continuare una guerra che aveva senso solo in una prospettiva di solidarietà ideologica che la caduta del fascismo aveva spezzato, ma approfittarono del fragile schermo della continuità bellica per rafforzare le loro posizioni in Italia in vista di una futura occupazione.

Le vicissitudini diplomatiche che portarono alla firma dell’armistizio di Cassibile , firmato dal generale Giuseppe Castellano per conto di Badoglio e del Re il 3 settembre e reso noto dagli Alleati cinque giorni dopo, sono note, come note sono l’intransigenza dei Governi di USA e Regno Unito nel voler applicare condizioni armistiziali inutilmente onerose e le contorsioni del nostro Governo che non fu capace né di organizzare una seria difesa della Capitale contro la prevedibile ritorsione tedesca né di tutelare le nostre forze di difesa dislocate sia in patria che all’estero, lasciandole in balia di ordini contraddittori che le portarono o allo sfascio o ad episodi di resistenza eroici ma scollegati fra di loro (Porta San Paolo, Cefalonia, Lero…).

L’armistizio fu un atto inevitabile, perché l’Italia non era più in condizione di combattere e non vi è alcuna norma giuridica o morale che obblighi un Paese al suicidio, quello che Hitler avrebbe determinato per la Germania due anni dopo.

Anche la scelta del Re, del Governo e dei comandi militari di lasciare Roma- sia pure con la colpa gravissima di non averla difesa- fu logica, in quanto era inammissibile che i vertici dello Stato cadessero interamente in mano ai Tedeschi, decapitando di fatto il Paese, interrompendo la continuità istituzionale e rendendo impossibili i successivi accordi con gli Alleati. Inammissibile fu la gestione di tale inevitabile misura, che lasciò impreparati cittadini e soldati di fronte alla durissima reazione nazista.

Reazione che, a onta della retorica sul “tradimento”, fu una violazione del diritto internazionale in quanto ledeva una sovrana decisione del Governo legittimo dell’Italia, andando ad assommarsi alle molte altre manifestazioni di slealtà nei confronti del nostro Paese di cui il Terzo Reich si era reso responsabile in tre anni di guerra.

Da allora un luogo comune del dibattito storico-politico ha voluto chiamare l’8 settembre la data della “morte della Patria”, intendendo il venir meno del vincolo unitario che si era consolidato in ottanta difficili anni di esistenza del Regno d’Italia e che per la verità il fascismo aveva già allentato nel momento in cui da parte aveva preteso di essere tutto bollando ogni forma di dissenso come manifestazione di anti – italianità.

Ma l’8 settembre segnò anche la nascita di una diversa idea della Patria , in quanto contestualmente alla proclamazione dell’armistizio, al dileguamento dei poteri legali e all’inizio dell’occupazione tedesca vi fu anche la costituzione formale del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) da parte di tutti i partiti antifascisti, che , pur nelle loro differenze, si ritrovavano nel programma minimo della sconfitta del nazifascismo e della nascita di un’Italia democratica.

In qualche modo, di fronte alla bancarotta morale e materiale del fascismo e della stessa Dinastia che lo aveva sostenuto fin quasi all’ultimo, la Patria si rilegittimava grazie al ruolo di chi in forme diverse aveva per anni negato il suo consenso al Regime e si dichiarava ora disposto a combattere l’invasione tedesca, e, dopo la liberazione di Mussolini, la nuova tragica avventura della Repubblica di Salò.

Molte sono state le forme della Resistenza, e quella dei combattenti armati in montagna ed in città (che fu preziosa per assorbire ingenti risorse militari alle truppe tedesche e per rendere insicure le loro retrovie) e dell’Esercito cobelligerante rimesso in piedi a fatica dal Governo del Sud fu una: accanto ad essa vi fu quella dei militari che preferirono una dura prigionia piuttosto che tradire il giuramento di fedeltà e di quella vasta “zona grigia” che era l’acqua in cui i combattenti per la libertà nuotavano (tipografi che falsificavano documenti, medici che rilasciavano certificati compiacenti, preti, frati e suore che nascondevano  gli indesiderabili, e così via).

Nella lotta resistenziale le ACLI stesse, come tutte le forze dell’associazionismo democratico, trovano la loro radice, e da essa traggono la loro legittimità  per stare nel dibattito pubblico, e non è un caso che molti dei nostri dirigenti abbiano avuto ruoli di rilievo nella Resistenza.

Si pensi al primo Presidente delle ACLI milanesi, l’avvocato Edoardo Clerici, già esponente del Partito popolare, difensore, insieme a Filippo Meda, di Piero Malvestiti e degli altri esponenti del Movimento guelfo di fronte al Tribunale speciale fascista, e poi capo della delegazione del CLN Alta Italia in Svizzera, dove intrecciò con il consolato americano a Lugano rapporti vitali per il rifornimento di armi e di mezzi ai partigiani, divenendo in seguito padre costituente e deputato della Repubblica.

Oppure al suo immediato successore, Alessandro Butté, anche lui futuro deputato, attivo rappresentante della DC clandestina nelle parrocchie e nel settore creditizio, ed animatore delle prime esperienze sindacali unitarie.

O a figure come quella di Palma Plini, autentica staffetta partigiana più volte latrice di documenti riservati  fra Milano e Genova , documenti che erano letteralmente questioni di vita e di morte per lei e per centinaia di altre persone; o come Enrico Accardi, eroico combattente di cavalleria in Grecia ed in Russia, che allo scioglimento del suo reggimento non ebbe dubbi ed imbracciò immediatamente le armi per la libertà unendosi alla Brigata Osoppo in Friuli.

Queste persone, e decine di migliaia di altri con loro, riconquistarono per tutti noi una diversa e migliore Patria: ed è grazie a loro se, con tutta la sua tragedia, l’8 settembre per l’Italia non è stato solo una data di morte ma anche quella di una nuova vita possibile.