Il Covid -19 e la situazione nei centri di accoglienza

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Destano particolare preoccupazione anche i Cpr, cioè i Centri di permanenza per i rimpatri, che sono strutture di detenzione amministrativa nelle quali vengono trattenuti i cittadini stranieri sprovvisti di un regolare documento di soggiorno o già destinatari di un provvedimento di espulsione

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Il Covid-19, con cui stiamo lentamente iniziando a convivere, abbiamo imparato che non fa sconti a nessuno. Ciò non toglie, però, che siano maggiormente colpiti gli strati più fragili della popolazione, tra cui figurano anche i migranti e i richiedenti protezione internazionale, dei quali diritti  e delle cui vite uno Stato civile non si può dimenticare.

Come denuncia un documento su iniziativa di Asgi e ActionAid e sottoscritto da decine di associazioni, “le strutture collettive caratterizzate da grandi concentrazioni non sono oggettivamente idonee a garantire il rispetto delle prescrizioni legali e la salvaguardia della salute”. Non idonei, quindi, sarebbero i centri governativi di prima accoglienza (Cara, Cda, Cpsa), nei quali vengono presentate le domande di protezione internazionale, e i CAS, cioè i Centri di accoglienza straordinaria, che ospitano la maggior parte dei rifugiati, pur essendo nati come strutture temporanee finalizzate a sopperire alla mancanza di posti nelle strutture ordinarie. Ad esempio, infatti, i servizi di distribuzione dei pasti sono organizzati all’interno di mense e i servizi igienici sono comuni. Un’altra problematica riscontrata è quella dell’accesso al servizio sanitario di coloro che si trovano all’interno dei Cara e dei CAS, che invece è particolarmente importante durante un’emergenza come quella che stiamo vivendo. Una delle soluzioni proposte è la chiusura dei CAS, accompagnata da una riorganizzazione del sistema “secondo il modello della accoglienza diffusa in piccoli appartamenti e distribuiti nei territori”.

Il Documento prosegue, proponendo anche che i titolari di permesso umanitario e i richiedenti asilo, esclusi dal decreto sicurezza, siano reintrodotti nel sistema SIPROIMI (ex SPRAR), costituito dalla rete di enti locali che realizzano progetti di accoglienza integrata, ora riservato esclusivamente ai titolari di protezione internazionale e ai minori stranieri non accompagnati.

Destano particolare preoccupazione, infine, anche i Cpr, cioè i Centri di permanenza per i rimpatri, che sono strutture di detenzione amministrativa nelle quali vengono trattenuti i cittadini stranieri sprovvisti di un regolare documento di soggiorno o già destinatari di un provvedimento di espulsione. In questi centri, si legge nel documento di Asgi, “un numero elevato di persone vive in condizioni di promiscuità, spesso in condizioni sanitarie precarie, in assenza di adeguati presidi sanitari interni ai centri.”

Il Garante nazionale per i diritti delle persone private della libertà, inoltre, ha constatato che appare impossibile l’osservanza delle misure di distanziamento sociale e di igiene necessarie in alcune strutture come il Cpr di Macomer,
Anche il Commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatović, ha lanciato un appello a fine marzo, perché siano rilasciati i migranti detenuti. Infatti, si legge nella dichiarazione del Commissario, come anche in una denuncia di Amnesty International, la loro detenzione è ammessa esclusivamente in vista dei rimpatri forzati, che, però, a causa della pandemia globale, al momento non possono essere attuati.

Alcuni importanti provvedimenti sono stati adottati dal decreto Cura Italia, che innanzitutto ha prorogato al 31 dicembre i progetti SIPROIMI. Il decreto prevede, inoltre, la possibilità di permanenza in accoglienza di tutti i cittadini stranieri già inseriti fino alla fine dello stato di emergenza, e ha accolto l’appello di numerose associazioni che nelle strutture SIPROIMI siano ospitati anche i richiedenti protezione internazionale ed i titolari di protezione umanitaria.

Fondamentale, oltre ad assicurare che possano essere rispettate tutte le precauzioni necessarie per proteggersi dal virus, è anche informare in modo adeguato gli ospiti delle strutture di accoglienza, come è stato fatto nel centro di accoglienza SIPROIMI (ex SPRAR) Il sestante di Cesano Boscone. Come racconta Aziz Hellal, che vi lavora da tempo come consulente e mediatore culturale, è stata infatti organizzata una serie di incontri tra alcuni esperti e gli ospiti per sensibilizzarli circa gli adattamenti necessari.

Inoltre, un modello che secondo Aziz dovrebbe essere replicato è il centro comunale di via Carbonia 3 in zona Quarto Oggiaro, in cui lavora da quando è stato aperto. È gestito da Spazio Aperto Servizi come capo fila, insieme a Farsi prossimo Onlus, Soccorso coop. sociale, di cui Aziz fa parte, ed Emergency. Si tratta di un immobile di proprietà del Comune di Milano, originariamente destinato all’emergenza abitativa. In cinque giorni è stato riconvertito per ospitare le persone accolte nei centri di accoglienza e nei dormitori di Milano, che presentino sintomi riconducibili al Covid o che siano stati a contatto con persone contagiate, per l’isolamento fiduciario.

Al loro ingresso viene fornito un kit composto da un pigiama e prodotti per l’igiene e a ognuno è assegnato un monolocale o un bilocale (per persone che condividevano la stessa camera nella struttura di accoglienza), che possono lasciare solo nei momenti della pulizia e sanificazione quotidiana, di cui si occupano gli addetti di Spazio Aperto Servizi con il monitoraggio logistico di Emergency. Ciascuna locale è dotato di una finestra sul corridoio attraverso cui gli operatori possono controllare lo stato di salute degli ospiti, ma anche mostrare loro un volto amico.

I pasti vengono forniti, tenendo conto delle diete individuali, da parte di Milano ristorazione. Ogni giorno un medico o infermiere di Emergency fa controlli sanitari e la temperatura corporea viene controllata 3 volte al giorno (alle 8:30, alle 16 e tra le 22:00 e le 00:00). Se un ospite raggiunge la temperatura di 37,5°C, gli viene somministrato paracetamolo, seguendo le prescrizioni del medico di Emergency, e sono monitorati ogni ora gli sviluppi. L’intento, infatti, è quello di seguire gli ospiti senza portarli in ospedale, dato il loro sovraffollamento, a meno che non sia necessario.

Al termine dell’isolamento, che è stato esteso a 28 giorni, se non si presentano ulteriori sintomi e se, dopo essere stati sottoposti a due tamponi, questi risultano negativi, gli ospiti vengono dimessi, altrimenti rimangono nella struttura per altre due settimane fino a un ulteriore test o tampone. I dimessi possono fare ritorno nelle strutture di provenienza, che garantiscono loro un posto grazie a degli accordi. Perdere il posto in queste strutture all’inizio è, infatti, una delle loro maggiori preoccupazioni.

Oltre che dei controlli sanitari, Emergency anche della formazione degli operatori e delle misure di prevenzione. Ad esempio ha predisposto all’ingresso della struttura uno spazio, in cui gli operatori possono spogliarsi e procedere alla sanificazione, e un percorso pulito e sporco in entrata e in uscita.

Gli operatori che vi lavorano hanno diverse provenienze e sono anche in grado di fungere da mediatori culturali, ad esempio prima del Ramadan si sono informati sulle usanze degli ospiti.

La marcia in più di un’organizzazione di questo tipo e auspicabile anche in altre strutture è che oltre a occuparsi della salute fisica delle persone che vi risiedono, è anche presente un interesse per il loro aspetto umano. Con le parole di Aziz, da una parte “c’è una grande voglia di dare una mano anche fuori dall’orario di lavoro” e condividere le reciproche competenze da parte degli operatori, dall’altra “comprensione e collaborazione da parte degli stessi ospiti”.