I Settant’anni della Cisl

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Il 30 aprile del 1950 si teneva il Congresso costituivo della Confederazione Italiana dei Sindacati dei Lavoratori

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Anche questo 1 maggio, come il 25 aprile, è dominato dalla vicenda della pandemia, e nessuna delle usuali manifestazioni per celebrare la festa dei lavoratori potrà avere luogo. Anzi, si può dire che i lavoratori passeranno questa ricorrenza nelle loro case doppiamente preoccupati, sia per l’evoluzione del virus sia (e forse soprattutto) per gli scenari che si aprono davanti a loro nella prospettiva di una ripresa economica stentata che potrebbe tradursi in recessione e in disoccupazione di massa.

Non è quindi il momento di celebrazioni, semmai di riflessione su quello che può essere il futuro del lavoro, e più in generale del sistema economico e sociale a livello italiano, europeo, globale, dopo lo sconvolgimento di questa fase di emergenza sanitaria che sta interessando tutto il mondo.

Può forse aiutarci in questo senso la memoria storica,che ha visto più volte il nostro Paese interessato da dinamiche ricostruttive che hanno richiesto a coloro che si riconoscevano nei grandi filoni culturali e sociali di assumere pienamente la propria responsabilità nel corso di un processo talvolta aspro e contraddittorio e che tuttavia ha permesso all’Italia di risollevarsi progressivamente.

Il 30 aprile del 1950 si teneva il Congresso costituivo della Confederazione Italiana dei Sindacati dei Lavoratori, che nasceva dalla fusione fra la Libera CGIL (ossia la Corrente sindacale cristiana che si era separata dalla CGIL a maggioranza socialcomunista nelle turbinosa estate del 1948) e la maggioranza del gruppo dirigente della Federazione Italiana del Lavoro , che invece rappresentava l’esperienza del sindacalismo “laico”, ossia socialdemocratico e repubblicano, anch’essa staccatasi successivamente dalla CGIL. Si è detto la maggioranza del gruppo dirigente della FIL, giacché il grosso dei militanti – e in verità anche i partiti di riferimento- rifiutarono la fusione e diedero vita alla UIL.

L’esperienza di un sindacato aconfessionale e politicamente plurale suscitò anche la diffidenza di settori della Gerarchia ecclesiastica e della DC, soprattutto in quelle realtà territoriali in cui, per questioni di opportunità politica, gli incarichi di maggiore rilevanza vennero affidati ad esponenti del sindacalismo laico, sebbene si sapesse benissimo che la stragrande maggioranza degli iscritti veniva dall’esperienza della CSC.

Non mancarono le incomprensioni anche con le ACLI, poiché nella dirigenza del nuovo Sindacato vi erano molti che non comprendevano le ragioni del permanere di quella che avrebbe dovuto essere una struttura di supporto del sindacalismo cristiano, oltretutto dotata anch’essa di suoi organismi di servizio come il Patronato e la formazione professionale, mentre molti esponenti aclisti si interrogavano sull’opportunità di un sindacalismo aconfessionale quando in altre realtà europee (Francia, Belgio, Svizzera…) esisteva un sindacato cristiano che teneva insieme la funzione sindacale con quella di animazione religiosa e sociale.

Se la gestione politica e sindacale dell’attività della CISL venne affidata a dirigenti sperimentati come Giulio Pastore, Bruno Storti, Ettore Calvi ed altri provenienti alcuni dal sindacato bianco prefascista e altri dalla lotta resistenziale, il vero cervello “ideologico” della Confederazione fu Mario Romani, docente dell’Università Cattolica, che adattò creativamente alla realtà italiana il modello del sindacalismo statunitense. In sostanza Romani si propose di superare la tradizione italiana del sindacato politicizzato valorizzando l’autonomia del sindacato facendone un soggetto insieme responsabile degli interessi dei lavoratori e attento agli interessi generali. Un sindacato che affermasse la centralità della contrattazione collettiva (articolata a livelli diversi e orientata alla partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa) e che riaffermasse il carattere associativo delle organizzazioni sindacali, nel senso che esse dovevano essere espressione della volontà democratica degli iscritti e non di una generica realtà di classe.

E’ il motivo per cui nella visione della CISL ci fu sempre una certa diffidenza di fronte alla pretesa di regolamentare per legge i rapporti con le organizzazioni datoriali e con i poteri pubblici, la contrattazione e i diritti dei lavoratori che venivano rimandati alla dimensione contrattuale. E’ il motivo per cui la CISL fu sempre contraria all’applicazione degli articoli 39 e 40 del dettato costituzionale, quelli relativi alla registrazione dei sindacati  e alla regolamentazione per legge del diritto di sciopero, vedendo in essi una via legalistica per l’inserimento nella vita pubblica del sindacato che avrebbe dovuto invece avvenire per via contrattuale.

Naturalmente l’indipendenza politica della CISL era qualcosa che doveva essere conquistata progressivamente, visto che a lungo i dirigenti centrali così come quelli locali ebbero incarichi parlamentari o nei Consigli provinciali e comunali fra le fila della DC, esattamente come i dirigenti di CGIL e UIL. Non si verificarono tuttavia fenomeni di intromissione clamorosa, come l’umiliazione che la dirigenza del PCI inflisse a Giuseppe Di Vittorio per essersi schierato a favore degli insorti ungheresi nel 1956, o , dieci anni dopo, la decisione di respingere l’accordo sulle pensioni devoluta alla Segreteria del Partito e non agli organi confederali, o l’ imposizione della battaglia referendaria sulla scala mobile nel 1985 che finì in un disastro come Luciano Lama aveva ampiamente previsto, o , ancora, nel 1988, quando fu la dirigenza comunista ad incoraggiare la dissidenza interna che portò Antonio Pizzinato alle dimissioni da Segretario generale.

La CISL, come ogni altra organizzazione sindacale, venne investita dal vento delle contestazioni operaie della fine degli anni Sessanta e poté collocarsi all’avanguardia del processo di ristrutturazione dei rapporti industriali e delle rivendicazioni salariali anche grazie al ruolo di certe sue articolazioni interne, come i metalmeccanici, che sotto la guida di Pierre Carniti e di una nuova generazione di dirigenti (fra cui spiccava, occorre ricordarlo, Lorenzo Cantù) seppe gestire in forma più avanzata la tensione unitaria e la rivendicazione di autonomia del movimento sindacale, che non arrivò all’unità vera e propria a causa di interferenze politiche di ogni genere ma produsse comunque una forte tensione alla responsabilità comune che nella seconda metà degli anni Settanta seppe fare argine rispetto alla sfida terroristica.

Lo stesso si può dire relativamente alle fasi successive, anche quelle che videro una differenziazione di natura più politica che sindacale rispetto alla citata questione della scala mobile come a fasi di maggiore tensione unitaria come quelle del 1992 e del 1993 di fronte ad una crisi strutturale del sistema della cosiddetta Prima Repubblica. Ad onta delle polemiche intervenute si può anche dire che il famoso accordo che alcuni anni fa alla Fiat (anzi alla FCA) produsse una rottura fra le organizzazioni metal meccaniche, in particolare FIM e FIOM, dimostrò come la linea contrattuale e concertativa tipica della cultura cislina fosse più previdente ed utile di quella di una sterile contrapposizione.

Siamo di fronte ad un futuro largamente incognito, ad una crisi sanitaria in atto e ad una crisi sociale incalzante: proprio per questo è necessario che l’esperienza e i valori di tutte le forze sociali vengano messe al servizio di un percorso di ristrutturazione che dovrà mirare a minimizzare i costi sociali e a rimettere la persona umana al centro del processo economico, e la CISL su questo ha ancora molto da dire.