SHOAH: per non dimenticare. Etty Hillesum, scrittrice olandese ebrea vittima dell’Olocausto

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La copertina del testo di De Vecchi su Etty Hillesum

Il prossimo 30 novembre saranno ottant’anni dalla morte di Esther Hillesum, per gli amici Etty, ebrea olandese di 29 anni uccisa ad Auschwitz. Ottant’anni non sono pochi per la memoria degli uomini, e molti grandi nomi, dopo un tale lasso di tempo, sono dimenticati. Etty Hillesum invece, di cui quasi niente si sapeva nell’immediato dopoguerra, conosce con il suo Diario e le sue Lettere una sorta di nuova vita; capace com’è di sedurre e affascinare lettori di oggi, che anagraficamente potrebbero essere suoi nipoti e che pure trovano in lei, singolarmente, una contemporanea, con le stesse domande e le stesse speranze nel cuore, le stesse contraddizioni e confusioni. Etty è una giovane donna che attraverso il suo Diario è vicina a quei molti che in ogni parte del mondo lo hanno letto. Talvolta, come è capitato a me, è come l’avessero incontrata, conosciuta, accolta. Spesso cerco, tra le pagine del suo Diario, la sua voce le sue parole che mi aiutino a vedere in una luce diversa il mio oggi. Etty credo ormai abbia trovato casa in tante altre vite. Certamente anche nella mia.  Ancora, penso, Etty Hillesum non è conosciuta quanto dovrebbe, eppure chi legge il suo Diario non può che innamorarsi di questa figura e sentire interiormente la potenza delle sue parole. Per esempio il cardinal Martini ne consigliava la lettura considerandolo “particolarmente affascinante” ed espressione di un’esperienza mistica, senza con ciò negare la complessità della vita dalla quale Etty proviene (Martini, Nel cuore della Chiesa e del mondo). La mia scoperta di Etty Hillesum fu casuale, dopo la segnalazione del suo nome da parte di un’amica nei primi anni Ottanta del Novecento, quando in Italia era ancora lontana l’edizione integrale del Diario, pubblicata da Adelphi nel 2012. In verità, il passo fu breve per accostarmi alle pagine dell’antologia dei diari, stampata sempre per i tipi di Adelphi nel 1985 (era un terzo dei manoscritti, poi raccolti in Olanda nella prima edizione critica completa del 1986). Forse lo sguardo fu superficiale, ma poi, leggendo il Diario e le Lettere insieme agli studi che a mano a mano venivano pubblicati su questa giovane donna ebrea, fui colpito da una vicinanza a noi oggi, per una vita così intensamente vissuta, fuori dagli schemi. Sugli scaffali delle librerie si affollavano ricerche condotte con i criteri più vari, spesso in occasione di convegni, mentre la traduzione della prima raccolta parziale arrivava in pochi anni a quindici lingue. Quando l’edizione integrale in novecento pagine fu tradotta nel 2012, si è riusciti ad apprezzare meglio la breve e insieme non comune evoluzione spirituale di una donna, divenuta per molti un’autentica miniera da cui attingere per alimentare la propria vita. Dedicarsi allo studio del Diario e delle Lettere ha implicato quindi un coinvolgimento intellettuale ed emotivo sempre più intenso. Etty non fa una cronaca della Shoah, né descrive in forma minuziosa le violenze dei campi di concentramento. Dalle pagine del suo diario ed epistolario affiora l’idea che Etty non sia una vittima che narra le vicende dei suoi carnefici. Nel raccontarsi in quel dato momento storico, apre il suo cuore e, scoprendo se stessa, lascia che la sua carne e la sua anima mostrino come si sono riconciliate davanti o, per meglio dire, “dentro” le prove della vita.  Amsterdam, 8 marzo 1941. La giovane ventisettenne ebrea inizia a scrivere un diario: un fatto ordinario, banale per l’universo, un evento minuscolo quanto la nascita d’un seme. Etty ancora non sa che da quelle pagine sarebbero sbocciati germogli resistenti al tempo, al terrore, alla sofferenza e alla morte giungendo fino a noi con l’intatto profumo di un’ostinata tenerezza. Proclamare la vita di fronte alla disperazione, consegnarsi interamente al coraggio di essere, al talento di saper vivere ogni cosa, ogni momento in pienezza, nel bene quotidiano, scoprendo l’eternità del mondo in un sassolino come in un fiore: potremmo descrivere così il suo lascito morale. Ma chi era Etty Hillesum quando iniziò a scrivere il Diario? Una studentessa olandese come tante, nata nel 1914 a Middelburg,nei Paesi Bassi, sul Mare del Nord da una coppia di ebrei assimilati, non osservanti (il padre insegnante di latino e greco e preside di liceo e madre d’origini russe scampata ai progrom – devastazione e saccheggi-  bolscevichi). La sua famiglia è composta da altri due fratelli, Jaap e Michael (Mischa). Etty trascorre la sua giovinezza in varie città a causa dei trasferimenti del padre. Terminato il liceo, nel 1932 Etty si trasferisce da Deventer ad Amsterdam per studiare diritto all’università. Non appartiene ad alcun partito ma frequenta movimenti studenteschi di sinistra e antifascisti. Sostiene raccolte di denaro per bambini poveri e minoranze emarginate. Dal 1937 affitta una camera presso un vedovo, Han Wegerif, vedovo ultrasessantenne che la assume come governante della casa: tra i due nasce una relazione sentimentale (da cui aspetterà un bambino) che tuttavia non impedisce a Etty, dai costumi sessuali molto liberi rispetto alle ragazze del tempo, di avere contemporaneamente altre relazioni. Il 6 dicembre del 1941 Etty scrive del proprio aborto immaginando di parlare al bimbo mai nato: “Ti sbarrerò l’ingresso a questa vita e non dovrai lamentartene… Resterai nella condizione protetta di chi non è venuto al mondo, sii riconoscente essere in divenire” e poi “Non ho il rimorso di aver aggiunto un altro infelice a quelli che vivono su questa terra…non voglio prendermi la responsabilità di aumentare il numero di quegli sventurati”. Abortire dunque perché la vita è male (benchè la tragedia ebraica in atto rendesse realistica una simile visione). Eppure nulla impedisce la trasformazione successiva.  Nel 1939 conclude l’università e si iscrive alla facoltà di lingue slave, con l’intento di studiare il russo, sua lingua materna; inizia ad accusare problemi psicosomatici, derivati da una forte solitudine interiore, da una costipazione spirituale che le fa vivere un’esistenza disordinata, spingendola sul limite della pazzia. Il 10 maggio 1940 l’esercito tedesco invade l’Olanda e dopo l’esilio dei regnanti a Londra, il Paese è diretto dalla burocrazia ministeriale che coopera con le autorità naziste. Pochi mesi dopo, in ottobre, inizia una marcata discriminazione della popolazione ebraica. Dal gennaio del 1941 tutti gli olandesi d’origini ebraiche sono censiti ed è in questo mese che Etty conosce il medico Julius Spier, un ebreo tedesco di 54 anni, rifugiatosi in Olanda in seguito alle leggi antisemite, già allievo di Jung e fondatore di un metodo psicoterapeutico basato sulla chirologia per studiare il carattere della persona attraverso l’analisi delle mani.  Quando Etty si rivolge a Spier inizia anche a scrivere un Diario regolare su suggerimento terapeutico. La scrittura come colloquio intimo con se stessa, attraverso un libero fluire di coscienza, diviene per Etty un vero e proprio scavo interiore, “un lavoro su di sé” inteso davvero come LAVORO, oltre le lezioni che impartisce. Questo suo scrivere è congiunto con la lettura dei suoi autori preferiti specie Rilke e Dostoevskij, Jung, Agostino, Meister Eckart,. Vive ancora dimentica dei precetti ebraici e padrona, come lei stessa scrive, «di una vita libera e sregolata». Così che le prime pagine del Diario possono scandalizzare: Etty si innamora di uomini diversi, persino s’intuisce un’attrazione verso un’amica, insomma è trascinata da una forte sensualità. Annota: «Una volta, se mi piaceva un fiore, avrei voluto prendermelo sul cuore, o addirittura mangiarmelo. Ero troppo sensuale, vorrei dire troppo “possessiva”: provavo un desiderio troppo fisico per le cose che mi piacevano, le volevo avere. È per questo che sentivo sempre quel doloroso insaziabile desiderio, quella nostalgia per un qualcosa che mi appariva irraggiungibile». “Quando si tratta di problemi della vita posso spesso apparire come una persona superiore: eppure, nell’intimo, mi sento prigioniera di un GOMITOLO AGGROVIGLIATO, e malgrado tutta la mia lucidità di pensiero a volte non sono altro che una poveretta piena di paura” (domenica 9 marzo 1941). Si decide a ventisette anni di guardare in faccia il suo disordine interiore così si rivolge a Spier; personaggio singolare di cui Etty s’innamora. La data più significativa della sua vita è, a suo dire, il giorno dell’incontro con Spier, un uomo assai carismatico e amato dalle donne, ambiguo circa il proprio metodo terapeutico (sappiamo che praticava la lotta al tappeto tra lui e le pazienti, spesso trasformata in giochi erotici) e pure molto interessato a questioni religiose: il suo supporto e la sua preparazione spirituale incideranno moltissimo sul percorso di Etty, tanto da averlo lei stessa definito l’ “ostetrico” della sua anima: il 20 febbraio 1942 annota: «Il 3 febbraio ho compiuto un anno. Penso che manterrò questa data come data di nascita, è più importante del 15 gennaio, quando mi è stato tagliato il cordone ombelicale».  Spier riesce nell’intento di  ristabilire la Hillesum grazie a un faticoso scavo interiore, favorito dalla predisposizione introspettiva. Per uscire da una forma depressiva, Etty viene inserita in un programma, individuale e di gruppo, fatto d’incontri con il terapeuta, di esercizi di respirazione, di sedute d’interpretazione e analisi dei sogni, di riunioni. Lo scopo è di far emergere Etty, tra l’altro sempre un po’ malaticcia, da uno stato definito da lei stessa «costipazione intellettuale».  Ogni mattina l’appuntamento fisso è con la meditazione, con la preghiera biblica e la lettura di brani scelti di alcuni scrittori. In più le viene chiesto di tenere un diario che Etty inizia sabato 8 marzo 1941 per cessare martedì 13 ottobre 1942: in tutto undici quaderni. Principalmente nella scrittura Etty esprime la propria volontà di resistere al precipitare degli eventi e insieme, l’atto di scrivere riflettendo diventa il modo di comprendere la realtà. Il rapporto che Etty stabilisce con il genere-diario progredisce col passare del tempo: la scrittura si trasforma da annotazione dei suoi pensieri quale sostegno alla psicoterapia a rifugio amato dove esercitare le doti di scrittrice sull’esperienza spirituale. Sono presenti alcuni aspetti che offrono una certa continuità alla struttura testuale: la scrittura è creativa; l’universo interiore è considerato dal punto di vista psicologico e morale; il divino affiora nei suoi vari aspetti, vi sono menzionate moltissime persone (famigliari, amici, conoscenti). Nelle pagine di ogni diario, pur ricco di elementi costanti, non c’è mai linearità, d’altronde mai cercata da Etty, o almeno, non da lei cercata nell’immediato. Le analisi su se stessa sono inframmezzate da lunghe citazioni tratte da opere letterarie, versi poetici, brani di saggi e testi religiosi. Privilegiati, i rimandi a poesie e lettere di Rilke, brani di Dostoevskij e Jung, passi del Primo e Secondo Testamento, il Talmud, trattati religiosi e filosofici. A queste citazioni si alternano osservazioni sul proprio corpo, riflessioni su famigliari e amici, commenti critici sui fratelli ed affermazioni spesso negative sulla madre, mentre per il padre nutre quasi sempre parole di stima e affetto. In sottofondo si distinguono le vicende del paese occupato dai nazisti, il dolore per la persecuzione antisemita, l’angoscia per la sopravvivenza dei suoi amici e parenti, il desiderio e il bisogno di donare agli altri aiuto e sostegno. Si rimane colpiti dalla vastità degli interessi e dalla capacità di coniugare nella lettura coinvolgimento culturale e adesione emotiva: da sant’Agostino alla letteratura russa, da Thomas Mann agli evangelisti (passando persino per Casanova e Boccaccio!). Un posto particolare spetta al poeta Rilke con il quale Etty sente una profonda consonanza, colpita dalla sua capacità di trovare le parole appropriate per esprimere complessi stati d’animo. Infine, già emerge con grande passione l’aspirazione di divenire dopo la guerra una scrittrice. Le pagine così trasparenti dei suoi scritti spalancano passo dopo passo, crisi dopo crisi, la sua esistenza con una schiettezza disarmante. Se è vero che la capacità di “leggersi” dentro è segno del desiderio di arrivare alla verità di se stessi, è altrettanto vero che Etty vi si dedica con entusiasmo quale impavida cercatrice del senso dello stare al mondo. Dapprima con lui scava, non senza resistenze, sulla sfera sessuale, sulla sua spiccata esuberanza erotica e sulla sua conseguente passionalità e gelosia. In seguito, riflette sul senso del matrimonio a cui rinuncia per uno scopo alto qual è il tendere a un amore vasto e inclusivo. Le fitte pagine di questo periodo mostrano la crescita della libertà interiore, che però nulla toglie all’intensità del sentimento profondo che Etty prova verso Spier, da lei considerato come la persona più importante della sua vita, per il forte ascendente complessivo. Ben presto la relazione si trasforma in legame affettivo, che assicura stabilità psichica. I due diventano amanti, ma solo per pochi mesi, perché nell’aprile 1942 decidono di compiere una svolta in chiave spirituale. Poi nemmeno questo genere di amicizia dura molto: nell’estate del 1942 Spier si accorge di essere ammalato di un tumore ai polmoni e in settembre muore.  Nel frattempo, il 16 luglio 1942 Etty, dietro l’insistenza del fratello medico Japp, aveva ottenuto un impiego di tipo amministrativo presso il Consiglio ebraico di Amsterdam, organo di mediazione con gli occupanti nazisti. Ma, accortasi che era un nascondiglio di collaborazionisti, già pochi giorni dopo, il 30 luglio, chiede di essere trasferita nel campo di smistamento di Westerbork (non molyto distante dal confine con la Germania), presso la sezione dell’assistenza sociale ai deportati. All’epoca gode ancora di una discreta libertà di movimento, per questo le sono concessi alcuni permessi per visitare Julius Spier, ricoverato all’ospedale di Amsterdam. Può recarsi anche a Deventer dai genitori, prima del loro trasferimento ad Amsterdam. Nel giugno 1943, dopo che viene soppressa ogni concessione ai membri del Consiglio ebraico, si ha la permanenza definitiva di Etty a Westerbork, dove nel frattempo sono stati deportati anche i genitori e il fratello Mischa. Cade nel vuoto ogni tentativo di dissuasione da parte degli amici di trattenere Etty ad Amsterdam offrendole un nascondiglio sicuro. All’interno del campo le condizioni in cui si trovano i reclusi vanno oltre la sopportabilità umana: il numero dei deportati che transitano di là aumenta a dismisura (passando da circa duemila a oltre quattordicimila) e inizia uno sgombero regolare per il moltiplicarsi delle deportazioni verso i campi di sterminio. Settimanalmente, il lunedì notte arriva un convoglio ferroviario che scarica migliaia di ebrei a Westerbork e ogni martedì notte un altro ne parte, con destinazione per i campi di sterminio di Auschwitz (Polonia), Mauthausen (Austria), Sobibor (Polonia), Bergen-Belsen (Germania), Treblinka (Polonia), Terezin (repubblica Ceca). Dal censimento meticoloso effettuato del 1941 sappiamo che in Olanda vivevano poco più di 140.000 ebrei (10.000 dei quali erano ebrei tedeschi rifugiati tra il 1933 e il 1939. Dal 1942 all’aprile 1945 quasi 110.000 prigionieri passarono da Westerbork da cui partirono con 93 spedizioni). Etty è in prima fila nel dare aiuto e conforto. È una delle ultime persone che il settembre 1943 salgono sul vagone n. 12 del treno diretto ad Auschwitz sul quale i genitori e il fratello Mischa erano già stipati. Un comunicato della Croce Rossa dà la notizia della sua morte nella camera a gas: 30 novembre 1943. La letteratura sulla Hillesum risente del fatto di non essere fondata sull’edizione integrale dei suoi scritti. Sino al 2002, quando appare la traduzione statunitense dell’Opera omnia, non era stata stampata alcuna versione completa degli scritti in una lingua che non fosse l’olandese. È logico quindi che l’interpretazione della Hillesum sia stata involontariamente riduttiva, almeno in passato. A volte è messo in luce il ritratto di una martire o di una mistica un po’ particolare, fuori di testa oppure è presentata in alternativa a un modello femminile tradizionale, una donna “audace”, per quanto persona disturbata. In taluni casi le pubblicazioni sono dei brani della stessa antologia, scelti perché più celebri o più intriganti, che, se isolati dal contesto, possono tingersi di venature quasi dolciastre. Apro e chiudo in fretta una parentesi: in molte pagine Facebook troverete pillole di frasi di Etty come fossero bigliettini dei baci Perugina. Mancando dunque il collegamento con l’edizione integrale, si rischia di scivolare nell’immagine artefatta di una dispensatrice di belle parole, valide per ogni occasione. Nel mio libro intendo mostrare, come la preghiera abbia maturato in Etty Hillesum un’immagine di Dio oggi molto attuale: il suo Dio non è un Dio sconfitto, buono per ignavi e rassegnati, è invece il mistero di un Dio che sarebbe impotente ad agire nel tempo se non si rivelasse all’intermediario che lo ha trovato nella parte più intima di sé. Una visione “mistica”. Le pagine del Diario ci conducono dentro i tormentati intrecci di un percorso di conversione integrale, non religioso in senso stretto, come suggerirebbe l’uso comune della parola. Si tratta di una esperienza di trasformazione, mai definitiva, che non si lascia catalogare in una crescita lineare.  Etty svela la sua intensità, il suo essere donna innamorata della vita, capace di mettersi in gioco e di comprendere i bisogni degli altri e di assumerne i dolori, e mentre si accinge a colloquiare con la parte più profonda di sé, entra piano piano in compagnia di Dio. All’inizio si alternano momenti di apertura, dove l’orizzonte si amplia, a momenti di regressione, dove lo spazio si contrae. Nel cercare di cogliere il centro della propria esistenza, spesso riesce a mantenere il contatto col mondo interno e con quello esterno, mentre in taluni momenti si sente ancora bloccata. La svolta però c’è in quanto accetta la sua complessa personalità, caratterizzata da una sfibrante ambivalenza tra ripiegamento e solarità. Il duro scavo introspettivo sotto la guida di Spier mette Etty nella condizione di avvicinarsi alle ombre più oscure di sé, favorita in parallelo da un significativo ampliamento degli orizzonti mentali. Anche la paura della perdita e, insieme, della dipendenza dallo psicoterapeuta gradualmente si attenua sino a dissolversi. Lo documentano i passaggi che la Hillesum vive nella relazione con Spier: dall’aderire con trasporto amoroso alla personalità e agli insegnamenti del suo “maestro”, sino all’attenta elaborazione della relazione con l’altro nel silenzio interiore, che poi sfocia nell’amore per l’umanità. Il cammino di affinamento porta Etty alla radice dell’esperienza spirituale: il superamento dell’egocentrismo e delle sue pulsioni che imprigionano l’io nelle maglie dell’illusione. Rinuncia alle proprie pretese e ai propri desideri e, ora che non possiede più nulla, si sente libera, perché immensa è la sua ricchezza interiore. Il lavoro su di sé, messo a fuoco nel diario, è davvero un modello, seppur accompagnato dalla relazione terapeutica, di autoformazione: «Vado avanti davvero, ce la sto facendo […]. Una colonna salda e diritta si sta innalzando nel mio cuore; la sento quasi crescere e intorno a essa si raccoglie il resto: io stessa, il mondo, ogni cosa. Quella colonna mi dà anche tanta fermezza dentro. Si sta consolidando qualcosa in me, mi sento in qualche modo trasformata e non sono più così fluttuante» (143-144).   «Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle bufere di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, e spande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio» (714). Il gelsomino sfiorito allude poeticamente all’essere che non può venire distrutto dalle persecuzioni e dalle atrocità; il gelsomino sta vicino a tutto il resto e suggerisce che, al di là delle persecuzioni e delle atrocità, c’è dell’altro, c’è la carezza amorevole e misericordiosa del Bello. La Hillesum ha ormai imparato la cura di sé: quel raccogliersi in un angolino e ascoltare intensamente se stessa. Ormai il suo centro è situato, e le consente di riposare nel profondo. Nella paziente di Spier la psicoterapia e l’esperienza religiosa si sono intrecciati in un forte cammino interiore, di cui il passo citato è testimonianza. In tutto ciò riecheggia l’affermazione agostiniana: «Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell’intimità del mio cuore, e lo potei fare perché Tu ti sei fatto mio aiuto» e rinvia anche ad Agostino: «Ci hai fatti per Te e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in Te». Nel lavoro compiuto da Etty su di sé si vede la grande fatica di passare da una vita estroversa al radicamento nella interiorità. Riconosce lei stessa questa fase critica il 31 dicembre 1941, dopo un anno circa di psicoterapia: «Ascoltarsi dentro. Non lasciarsi più guidare da quello che si avvicina da fuori, ma da quello che s’innalza dentro. È solo un inizio, me ne rendo conto. Ma non è più un inizio vacillante, ha già delle basi» (320).   Da qualsiasi testo che non sia composto in forma sistematica, non è possibile ripercorrere in modo rigoroso le tappe di un cammino che sfocia nella fede. Eppure, si avverte l’impegno che abbastanza presto conduce Etty Hillesum all’incontro con una Presenza viva, sanante e liberante. Il 26 agosto 1941 scrive: «Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente essa è coperta da pietre e sabbia: allora Dio è sepolto. Allora bisogna dissotterrarlo di nuovo»