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I dubbi sulla strategia da adottare contro questo vero e proprio atto di guerra email stampa

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Gli attentati di Parigi del 13 novembre segnano un ulteriore salto di qualità, se così si può dire, della strategia stragista seguita da quel particolare soggetto del jihadismo contemporaneo che va sotto il nome di Stato Islamico di Siria e del Levante (ISIS o Daesh, in base alle iniziali inglesi o arabe) che si propone di rifondare il Califfato, la storica istituzione politico-religiosa che ha unito i musulmani sunniti fin dalla morte del Profeta.

Caduto l’Impero Ottomano nel 1918, abolito il ruolo anche religioso del Califfo da parte del nazionalismo turco di matrice laica di Kemal Ataturk, la pretesa dell’oscuro predicatore iracheno Abu Bakr al Baghdadi di incarnare il nuovo erede del Profeta, l’unificatore della Umma, la comunità dei credenti nell’Islam , non è stata convalidata da alcuna autorità teologica seria, né tantomeno è riconosciuta da un qualsiasi Stato esistente al mondo. Ciò non toglie che tuttora il Daesh controlli una porzione di territorio abbastanza vasta fra la Siria e l’Iraq, e che esso abbia iniziato a godere di un certo sostegno fra le varie fazioni jihadiste rendendo possibile una sorta di franchising soprattutto nel Maghreb e nell’ Africa settentrionale con i suoi cupi rituali: i guerriglieri mascherati e vestiti di nero, le esecuzioni rituali, la minaccia di portare la bandiera del Califfato a sventolare su Roma e su tutto l’Occidente…

Certo, la capacità di fare un grave danno con minime forze di questi nuovi strateghi del terrore è impressionante, e se gli attentati del 7 gennaio sempre a Parigi erano mirati contro obiettivi simbolici ben definiti – la redazione di “Charlie Hebdo”, il negozio di specialità ebraiche…- la strage indiscriminata del 13 novembre colpisce la normalità della vita di una delle città più cosmopolite del mondo, dai ristoranti ai teatri, per arrivare fino alle Stade de France di Saint Denis dove lo stesso Presidente della Repubblica François Hollande stava assistendo all’incontro fra la Nazionale di calcio francese e quella tedesca. Lungo la direttrice del boulevard Voltaire (che ironia, proprio l’autore del “Trattato sulla tolleranza”!) è quindi rimasta una scia di sangue , il sangue di 138 persone assassinate e di molte altre ferite, colpite con metodica lucidità da una decina di terroristi che avevano messo in conto di morire a loro volta o per mano della Polizia o suicidandosi con cinture esplosive. Sono morte persone di molte nazionalità, ed ovviamente anche numerosi musulmani, a segno di quanto il gesto fosse assai poco mirato sulle persone ma servisse a mandare un messaggio.

Ed il messaggio, forte e chiaro, è questo: non potete e non dovete stare sicuri, noi siamo in grado di colpirvi nella vostra quotidianità, almeno finché i vostri Governi si intrometteranno nelle faccende del Medio Oriente. Qualcuno ha fatto rilevare che la strage di Parigi è stata l’atto culminante di un’ offensiva aperta dalla bomba che (probabilmente) ha abbattuto un aereo di linea russo sul Sinai e dal grave attentato che ha colpito la zona di Beirut sotto il controllo di Hezbollah. In tutti questi casi c’è un significato politico evidentissimo: nella Russia viene colpito l’alleato del Presidente siriano Assad che da poco ha cominciato a partecipare direttamente ai bombardamenti contro le posizioni del Daesh in Siria. Gli Hezbollah sono essi pure alleati fidati di Assad, ed in quanto sciiti sono inoltre catalogati dall’estremismo jihadista fra i peggiori nemici da combattere. La Francia infine paga per essere stata una delle poche potenze europee ad intervenire con una certa sistematicità nei bombardamenti contro il Daesh.

Holland a VersaillesSi pone ora il problema della strategia da adottare come reazione a questo vero e proprio atto di guerra: il presidente Hollande, di fronte al Parlamento riunito in seduta comune a Versailles, (nella foto) ha chiaramente detto di voler raccogliere la sfida ed ha invocato, secondo i Trattati europei, il sostegno militare di tutti i Paesi della UE. E tuttavia, come ha ricordato il nostro premier Renzi, le azioni di guerra servono a poco se non sono supportate da una strategia. Quand’ anche infatti UE, Stati Uniti e Russia riuscissero a promuovere una coalizione militare per condurre – chiamando le cose con il loro nome- una guerra di sterminio contro il Daesh (che a differenza di Al Qaeda ha una sua consistenza territoriale) , ciò servirebbe a poco se l’opzione militare non venisse inserita in una strategia politica più globale, il che è esattamente quello che non è accaduto sullo scenario mediorientale dal 1991 in poi.

In un’intervista un giovane militante dell’opposizione “laica” ad Assad, ora esule in Svezia, ha parlato dell’orrore che gli suscita vedere gli slogan di maggiore libertà e giustizia sociale che egli lanciava contro il dittatore alauita trasformati con maggior successo in slogan del Daesh. Ora, ai jihadisti delle condizioni di vita dei cittadini negli Stati arabi o dello stesso conflitto israelo-palestinese interessa ben poco, visto che il loro disegno di dominio teocratico prescinde da simili questioni. E’ un dato di fatto però che finché le questioni più spinose dello scenario mediorientale rimangono aperte esse vengono a costituire altrettanti elementi polemici utili alla propaganda jihadista presso le masse diseredate a larga maggioranza sunnita.

Lo stesso vale per il reclutamento degli aspiranti guerriglieri europei, che avviene fra gli immigrati di seconda generazione nelle prigioni piuttosto che nelle banlieues parigine e non certo- come ricorda lo storico Franco Cardini – nei campi profughi. Certo, un giro di vite contro i rifugiati e contro i cittadini di origine islamica nei Paesi occidentali, magari propiziato da diffuse vittorie elettorali dei partiti di estrema destra, servirebbe a creare quello scenario di guerra che è così caro al Daesh e a permettere di “vendere” meglio il proprio brand a chi volesse identificare nel Califfato il vindice delle umiliazioni vere o presunte che gli islamici patiscono in Europa.

Ma in questa “terza guerra mondiale a pezzi”, secondo l’efficace espressione di Papa Francesco, il problema per al Baghdadi e per i suoi accoliti è quello di affermarsi come potenza regionale in Medio Oriente, superando i confini imposti dalle Potenze europee dopo la Prima guerra mondiale e venendo a costituire un “pendant” sunnita alla crescente potenza dell’Iran sciita cui sono già affiliati i partiti sciiti dell’Iraq, gli Hezbollah libanesi e la stessa Hamas, pur essendo tale movimento ad impianto sunnita. Gli atti terroristici delle cellule europee “in franchising”, per quanto utili alla strategia del terrore, non sembrano essere pianificate a livello centrale.

La quadratura del cerchio di fronte a cui si trova ora l’Europa è quella di garantire la sicurezza dei suoi cittadini e allo stesso tempo i principi di libertà che sono inscritti nel suo DNA.