Francesco: il papa “venuto quasi dalla fine del mondo”

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di Paolo Colombo – 13/03/2014

E’ passato un anno dall’elezione di Bergoglio al soglio di Pietro e le sue parole, i suoi modi, i suoi gesti sono entrati nel cuore di tutti, credenti e non. Le impressioni dei primissimi giorni si sono via via confermate, trasformandosi progressivamente in progetti e aperture di orizzonti che era difficile immaginare fino a qualche tempo fa. Sarebbe tuttavia sbagliato cadere in enfasi che poco o nulla si addicono a un personaggio come Bergoglio: un uomo che probabilmente non immaginava di diventare papa – il biglietto di ritorno pronto per Buenos Aires e una serie di impegni già calendarizzati per i mesi seguenti il Conclave – e che ha accolto la nomina con una semplicità disarmante: niente croci e ornamenti d’oro, niente limousine e posti di privilegio, la borsa in mano all’inizio dei viaggi. In una parola: il desiderio di essere come tutti gli altri.

“Buona sera!” sono state le prime parole da lui rivolte alla folla accorsa in san Pietro alla vista della fumata bianca. Possiamo vedervi un primo segno del pontificato che ora compie il suo primo anno: una volontà di dialogo spontaneo, immediato, con tutti. Con il passare dei mesi questo segno iniziale si è tradotto in scelte concrete: la Chiesa deve dialogare con il mondo, con la gente; deve parlare il linguaggio di tutti, comunicare il proprio messaggio come da fratello a fratello e non dall’alto, come chi sa tutto e pensa soltanto di dover insegnare. Uno dei messaggi più insistiti di papa Bergoglio è la sua voglia di stare accanto alla gente, camminare con il popolo di Dio. Sorprendente per molti, la scelta di vivere a Casa Santa Marta anziché nei palazzi vaticani si spiega con il desiderio di poter pregare, mangiare, conversare, in una parola vivere gomito a gomito con i suoi più stretti collaboratori.

Un altro segno, chiarissimo fin dal primo momento, è racchiuso nel nome scelto: Francesco. Il santo di Assisi aveva un faro per la vita: madonna povertà. I tratti personali e la ripetuta insistenza nella predicazione di papa Francesco vanno nella medesima direzione: i cristiani e nell’insieme la Chiesa hanno bisogno di essere più poveri, più sobri, più modesti. Così, quella degli ecclesiastici non può essere una carriera sulla falsariga del cursus honorum pubblico, ma un modo di servire e farsi prossimo agli altri. Hanno commosso gli abbracci che papa Francesco ha riservato ai malati, ai portatori di handicap: agli occhi di Dio – e questo diventa un imperativo per ogni cristiano – un vecchio abbandonato da tutti e coperto di piaghe non è meno nobile di un capo di stato o di una star televisiva. “Gli istituti che hanno grandi case vuote farebbero meglio a non trasformarle in hotel a cinque stelle, ma metterle a disposizione dei senzatetto”: un’affermazione, questa, per nulla sorprendente se pensiamo allo stile di vita di Gesù, ma che molti superiori e superiore di ordini religiosi forse non si aspettavano…

“Va e ripara la mia Chiesa”: questo il monito che il crocifisso di san Damiano rivolse a san Francesco, il quale si mise all’opera insieme ai suoi compagni per restaurare quell’edificio di Assisi. Ma in realtà il monito era una metafora: da riparare, da restaurare era la Chiesa del suo tempo, decaduta e per molti aspetti in rovina. Non diversamente, tra le priorità di papa Francesco troviamo la riforma della Chiesa. In gioco non sono solo gli intrighi vaticani che pure hanno così fortemente scosso gli ultimi anni di pontificato di papa Benedetto. La questione è più complessa e tocca il non facile rapporto tra il “centralismo romano” (che si evidenzia nella riforma della curia, cui papa Francesco ha posto mano fin dai primi giorni) e l’apporto collegiale delle varie Chiese sparse nel mondo (ne sono una testimonianza i nomi dei cardinali voluti dal papa nel recente concistoro), ma anche l’esigenza di ripensare alcune questioni spinose quali la pastorale famigliare (inclusa la modalità di considerare le unioni extramatrimoniali o omosessuali), il celibato sacerdotale, il ruolo dei laici nella Chiesa…

Papa Bergoglio non è un superman, anche se una vignetta apparsa qualche settimana fa sui giornali lo raffigurava in questo modo. Più volte lo ha ripetuto: mi sento solo un peccatore, al quale però Dio ha voluto mostrare la Sua misericordia. Si tratta di un altro segno importante di questo primo anno di pontificato: quello che la Chiesa deve annunciare al mondo intero è soprattutto la misericordia del Padre nei confronti di ogni donna e di ogni uomo. Misericordia e perdono anche quando agli occhi umani tutto appare perduto. Misericordia e perdono come indicazioni per far rinascere la speranza anche quando la vita sembra compromessa dagli errori del passato.

Infine un ultimo segno: quello di un papa chiamato a Roma “quasi dalla fine del mondo”. Per la prima volta un papa proviene da una nazione del Terzo Mondo, segnata da grande povertà e da grandi problemi sociali. L’Argentina non partecipa al G8, cioè al gremio dei Paesi più industrializzati ed economicamente avanzati. La sua origine non è senza conseguenze in rapporto al modo con cui papa Bergoglio affronta le cose: non sembrano premergli molto le argomentazioni circa il relativismo culturale, i valori non negoziabili e le origini cristiane dell’Europa; assai di più gli preme una fattiva testimonianza di prossimità della Chiesa nei confronti degli ultimi, degli emarginati, dei poveri. Possiamo quindi concludere, rileggendo un passaggio tratto dall’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, in cui papa Francesco – attualizzando le linee fondamentali della Dottrina sociale della Chiesa – muove un forte ammonimento critico nei confronti di un certo modo di intendere il liberismo di mercato. Sono parole impegnative, che abbiamo il dovere di prendere sul serio nella nostra vita personale e, per quanto è possibile, dilatare nei nostri rapporti e legami sociali: «In questo contesto, alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare» (Evangelii gaudium, n. 54).