Il filo infinito. Dall’Europa di Benedetto all’Europa di Francesco

Il filo infinito. Dall’Europa di Benedetto all’Europa di Francesco email stampa

Una sintesi dell'incontro, promosso dalle Acli Milanesi all'interno del programma associativo con il giornalista e scrittore Paolo Rumiz

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La copertina del libro di Paolo Rumiz, Il filo infinito

Nel contesto del programma associativo delle ACLI milanesi la riflessione sulle grandi tematiche che legano l’Italia all’Europa ha un posto non secondario, soprattutto in una fase di crisi come questa, che richiede una lettura sapienziale e, insieme, uno sguardo di prospettiva che aiuti a colmare le distanze culturali e sociali sempre più evidenti ed esasperate dalla pandemia.

Per questo è stato particolarmente importante l’incontro tenutosi via facebook il 19 maggio dall’accattivante titolo “Il filo infinitoDall’Europa di Benedetto  all’Europa di Francesco”, che ha visto protagonista il giornalista di Repubblica Paolo Rumiz, triestino, già osservatore fra i più acuti della guerra nell’ex Jugoslavia, e poi viaggiatore instancabile nei territori periferici del nostro Paese alla ricerca delle radici della nostra convivenza. Stimolato dalle domande del Vicepresidente provinciale Paolo Ricotti, Rumiz, autore del libro che dava titolo all’incontro, ha evidenziato come all’origine del suo viaggio vi sia stata la suggestione ricevuta nelle macerie di Norcia dopo il terremoto dell’estate 2016 , dove fra le poche cose rimaste in piedi vi era la statua di San Benedetto.

Da lì iniziava una sua riflessione sul rapporto fra la tendenza alla sismicità del nostro Paese e la capacità di ricostruzione del suo popolo, e più in generale sul legame fra la costruzione dell’idea di Europa avvenuta nel contesto delle invasioni barbariche e l’attuale smarrimento culturale e politico del nostro continente. In particolare Rumiz  si è detto colpito dalla capacità dei monaci di conquistare in tempi rapidi la fiducia degli invasori – i barbari- al punto di spingerli, con la forza dell’esempio e non delle armi, alla conversione.

D’altro canto, il movimento benedettino non si limita a creare comunità, ma crea anche relazione, capacità di resistenza e di lettura dei segni dei tempi in prospettiva futura. Rumiz ha sottolineato la necessità di non limitarsi all’enunciazione di principi generali, ma di compiere azioni conseguenti ai principi che si dice di professare, evidenziando come spesso i gesti, le atmosfere, la fisicità possano sedurre e convincere più di mille discorsi.

Proprio per questo, sostiene Rumiz, non si può parlare dell’Europa senza conoscerla, senza cercare di comprenderne le caratteristiche fondamentali, quelle geografiche, quelle storiche, quelle religiose, ricordandosi che – nella concretezza- l’Europa è uno dei luoghi più felici del mondo, sia sotto il profilo del benessere economico sia sotto quello della libertà di pensiero, di parola, di religione che non hanno paragoni rispetto a molte altre parti del mondo.

Per questo, ha concluso, è necessario preservare l’Europa in queste sue caratteristiche principali di  accoglienza e di inclusione, giacché l’ideale europeo (diciamo pure la storia europea) è l’esatto contrario della pretesa di esclusione e della logica tribale che nega il grande retaggio romano della universalità delle leggi.

Il paesaggio in cui siamo immersi- ha concluso Rumiz- è un paesaggio benedettino, così come i cibi, le modalità di costruire, di coltivare la terra, sono eredi della tradizione benedettina. E  questa è un’eredità da mantenere, legandola alla visione di prospettiva sull’Europa disegnata da papa Francesco nel suo discorso al Parlamento europeo nel 2014.