I cattolici nella resistenza

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Attraverso l'organizzazione del movimento resistenziale, le forze cattoliche iniziarono a pensare se stesse nella loro soggettività non solo religiosa, ma anche sociale e politica.

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Lo scorso 14 aprile è stata posta dal Comune di Milano una “pietra d'inciampo” al ricordo di Carlo Bianchi, già Presidente della FUCI milanese

La questione della presenza dei cattolici, non come singoli ma come forza organizzata, nella lotta di liberazione è una delle più disputate, soprattutto se si considera che spesso la storiografia ha un approccio estremamente riduttivo di tale presenza a fronte di quella preponderante di matrice marxista e soprattutto comunista. A ciò si aggiunga che, se toccò alle forze politiche raccolte nel Comitato di liberazione nazionale organizzare l’attività delle formazioni partigiane, il fatto che il PCI, sia pure in maniera assolutamente clandestina, avesse mantenuto una sua organizzazione per tutto il periodo della dittatura fascista mentre la Democrazia Cristiana si costituì soltanto nel 1943, poco prima della destituzione di Mussolini da parte del Re, incise molto sulla capacità del neonato partito di orientare sistematicamente un’organizzazione che si stava costituendo, e che del resto non era esclusiva nell’area cattolica, visto il parallelo costituirsi del Partito Cristiano Sociale e della Sinistra Cristiana, mentre la Gerarchia ecclesiastica non aveva ancora maturato un suo giudizio sull’opportunità o meno di un unico partito di riferimento per i cattolici nella fase successiva alla fine della guerra e alla restaurazione della democrazia (altro argomento su cui i pareri in Vaticano e nell’Episcopato erano tutt’altro che unanimi).

Naturalmente, per un giudizio storico complessivo occorre intendersi su che cosa si intenda per Resistenza, se cioè solo l’attività militare delle bande armate in montagna o in città rientri in tale categoria, ovvero se tale definizione non sia riduttiva rispetto ad una concezione della resistenza come fatto di popolo, rispetto a cui la lotta armata, pur necessaria, era solo uno dei fattori (laddove sul piano militare si sapeva che in ogni caso il fattore decisivo sarebbe stato il prevalere delle armi alleate su quelle tedesche).

Allargando lo sguardo, si può dire che vi sia stata una Resistenza militare delle formazioni partigiane, una dell’ Esercito regio “cobelligerante” con gli Alleati, una (riconosciuta tardivamente) dei militari italiani internati nel Terzo Reich che rifiutarono ogni collaborazione con i nazisti e con i loro fantocci di Salò, diminuendone gli effettivi, ed una più vasta fatta da falsari, da persone che nascondevano partigiani, renitenti alla leva ed ebrei, da quelli che falsificavano i documenti, da medici ed infermieri che ricoveravano in ospedale persone sanissime per sottrarle alle rappresaglie e alle deportazioni, preti, frati e suore che aprivano le porte di canoniche e conventi ai fuggitivi, ma anche alle riunioni clandestine dei CLN locali, o addirittura ai loro arsenali. ..

Ecco, questo tipo di resistenza ,la “Resistenza senza fucile”, come la definì Giovanni Bianchi in un libro uscito poco prima della sua morte, è stata forse il segno distintivo dell’approccio del mondo cattolico alla lotta di liberazione, sebbene non sia mancata l’organizzazione di vere e proprie formazioni partigiane come le Fiamme Verdi o le Brigate del Popolo, con comandanti dello spessore di Enrico Mattei, Eugenio Cefis e Giovanni Marcora, e martiri caduti in combattimento o trucidati dal nemico come i fratelli Alfredo e Antonio Di Dio, Giancarlo Puecher, Teresio Olivelli…

Nello stesso tempo, l’attivarsi spontaneo a favore dei combattenti clandestini e dei perseguitati, che in ogni caso esponeva ad un rischio anche mortale chi lo faceva, era in se stesso uno schieramento spontaneo, e gli stessi esponenti repubblichini avevano ben chiaro come da parte della Chiesa (a parte qualche gruppo di fanatici o di venduti) non vi fosse la minima disponibilità nei confronti di un regime che veniva già considerato morto e sepolto, e si guardava semmai al “dopo”.

Attraverso questa modalità di organizzazione del movimento resistenziale, le forze cattoliche iniziarono a pensare se stesse nella loro soggettività non solo religiosa, ma anche sociale e politica, e se fino ad allora l’unica forma organizzativa conosciuta era quella delle varie articolazioni dell’Azione cattolica, si poneva ora il problema di come essere presenti nelle istituzioni, nel sindacato, nel più vasto agone sociale.

Da qui deriva il legame storico fra le ACLI e l’Associazione dei partigiani cristiani (APC): è un dato di fatto che molti dei fondatori delle ACLI, nate, è opportuno ricordarlo, nella Roma liberata nell’agosto 1944 mentre più a nord la guerra ancora infuriava, furono partecipi della lotta di liberazione, e proprio a quel popolo minuto che aveva trovato la sua via sia per sopravvivere alla guerra sia per liberarsi dalla dittatura si rivolgevano per trovare la propria forza, svolgendo una duplice azione formativa e assistenziale.

La recente decisione del Comune di Milano di dedicare una “pietra d’inciampo” , fra le altre, al ricordo di Carlo Bianchi, già Presidente della FUCI milanese, componente del CLN, fucilato a Fossoli nell’estate 1944, è l’occasione per rinnovare questo legame, e per ricordare a noi stessi che la lotta resistenziale non è solo la base della nostra democrazia, ma è stata anche la manifestazione storica concreta dell’amore cristiano in una fase di oppressione e terrore, e nessun credente può presumere di coltivare un’equivoca posizione di neutralità fra il bene ed il male quando i loro contorni sono così netti.