Il messaggio di Matteotti nel centenario della morte

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Il martirio di Giacomo Matteotti si consumò nell’arco di undici giorni, dal 30 maggio 1924, quando pronunciò nell’aula di Montecitorio il famoso discorso che denunciava il clima di illegalità in cui si erano svolte le elezioni del mese precedente, al 10 giugno, quando una squadraccia fascista guidata da Amerigo Dumini, che agiva su mandato più o meno diretto di Benito Mussolini, rapì e subito uccise il segretario del Partito Socialista Unitario sul Lungotevere Arnaldo da Brescia a Roma.
Non fu il primo crimine del fascismo, e non sarebbe stato l’ultimo, ma fu in un certo senso il più eclatante, perché andava a colpire un componente eminente dell’opposizione in una fase di transizione dal regime liberale a quello dittatoriale, e rappresentò oggettivamente una battuta d’arresto del progetto mussoliniano che l’insipienza di coloro che avrebbero dovuto contrastarlo e rovesciarlo spinse invece a farsi ancora più ardito fino ad arrivare nel giro di un anno alla soppressione delle pubbliche libertà e all’eversione delle garanzie derivanti dallo Statuto del Regno, che venne non abolito ma accantonato.
Molti studiosi all’approssimarsi dell’anniversario si sono lodevolmente sforzati di ricostruire una biografia politica di Matteotti per non fissarlo, come per anni si è fatto, nel gesto finale della sua esistenza ma per far comprendere meglio la parabola intellettuale e politica del parlamentare rodigino, la cui autorevolezza politica non piovve dal cielo con il discorso del 30 maggio, ma fu invece l’esito di un’esistenza coerente rispetto ai principi che Matteotti aveva abbracciato fin da giovanissimo.
L’idea socialista, per Matteotti, era certamente un progetto di rinnovamento radicale della società italiana, a partire dalla sue basi economiche e sociali, ma nello stesso tempo si radicava nell’idea non di uno strappo rivoluzionario che sarebbe arrivato chissà come e chissà quando, ma in un percorso consequenziale di educazione delle masse , che sempre più stavano acquisendo il diritto di voto sia pure riservato solo agli uomini (ed era limitazione grave), a rendersi competenti nella gestione dello Stato borghese per capirne il funzionamento e poterlo gradualmente sovvertire.
Giurista di formazione (potenzialmente avrebbe potuto diventare un cattedratico di fama) Matteotti mise le sue capacità al servizio della dimensione municipale, ricoprendo l’incarico di consigliere in più Comuni della Provincia di Rovigo e divenendo Sindaco di Villamarzana: egli utilizzò tutte le tribune a sua disposizione per analizzare sistematicamente la capacità d’intervento a partire dai bilanci, polemizzando con i Governi che non facevano abbastanza per garantire ai Comuni di poter svolgere il loro ruolo soprattutto in materia scolastica e sociale.
Ancor prima di entrare in Parlamento nel 1919 Matteotti era un’autorità indiscussa all’interno del PSI e della Lega dei Comuni socialisti, ed era naturalmente schierato con Filippo Turati, che aveva eletto a suo mentore politico, all’interno della componente riformista, anche se viveva gli scontri di corrente con una certa impazienza in quanto gli sembravano essere perdite di tempo e di energie rispetto all’obiettivo della costruzione di un percorso credibile di arrivo al governo del Paese, che pareva a portata di mano nel momento in cui le prime elezioni politiche postbelliche avevano fatto del PSI il primo partito del Paese.
Tuttavia, l’enfasi parolaia della maggioranza massimalista che governava il partito, e l’appiattimento sulle direttive della neonata Terza internazionale da parte della frazione comunista – che poteva sfruttare a suo favore l’immensa attenzione popolare che aveva accompagnato la rivoluzione bolscevica in Russia- rendevano difficile un approccio come quello di Matteotti, che non era affatto moderato, ma riteneva che un cambiamento anche radicale potesse avvenire attraverso il consolidamento di istituzioni democratiche in un contesto in cui, anche come conseguenza del primo conflitto mondiale, le masse avevano fatto irruzione sulla scena politica e avevano rivendicato la parola, come dimostrava la coeva affermazione del Partito Popolare espressione del movimento cattolico, emarginato dalle istituzioni liberali non meno di quello socialista.
Turati denunciò ripetutamente da tutte le tribune possibili la cecità e la follia della dirigenza massimalista che spaventava gli avversari con parole d’ordine incendiarie ed era incapace sia di fare la rivoluzione sia di assumersi il compito di gestire e riformare lo Stato, preparando così la strada alla reazione. Matteotti lo secondò, pur mantenendosi lontano dalle dispute ideologiche, anche se il suo rifiuto della demagogia massimalista e della doppiezza e malafede comunista era totale.
Come è noto nel giro di poco più di un anno il PSI subì due scissioni, la prima nel gennaio del 1921 quando la frazione comunista diretta da Amadeo Bordiga fondò il Partito Comunista d’Italia, la seconda , all’inizio del tragico ottobre del 1922, quando la maggioranza massimalista per un pugno di voti fece passare la mozione che espelleva i riformisti dal partito, costringendo questi ultimi a dare vita al Partito Socialista Unitario, di cui Matteotti venne chiamato alla Segreteria mentre Turati era il leader riconosciuto. Alla fine di quel mese, come è noto, avvenne la Marcia su Roma ed il fascismo prese il potere.
Matteotti fu uno dei più decisivi nemici del fascismo per due ragioni: la prima era il rifiuto della violenza e la volontà di restaurare le istituzioni democratiche. In una prospettiva autenticamente riformista egli coglieva come la classe lavoratrice potesse avanzare solo in un contesto democratico, senza strappi e senza violenze sistematiche (l’illusione dei comunisti e di molti socialisti che il capitalismo fosse lì lì per crollare dopo la guerra si era rivelata come tale). La seconda erano le sistematiche menzogne di Mussolini e dei suoi propagandisti circa il risanamento morale ed economico del Paese attuato dal nuovo Governo: nel suo libro “Un anno di dominazione fascista” , uscito ai primi del 1924, Matteotti dimostrò chiaramente come non solo non vi era stato alcun risanamento della situazione economica, ma nemmeno l’ordine pubblico era stato ristabilito perché la violenza fascista proseguiva sia sotto la forma dello squadrismo sia sotto quella della repressione di Stato.
Il discorso del 30 maggio, che prendeva di petto le modalità truffaldine con cui si era svolta la competizione elettorale di aprile, già definita da una legge altrettanto truffaldina, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Inoltre, si sapeva che Matteotti stava raccogliendo prove circa forme illegali di finanziamento del Partito fascista e della stessa famiglia Mussolini, anche se quei documenti non apparvero mai (e furono probabilmente oggetto di segrete trattative fra Mussolini ed il sicario Dumini quando questi venne arrestato).
L’immagine di Matteotti per molto tempo è stata condizionata dalla tragedia finale, e a questo concorsero molti fattori. Come ha dimostrato Antonio Funiciello nel suo saggio “Tempesta” (l’appellativo con cui era noto Matteotti) a dare il tono alla ricostruzione fu il saggio su Matteotti scritto da Piero Gobetti, curioso tipo di liberale che detestava il riformismo socialista e credeva di poter trovare elementi liberali nel bolscevismo, che rimandava l’immagine di un uomo solo, capitato per caso nella compagnia poco seria del socialismo italiano, una specie di predestinato al martirio, unico fiore cresciuto in un pantano. Da parte comunista, Gramsci applicò a Matteotti l’offensivo epiteto di “pellegrino del nulla”, e ne tacque il nome in tutti i suoi famosi “Quaderni del carcere”. Dopo la guerra, la vulgata resistenziale allestita pro domo dal PCI non poteva tacere il nome del deputato rodigino, ma riduceva la sua esistenza al discorso del 30 maggio, e ne taceva accuratamente l’appartenenza riformista (del resto i comunisti italiani con alcune rilevanti eccezioni avevano tutti aderito alla forsennata campagna staliniana contro il “socialfascismo”).
La stessa componente maggioritaria del socialismo italiano, almeno finché fu legata al mortale patto di unità d’azione col PCI, ebbe diverse reticenze ad assumere come propria la vicenda politica di Matteotti, se è vero che nel 1954 il socialista di sinistra Gianni Bosio, allora direttore delle Edizioni Avanti!, rifiutò di pubblicare le opere di Matteotti per timore che si pensasse che il suo pensiero potesse avere qualcosa in comune con la linea del PSI. Del resto, quella stessa casa editrice in quel periodo pubblicava una vergognosa biografia di Turati in cui il leader socialista veniva dipinto come un pover’uomo incerto ed intellettualmente mediocre.
Ripensando alla vicenda politica ed umana di Matteotti qualche anno dopo, Pietro Nenni disse che “egli era chiamato sconsiderato dai poltroni e vile riformista dai parolai”: in una sinistra italiana in cui poltroni e parolai abbondano, e a volte sono le stesse persone, la lezione di un uomo non solo (perché uno che riusciva a farsi eleggere ripetutamente consigliere comunale e deputato con numerose preferenze, e godeva di indiscusso prestigio sia a livello nazionale ed europeo non poteva essere considerato un uomo solo) ma serio, che era radicato nei principi della difesa dei lavoratori e della democrazia, e che non credeva nelle chiacchiere ma nei fatti, rimane in tutta la sua attualità.