Francia: legge El Khomri, controriforma in salsa liberista ai danni dei lavoratori

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Il ministro francese del lavoro Myriam El Khomri e il primo ministro Manuel Valls.

Il progetto di legge del ministro del Lavoro, Myriam El Khomri, intende ridurre molte garanzie per i lavoratori, in particolare liberalizzando i licenziamenti e introducendo deroghe peggiorative ad orari e livelli salariali.

Oltre trecentomila manifestanti in tutta la Francia per esprimere la totale opposizione al progetto di legge del ministro del Lavoro, Myriam El Khomri, che riduce molte garanzie per i lavoratori, in particolare liberalizzando i licenziamenti e introducendo deroghe peggiorative ad orari e livelli salariali. In pratica, una controriforma in senso liberista che la destra non aveva neanche tentato. Netta ed unanime la contrarietà dei sindacati ad una proposta che pare considerare le tutele del lavoro come l’unico ostacolo alla crescita economica e all’aumento dell’occupazione.

Il progetto, che il presidente Hollande ha più assecondato che realmente voluto, sembra esser nato dalla volontà del premier Manuel Valls da tempo su sentieri liberisti forse per togliere spazio al ministro dell’Economia Emmanuel Macron, suo possibile rivale politico dopo le presidenziali 2017. Vigorosa invece l’opposizione al testo da parte di una larga fetta del Partito socialista, a cominciare dall’ex ministro del Lavoro, Martine Aubry. Sugli scudi ovviamente l’intera sinistra, dagli Ecologisti al Partito comunista. Contrario anche il Fronte nazionale che intravede nella nuova legge la spinta liberista dell’Unione europea. Alquanto soddisfatta la destra moderata che, a un anno e mezzo dal suo possibile ritorno al potere, si vede forse togliere dalla sinistra le castagne dal fuoco di una difficile e delicata riforma del codice del lavoro che, quando era al governo, non ha mai avuto il coraggio di portare avanti. Anche in casa repubblicana emerge però qualche dubbio. Il gollista sociale e presidente della regione Nord-Pas de Calais-Piccardie, Xavier Bertrand, si chiede infatti se il progetto non sia un po’ troppo sbilanciato a favore delle imprese.
Che sia così è però ben chiaro: basta leggerne i contenuti. Licenziamento economico più agevole, perché non sarà più necessario per le imprese motivare la decisione con un conclamato stato di crisi (calo del fatturato per molti trimestri) ma basterà semplicemente far riferimento ad una riorganizzazione generale. Diminuzione al 10 per cento, dall’attuale 25, della quota di salario aggiuntivo pagata per le ore supplementari: sarà sufficiente un accordo aziendale per derogare alla regola nazionale. Forfait giornaliero per il calcolo dei riposi compensativi legati alle 35 ore settimanali, anziché il puntuale computo delle ore di straordinario effettivamente lavorate.  Si prevede infine la riduzione del salario a parità di orario o l’aumento delle ore lavorate a pari retribuzione, non solo per evidenti motivi difensivi, ossia per salvaguardare il posto di lavoro, ma anche per motivazioni, per così dire, offensive, cioè per consentire alle imprese di conquistare nuovi mercati.

Questi i principali punti di una legge, in cui balza agli occhi la chiara ispirazione liberista che accresce a dismisura qualsiasi spazio a favore delle imprese, senza offrire contropartite ai lavoratori. Una proposta che potrebbe far tranquillamente parte dell’armamentario thatcheriano e che invece viene messa in campo da un esecutivo socialista. Ovvio che ne nasca un’ondata di protesta: Hollande si è spinto laddove Sarkozy non aveva mai osato incamminarsi. I sogni della destra liberista, diventano realtà con un governo socialista.
Eppure il governo vuole tirare diritto. Addirittura Valls ha minacciato di mettere la fiducia sul provvedimento quando verrà presentato all’Assemblea nazionale. C’è da chiedersi quale maggioranza socialista possa mai votare un testo di questo genere. C’è poi da domandarsi quale sia il senso di una proposta di cui non si vede alcun legame con la competitività economica del Paese. Immaginare che la competizione produttiva possa venir giocata sul ribasso delle condizioni di lavoro è una logica economicamente e culturalmente fallace, oltre che mille miglia lontana da un serio riformismo socialdemocratico.

Vedremo se le proteste di piazza, l’opposizione sindacale, la contrarietà di larghi pezzi della sua maggioranza, indurranno il presidente Hollande a riconsiderare il tutto. Sarebbe certo più ragionevole premiare fiscalmente i contratti a tempo indeterminato e penalizzare quelli a termine e magari accrescere le forme di partecipazione dei lavoratori, secondo il modello tedesco.
Qui purtroppo siamo agli antipodi rispetto a quell’economia sociale di mercato che fa della Germania un Paese capace di coniugare diritti dei lavoratori e competitività economica.
La Francia sceglie invece la controriforma del lavoro. E che a fare questo passo insensato sia un governo di sinistra, è solo l’ennesimo paradosso di una politica che ha perso completamente la bussola.