Il giugno di Giovanni e Paolo

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Giovanni XXIII morì il 3 giugno 1963. Il conclave che si riunì due settimane dopo elesse Pontefice, dopo tre giorni e sei scrutini, l’Arcivescovo di Milano cardinale Giovanni Battista Montini, che prese il nome di Paolo VI, e fu solennemente incoronato (ultimo Papa a celebrare questo rito) il 30 di quello stesso giugno.

Nello stretto giro di 27 giorni dello stesso mese la Chiesa cattolica quindi registrò una sorta di “passaggio di consegne” fra due Papi che si svolgeva oltretutto all’ombra della grande novità del Concilio Vaticano II che Giovanni XXIII aveva annunciato meno di due mesi dopo la sua elezione e la cui prima sessione si era svolta fra l’ottobre ed il dicembre del 1962 con risultati notevoli, fra cui lo sconvolgimento degli schemi predisposti dalla Curia romana -che pretendeva di chiudere i lavori conciliari prima ancora di aprirli- e con la discussione sullo schema relativo alla liturgia, che recepiva le richieste ormai giunte da più parte circa l’aggiornamento della liturgia stessa, dei suoi riti e della lingua in cui veniva celebrata. Esigenza che sarebbe stata codificata nella costituzione Sacrosanctum Concilium promulgata nel 1963 da Paolo VI e che sarebbe stata la base per la successiva riforma liturgica.

Proprio in apertura del Concilio papa Giovanni, con la sua prolusione Gaudet mater Ecclesia aveva messo in chiaro di voler rifiutare le geremiadi dei “profeti di sventura” e di voler orientare la Chiesa ad un rinnovamento che la mantenesse fedele al Vangelo e alla Tradizione innestandola in un mondo che cambiava vorticosamente.

Questo, e la promulgazione nella Pasqua successiva dell’enciclica Pacem in terris, la cui forza dirompente continua ad esprimersi anche dopo sessant’anni, contribuì a consolidare il credito e l’affetto dei credenti e dei non credenti intorno alla figura del Pontefice, sì che si può dire che la sua morte fu una sorta di “Messa sul mondo”, un rito collettivo celebrato da persone che guardavano a quella finestra sopra il colonnato del Bernini sentendosi convocate per congedarsi da un’amabile paternità.

In un editoriale intitolato significativamente “Non eravamo degni di lui” comparso sul Giornale dei lavoratori del 5 giugno l’allora Presidente delle ACLI milanesi Luigi Clerici scriveva che “Giovanni XXIII è stato anzitutto un esempio di cristianesimo cristallino, rifuggente da ogni equivoco e da ogni non chiara esigenza diplomatica; di un cristianesimo semplice della semplicità del Vangelo. (…) Ma riteniamo di non errare se affermiamo che queste doti così eccezionali non avrebbero in Lui avuto lo spicco che hanno avuto se non fossero state penetrate e soffuse da un grande amore. Quell’amore che- di fronte alla morte- gli ha fatto dire una cosa ineffabile: di aver sempre voluto bene a tutti gli uomini che aveva incontrato”.

La morte di papa Giovanni lasciava aperta la questione del proseguimento del Concilio: la seconda sessione era stata convocata per il settembre 1963, ma molti di coloro che temevano la carica riformatrice della grande assise premevano per un rinvio, magari a tempo indeterminato.

Per questo la scelta come nuovo Papa del card. Montini, che aveva avuto un ruolo decisivo nella prima sessione conciliare e che appariva come il candidato naturale di chi voleva saldare Tradizione ed aggiornamento, in un contesto di indiscussa fedeltà alla Chiesa.

Non fu comunque un’elezione incontrastata, anche perché numerose preoccupazioni di carattere politico, in un contesto segnato dai ferrei equilibri della Guerra fredda, che attraversavano anche il nostro Paese, portavano a temere l’elezione di un presule che veniva accreditato di eccessiva disponibilità verso le sinistre. Con ciò equivocando la personalità stessa di Montini, il cui anticomunismo si era sempre accompagnato alla fiducia nel valore oggettivo della democrazia, laddove molti dei suoi oppositori ecclesiastici pensavano con una certa nostalgia al fascismo e additavano come regimi autenticamente cristiani quelli vigenti nella Spagna di Franco e nel Portogallo di Salazar.

In ogni caso, il nuovo Pontefice chiarì fin da subito nel suo primo radiomessaggio del 22 giugno 1963, un giorno dopo l’elezione, che la continuazione del Concilio sarebbe stata la sua prima preoccupazione, e che ad esso assegnava quattro obiettivi ben  precisi: la più precisa definizione del concetto di Chiesa; il rinnovamento della Chiesa stessa; la ricomposizione dell’unità fra tutti i cristiani; il dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo.

Sul Giornale dei lavoratori del 24 giugno l’assistente delle ACLI milanesi don Ezio Orsini, che ben conosceva il nuovo Pontefice, annotava che la formula pastorale di Montini poteva essere definita con il trinomio: “Universalità-Moderazione- Modernità”, come frutto delle sue esperienze di diplomatico e di pastore e come inclinazione caratteriale ed espressione di un’inesausta curiosità intellettuale e di un’autentica passione per la persona umana. La stessa, potremmo dire, che qualche tempo dopo lo spinse a rivendicare per la Chiesa la definizione di “esperta in umanità” di fronte all’assemblea generale dell’ONU, e di compiere passi significativi nella riforma del governo della Chiesa e nel cammino ecumenico.

Non mancarono le incomprensioni ed i malesseri, anche con le ACLI, soprattutto quando il Papa, talvolta informato negativamente da persone più zelanti che prudenti, ebbe l’impressione che esse si discostassero dalla loro impostazione valoriale – che egli stesso aveva contribuito a definire- e dal suo progetto per la nuova presenza dei credenti nella storia d’Italia.

Ma in quel giugno di dolore e di festa del 1963, fra la prospettiva ecclesiale del rinnovamento conciliare e quella politica del centro sinistra, grandi speranze sembravano aprirsi per chi sognava una Chiesa autenticamente madre, maestra e compagna di strada dei popoli ed insieme lottava per una città dell’uomo a misura d’uomo e questo anche grazie alla testimonianza e al magistero dei due Papi di giugno.