Il cammino della Chiesa italiana

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Il Carinal Zuppi è stato scelto da papa Francesco dalla terna votata dai Vescovi italiani riuniti in assemblea generale. Il nuovo presidente della Cei è Arcivescovo di Bologna dal 2015 e succede al cardinale Bassetti

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Con l’uscita di scena del cardinale Gualtiero Bassetti – che, ormai ottantenne, ha anche lasciato la guida dell’arcidiocesi di Perugia- e la nomina da parte del Papa del cardinale Matteo Zuppi, primo della terna votata dai suoi confratelli, la Conferenza episcopale italiana non ha solo un nuovo Presidente, ma anche una nuova prospettiva di cammino.
La gestione di Bassetti è stata in tutta evidenza una fase di transizione rispetto ad un’impostazione ecclesiale che può essere fatta risalire addirittura alla metà degli anni Ottanta del secolo scorso, alla famosa allocuzione che Giovanni Paolo II tenne al Convegno ecclesiale di Loreto nel 1985, che sanciva la fine dell’era montiniana nella gestione del post Concilio e ne apriva un’altra, il cui energico amministratore sarebbe stato il cardinale Camillo Ruini, prima come Segretario e poi come Presidente della CEI. Una stagione di protagonismo politico e mediatico, che, esauritasi la fase della presenza di un forte partito di ispirazione cristiana, si sarebbe tradotta in una contrattazione diretta fra la Gerarchia ed il potere politico, spesso a detrimento dell’autonomia e del protagonismo del laicato cattolico, aprendo di fatto una fase di ripiegamento nella capacità di iniziativa ecclesiale e politica.
Nelle intenzioni di papa Francesco, il nuovo turning point per i cattolici italiani avrebbe dovuto essere il suo discorso alla Chiesa italiana tenuto a Firenze il 10 novembre 2015, in cui il Pontefice argentino esprimeva le sue aspettative rispetto alla vita ecclesiale nella Nazione che ospita la Sede apostolica, rendendo chiaro che la Chiesa, ed in particolare l’Episcopato, non è alla ricerca di potere, ma vuole anzi inaugurare una nuova stagione di servizio, facendo propri gli orientamenti di fondo dell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, autentico manifesto di questo pontificato, e che si impegnasse seriamente nell’avvio di un cammino sinodale che le permettesse di fare il punto su se stessa e sulla sua capacità di essere all’altezza delle nuove sfide pastorali.
Il fatto è, come è emerso da altri accenni che il Papa ha disseminato nel corso degli anni, che la Chiesa italiana non è stata capace di seguire fino in fondo queste indicazioni, e allo stato di cose il Sinodo nazionale di cui si è più volte parlato è rimasto un fatto incompiuto, e se qualcosa si farà sarà essenzialmente perché l’intera Chiesa universale è impegnata in un cammino sulla sinodalità. Allo stesso tempo, l’approfondimento delle indicazioni fondamentali di Evangelii gaudium, che il Papa aveva chiesto esplicitamente a tutte le Diocesi è rimasto, se non lettera morta, confinato in pochi circoli per iniziati, laddove esplicitamente la volontà del Pontefice era quella di farne invece materia di discussione diffusa a partire dall’opzione preferenziale per i poveri e dalla costruzione delle strategie di inclusione sociale che ne discendono.
Era un’indicazione che aveva un risvolto politico? Evidentemente sì, e forse questo è ciò che ha creato dei problemi, visto soprattutto che essa implicava il porsi controcorrente rispetto a correnti forse maggioritarie (di certo assai chiassose) nell’opinione pubblica, ivi compresa quella di coloro che frequentano la Messa domenicale, come nel caso delle politiche in materia di immigrazione. Non che siano mancate chiare testimonianze e impegni concreti: la Chiesa italiana è oggettivamente una Chiesa del fare, e sotto il profilo caritativo la sua azione è stata incessante e decisiva, come si è visto nella stagione pandemica come pure nell’accoglienza ai profughi ucraini. E tuttavia, questa dimensione assistenziale non ha mai fatto il salto verso quella consapevolezza intellettuale delle nuove frontiere della carità che implicano anche un diverso modo di rapportarsi rispetto a chi detiene il potere politico.
Il cardinale Zuppi è la persona adatta per condurre questo percorso, lo dice la sua stessa biografia di prete delle periferie, legato all’esperienza singolare della Comunità di Sant’Egidio, vescovo ausiliare di Roma per volontà di Benedetto XVI e successivamente promosso da Francesco alla guida dell’Arcidiocesi di Bologna e poi al cardinalato. In un libro dal titolo provocatorio – “Odierai il prossimo tuo- uscito poco dopo la sua nomina cardinalizia nel 2019, Zuppi disse chiaramente che : “Per i cristiani non c’è ‘prima io’ ma ‘prima noi’ ; non c’è divisione tra alcuni e altri, perché tutti sono il mio prossimo e tutti vengono prima dell’indifferenza, della tiepidezza, del non amore , dell’ingiustizia palese per cui una vita vale e un’altra no. Dobbiamo disinquinare le nostre menti, i cuori e la bocca per non cedere mai all’alleanza dell’odio”.
Parole chiarissime, che in un certo senso annunciano una fase di ripoliticizzazione della Chiesa italiana dopo la ritirata implicita dell’epoca Bagnasco e quella ben più evidente della gestione Bassetti: una ripoliticizzazione che tuttavia non implica interferenza indebita, a meno che con tale espressione non si intendano designare le legittime prese di posizione di cittadini italiani (perché questo sono i Vescovi) che sono i portavoce di una vasta realtà, forse minoritaria, ma che ha segnato profondamente la storia e la cultura del nostro Paese e che si muove nel senso di una stretta collaborazione con le pubbliche istituzioni per il servizio concreto alle persone e alla società.
Il messaggio di fondo è e rimane lo stesso: la vita umana è una sola, ed è meritevole di protezione in ogni suo momento, nel grembo materno e fuori di esso, contro tutto ciò che la mortifica, la opprime e la distrugge, si tratti di sistemi economici escludenti, di discriminazione sociale, razziale, religiosa, di atti di pedofilia, di guerra, di manipolazione genetica, di eutanasia. Al fondo, anche la dolorosa decisione della primavera 2020 di avallare la sospensione della celebrazione pubblica dei sacramenti fu un modo per tutelare la vita umana, nell’ottica di limitare la circolazione del coronavirus. Il compito della Chiesa nel suo complesso è quello di parlare e di operare in difesa dell’essere umano vivente, di promuovere la sua dignità, di affermarne l’unicità.
Certo, le sfide sono molte, e sempre più è necessario che la Chiesa per affrontarle sappia muoversi nel suo insieme, che, pur nella distinzione dei ruoli, comprende sia persone consacrate sia laici. La prassi pastorale del card. Zuppi è chiaramente volta a un coinvolgimento del laicato, e delle sue espressioni associative, nella definizione dei percorsi pastorali e delle scelte quotidiane della Chiesa. Uno dei frutti del cammino sinodale potrebbe essere quello di arrivare finalmente alla creazione di un Consiglio pastorale nazionale, espressione delle forze vive delle Chiese locali, come già esistente in diverse forme in altri Paesi. Non a caso, del resto, fu proprio il neo-nominato Vescovo ausiliare Zuppi a presiedere la Messa per il XXIV Congresso nazionale delle ACLI che si tenne a Roma nella primavera del 2012, con parole di esortazione e di apprezzamento assai calde per la nostra esperienza associativa.
Se le realizzazioni saranno all’altezza delle premesse, ci sono tutte le condizioni per una nuova primavera della Chiesa in Italia, avendo chiaro che essa non sarà espressione di una sola persona, ma di un cammino di popolo.