I partiti dopo le elezioni

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Le elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre sono state un test di una certa importanza, atteso in questa fase particolare segnata dal permanente, anche se attenuato, allarme pandemico e dalla complessa navigazione del Governo di unità nazionale presieduto da Mario Draghi

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Il turno elettorale del 3 e 4 ottobre ha interessato diversi milioni di cittadini italiani, riguardando due collegi della Camera rimasti vacanti, la Regione Calabria e un gran numero di città fra cui metropoli del calibro di Roma, Milano, Napoli , Torino e Bologna: un test, quindi, di una certa importanza e che era atteso in questa fase particolare segnata dal permanente, anche se attenuato, allarme pandemico e dalla complessa navigazione del Governo di unità nazionale presieduto da Mario Draghi.

E’ difficile inferire un dato di tendenza politica nazionale da un passaggio elettorale segnato da un alto tasso di astensionismo, che dovrebbe semmai far riflettere tutti gli attori sociali e politici responsabili sulle ragioni di questo fenomeno sempre più radicato in un Paese come il nostro abituato ad indici di partecipazione al voto molto elevati.

Ma ciò che conta nel gioco politico sono i voti validamente espressi, poiché essi determinano non solo i governi a livello locale ma anche i rapporti di forza fra i diversi partiti, in particolar modo ora che siamo in prossimità dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e che rimane incerta la naturale conclusione della legislatura prevista per il 2023. Il Presidente Draghi ha affermato che il Governo “non segue il calendario elettorale”, ma ciò non fa che accentuare il paradosso di una fase storica in cui le dinamiche politiche e l’attività governativa appaiono totalmente slegate come mai era stato in passato – e ciò in tutta evidenza per la sola responsabilità dei partiti stessi, visto che nel resto d’Europa la pandemia è stata affrontata da Governi che hanno mantenuto ben chiaro il proprio profilo politico e non si sono confusi con le opposizioni al di là della necessaria unità nell’affrontare l’emergenza sanitaria.

Indubbiamente le elezioni costituiscono una sconfitta per la destra, che ha confermato il controllo della Calabria, ma ha perso in ambedue i collegi parlamentari e soprattutto viene sconfitta al primo turno nelle grandi città o arriva ad un ballottaggio poco vantaggioso. Ciò è dovuto al duplice fattore di candidati mediocri e non rappresentativi, salvo qualche eccezione, della loro città, e della lotta senza quartiere scoppiata fra la Lega e Fratelli d’Italia o , meglio, fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni, laddove il primo ha visibilmente perso quel “tocco magico” che nel 2019 nel faceva un naturale candidato alla guida del Governo, e la seconda si avvale del suo ruolo di unica oppositrice di una qualche consistenza all’attuale Esecutivo per farsi voce di ogni tipo di scontento e malessere sociale.

Peraltro,  la Lega mantiene un forte impianto “nordista” fatto di amministratori locali che hanno il polso della realtà sociale del loro territorio, e di una rete di media e piccola impresa che non tollererebbe l’affondamento di un Governo che sta dirigendo la più grande operazione di ricostruzione economica del Paese dai tempi del Piano Marshall, da cui dipendono migliaia di posti di lavoro e quindi la vita e il benessere di milioni di persone, e questo limita la volontà di Slavini di reagire in modo precipitoso alla crisi di consenso che deriva anche dalla progressiva perdita di centralità delle parole d’ordine sui cui il cosiddetto “Capitano” aveva costruito la sua immagine, a partire dalla lotta contro l’immigrazione.

Dal canto suo, la leader di Fratelli d’Italia trova un suo limite proprio nella natura stessa del suo partito, che a quasi ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale non ha onestamente fatto i conti con le sue origini fasciste – come dimostra la brutta vicenda che ha coinvolto un eurodeputato milanese- e che soprattutto non ha trovato una classe dirigente all’altezza delle ambizioni di chi vorrebbe essere a capo di uno schieramento maggioritario e magari del Governo del Paese.

La sensazione – e non riguarda soltanto Salvini e Meloni- è che questi siano i tempi di leadership solitarie, che magari in un qualche momento, grazie all’avere indovinato qualche tendenza dell’opinione pubblica, al sapersi presentare come l’uomo o la donna nuovi, che parlano chiaro, che risolvono i problemi, riescono a gonfiare il proprio consenso ma poi non sono strutturati per gestirlo giacché alla complessità dell’organizzazione – che implica anche la possibilità del dissenso- preferiscono l’immediatezza dell’incasso politico. Il che fra l’altro spinge ad imbarcare anche soggetti estranei che suscitano crisi di rigetto all’interno della comunità preesistente non appena l’onda su cui il leader surfa inizia , come è inevitabile, ad abbassarsi.

Qualcosa del genere si può rilevare anche per il Movimento 5 stelle, che ha perso malamente le due più importanti metropoli che governava, Roma e Torino, e soprattutto ha fatto registrare un crollo dei consensi che lo butta letteralmente fuori da alcuni Consigli comunali, a partire da quello di Milano, ovvero ne riduce le dimensioni a quello di un mero portatore d’acqua, come è accaduto a Bologna e Napoli , dove il risultato del M5S è stato meramente aggiuntivo rispetto alla straripante vittoria dei candidati Sindaci proposti dal PD.  Il fatto è che le promesse palingenetiche che erano alla base della proposta politica di cui Beppe Grillo fu alfiere, condita da invettive volgari e dalla criminalizzazione di tutto lo spettro politico, sono state puntualmente contraddette dal comportamento adottato dai pentastellati dal 2018 in poi, quando in successione si sono alleati prima con la Lega, poi con il PD e ora anche con Forza Italia (e se non si sono alleati con FdI è solo perché loro si son chiamati fuori), e hanno progressivamente cambiato idea sull’Europa, sulla moneta unica, sull’uso politico della giustizia e su tante altre questioni che erano considerate parte integrante della loro identità populista il che ha provocato, la fuoriuscita di molto del  personale politico arruolato con procedure a dir poco discutibili e, soprattutto, la pesante disaffezione dell’elettorato. E’ possibile che l’arrivo alla guida del partito di Giuseppe Conte possa in qualche modo arrestare l’emorragia di consensi, ma la questione è dubbia, perché la popolarità non sempre si traduce in consenso, le in ogni caso la popolarità di Conte era un prodotto dell’indubbio vantaggio posizionale di essere il Presidente del Consiglio , continuamente sotto l’occhio benevolo delle telecamere, e di una macchina propagandistica ben  oliata che però ha iniziato a battere in testa non appena il citato vantaggio posizionale è venuto meno. E’ probabile che il futuro del M5S si risolva in un rapporto di alleanza con il PD in una funzione più o meno satellitare.

Proprio il Partito Democratico esce rafforzato da questa prova, non solo per l’ottimo risultato dei suoi candidati Sindaci, ma anche per il risultato premiante delle sue liste : l’abilità di Enrico Letta – che peraltro rientra trionfalmente in Parlamento- è stata quella di  riuscire a tenere insieme alleanze di tipo diverso, si potrebbe dire a fisarmonica, da un lato sfruttando la debolezza ormai strutturale dei Cinquestelle e dall’altro tenendo comunque in gioco quelle forze centriste e moderate che si considerano alternative al populismo e al sovranismo ma che al momento non esprimono un progetto coerente e una leadership unitaria (al netto dell’ottimo risultato ottenuto da Carlo Calenda alle elezioni comunali romane, che sarà forse decisivo in sede di ballottaggio fra il candidato democratico Gualtieri e l’urlatore radiofonico Michetti, patrocinato da Meloni e Salvini). Certamente Letta non ripeterebbe l’imprudente definizione del suo predecessore Zingaretti di Giuseppe Conte come “potentissimo punto di riferimento dei progressisti”, che suonava come il conferimento della leadership del centrosinistra all’avvocato pugliese riducendo il PD ad un ruolo subordinato.

E tuttavia, non sarebbe la prima volta che una vittoria del centrosinistra in elezioni amministrative e/o regionali non abbia poi il conseguente riscontro nelle elezioni politiche, non solo perché i sondaggi continuano a certificare un tendenziale orientamento a destra della maggioranza dell’elettorato (compresi i molti astenuti di questa tornata che potrebbero decidere di riprendere in mano la tessera elettorale), ma anche e soprattutto perché gli umori populisti e sovranisti che la crisi pandemica ha attenuato potrebbero un domani riprendere forza se la risposta ai problemi sociali sempre più crescenti venisse percepita come insufficiente, se la sinistra di governo venisse identificata con la tecnocrazia mondialista, magari cercando di darsi un profilo più accentuato in battaglie su questioni identitarie e valoriali (o presunte tali) che potrebbero alienarle il consenso di larghi settori potenziale elettorato.

Inoltre, come rileva un editoriale del “Guardian”, il giornale della sinistra riformista britannica: “Nel momento in cui le città sono diventate degli hub per l’economia della conoscenza e per i servizi di alto livello, sono anche diventate più giovani, con una popolazione altamente scolarizzata e di sentimenti progressisti. Da Londra a Lione, da Milano a Manchester, questo fa nascere una nuova generazione di Sindaci progressisti eletti su piattaforme ambientaliste e di centrosinistra. Ma vincere le elezioni nazionali richiede un più ampio supporto in termini sia geografici sia generazionali”.

Naturalmente il quadro è in evoluzione, ed il primo appuntamento di rilievo, sia istituzionale che politico, sarà a febbraio per l’elezione al Quirinale.