Il panorama internazionale e la nuova presidenza Biden

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Sintesi dell'incontro a cura del Circolo ACLI Geopolitico con Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali presso l’Università Statale di Milano

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Foto di Dwinslow3 da Pixabay

Una fase di profonda riorganizzazione dei poteri
Il XXI secolo è iniziato con una profonda fase di riorganizzazione dei poteri e da un forte scontro sulla legittimità degli stessi. Il mondo non è uguale a come è uscito dalla Guerra fredda e nel giro dei prossimi dieci anni la distribuzione del potere sarà diversa rispetto a oggi. Ne ha guadagnato la Cina. Hanno perso i Paesi europei e anche gli Stati Uniti d’America sono immersi in questa transizione.

Si sta aprendo una divaricazione tra distribuzione del potere e del prestigio, che vede l’Europa scivolare rovinosamente sia nell’uno, sia nell’altro. Ci sono invece paesi che sanno di godere di un prestigio che non è più proporzionato al proprio potere, e sanno che sono destinati a perdere posizioni. Ad esempio, l’Italia: il nostro paese sa che nel XXI secolo non peserà quanto nel XX. L’obiettivo della politica estera italiana da qualche anno è perdere meno posizioni possibile.

Viviamo sempre di più dei conflitti sul riconoscimento.
La ridistribuzione del potere e del prestigio produce instabilità. Si incrocia con la configurazione geopolitica dei sistemi internazionali. Stanno cambiando le aree regionali, le identità e i confini. I confini della regione mediorientale si sono spostati e hanno interagito con la ridistribuzione del potere. La nascita dell’area regionale indopacifica (fusione Asia meridionale e orientale) ha conseguenze enormi sulla Cina, sulla competizione tra Cina e USA e tra gli altri attori internazionali.

Il fenomeno del XXI secolo è la detronizzazione dell’Europa dal centro del mondo. Si tratta di un’enorme problema di identità e autorappresentazione, che finora l’Unione europea non si è rivelata all’altezza nell’affrontarlo. Il nodo è geopolitico, e investe tutta l’organizzazione del mondo per come è stata disegnata dopo il 1989. All’indomani della Guerra fredda si diceva che non esistessero alternative sistemiche alla politica liberale, mentre invece oggi Cina e Russia stanno proponendo delle alternative. Questo ci deve indurre a riflettere sul problema dell’eredità che abbiamo lasciato in quattro secoli di cultura/visione occidentale sul resto del mondo.

Gli USA e la presidenza Biden
Lo strapotere degli USA nel dopoguerra era quello dei vincitori, ma anche oggi gli USA sono uno dei riferimenti più forti. Anche il potere statunitense, tuttavia, viene esercitato in un modo diverso, meno egemone rispetto al passato, cosa che provoca l’assertività degli altri Paesi. I paesi che sono in crescita cercano prestigio, più che potere, e sono coloro che oggi sono più assertivi. Un esempio è la Cina, che vuole essere riconosciuta dagli altri e, in particolare, nelle organizzazioni internazionali. Il prestigio si distribuisce più lentamente, lo vediamo nella composizione del consiglio di sicurezza ONU, nei posti distribuiti nelle organizzazioni internazionali, e deve essere conquistato.

Considerare il passaggio Trump – Biden come un ritorno all’età d’oro dell’America di Clinton è una visione ingenua: il mondo del 2021 non somiglia al mondo degli anni ’90.

Possiamo individuare delle discontinuità:

  • Abbiamo un cambiamento di linguaggio.
  • Abbiamo un rilancio della retorica del multilateralismo, ma diverso da quello di cui abbiamo parlato negli ultimi 30 anni. Quello di allora era multilateralismo inclusivo, che faceva riferimento alla Comunità internazionale. Quello di oggi è multilateralismo occidentale e competitivo, esclusivo perché si oppone a quello ad esempio cinese.
  • Avremo anche un rilancio delle relazioni con gli Alleati?

Le continuità, tuttavia, sono comunque più imponenti delle discontinuità, perché l’Amministrazione Biden condivide la preoccupazione di fondo che gli USA stanno avendo nell’ultimo decennio: è finito il trionfalismo, oggi sono ossessionati dallo spettro del declino. Per cui:

  • Come rallentare il declino? Il rischio di assumere più impegni di quelli che si è in grado di sostenere imporrà anche a Biden il bisogno di ridurre, rimettere in equilibrio impegni e risorse.
  • Biden cercherà ancora, anche se con metodi diversi da Trump, e forse come già tentò Obama, di convincere gli alleati a fare di più. Biden forse proverà con entrambi i modi.
  • Resterà il bisogno di tagliare impegni percepiti come rami secchi. Ad esempio, Biden porterà via le truppe dall’Afghanistan e così ha annunciato per l’11 settembre 2021. Anche da scelte come questa, tuttavia, gli Stati Uniti rischiano di perdere un pezzo della loro credibilità.
  • Avere nemici costa: Obama ha cercato di mediare con Iran, Trump con la Russia. Con chi cercherà un accomodamento Biden?

Il mondo di oggi sembra più disunito del passato
Il mondo del secolo scorso sembra molto più unito di oggi, nonostante l’assenza di mass media. Esisteva un linguaggio universali dei conflitti, che rendeva i conflitti uguali, trasparenti. Oggi abbiamo tanti strumenti di comunicazione, ma ci siamo resi conto che i linguaggi e gli strumenti di comunicazione non sono applicabili a tutti i luoghi. Questo crea una difficoltà di interpretazione dei conflitti che avvengono in diverse parti del mondo. Le infrastrutture sono formidabili strumenti di comunicazione che veicolano diversità. Questo pone interrogativi sul destino delle odierne organizzazioni internazionali, che sono tutte nate in contesti diversi dal nostro. Il Covid-19 è stato un esempio emblematico: siamo consapevoli che nessuno da solo potrà risolvere il problema del Covid-19, ma questo non è stato il punto di rilancio del multilateralismo. Siamo in una «orgia di egoismi internazionali». È difficile rilanciare il multilateralismo perché siamo in competizione per il potere, ma anche perché questo richiede un consenso ora assente su quali siano i principi e valori fondamentali.

Il focus sulle guerre civili per comprendere il problema delle identità
È diventato quasi un luogo comune affermare che le guerre civili sono la nuova forma della conflittualità violenta, perché ne nascono sempre di più, prendendo il posto delle guerre interstatali. Ci siamo abituati a vederle come un fenomeno anacronistico, perché le vediamo spesso in Paesi considerati ai margini dello spazio politico, quando invece tutti gli ordini politici sono vulnerabili e al rischio di una perdita di coesione. Questa, in realtà, è una continuità storica: la guerra civile ha sempre fatto parte della storia europea. Per questa ragione è un fenomeno macroscopico dal punto di vista storico. La guerra civile è anche una prospettiva teorica, ci consente di guardare la politica senza schermi. Ha a che fare anche con il tema dell’identità: una guerra civile scoppia quando l’identità comune viene meno o altre identità si impongono sulla vigente.