Il referendum sulla Brexit: l’odio come base della propaganda politica

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Bruxelles, la sede del Parlamento europeo

Le conseguenze del disgraziato referendum che ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea sono di natura tale da prevedere che di esse si parlerà ancora a lungo, tanto incideranno sulla dialettica politica, sociale ed economica di tutta l’Unione (e ovviamente della Gran Bretagna, se questo Stato esisterà ancora viste le fibrillazioni in Scozia e nell’Ulster).

Credo però che una riflessione a parte meriti il tragico episodio dell’assassinio della parlamentare laburista Jo Cox, europeista convinta, ad opera di un suprematista di ultradestra avvenuto nella fase culminante della campagna referendaria.

Si è detto che l’assassino fosse una personalità disturbata, un pazzo, in sostanza, ed è probabilmente vero perché un gesto tanto plateale e tragicamente gratuito presuppone un serio ottundimento intellettuale: ma questa è materia per magistrati e psichiatri. All’analista sociale e politico spetta invece di comprendere per quale motivo si crei una situazione in cui una persona trova normale dare, o credere di dare, un segnale politico uccidendo una persona che non sta offendendo nessuno ma sta semplicemente manifestando la sua idea.

E questo si può comprendere contestualizzando il gesto nella campagna referendaria, in cui i sostenitori del leave dell’uscita dall’UE, non solo hanno sparso disinvolte bugie, come ha candidamente ammesso post factum il cialtronesco leader dell’UKIP Nigel Farage, ma hanno anche alimentato una ferocissima campagna di odio verso le istituzioni europee, accusate di voler attentare alla sovranità nazionale britannica e di voler riempire il territorio britannico di orde di migranti provenienti dal Terzo mondo.

Conta poco che in realtà il Regno Unito abbia goduto di un particolarissimo status che ne ha fatto fin qui il soggetto meno integrato nell’Unione, con un diritto pressoché illimitato di esenzione da qualsiasi vincolo di natura monetaria, fiscale o sociale. Conta poco anche che l’UE – come ha rilevato con giusta indignazione Romano Prodi – pur di evitare il cosiddetto “Brexit” abbia proposto fino all’ultimo di aumentare i privilegi del Regno Unito (che poi era il disegno tattico – evidentemente di breve respiro – del premier David Cameron, vero artefice del disastro).

No, quel che conta è che il messaggio sia passato, e che quindi questa campagna di menzogne e di odio sia diventato senso comune, finendo per armare la mano di un individuo forse folle e forse no, ma ben determinato a colpire quelli che per lui erano i traditori della Patria. D’altro canto, a pensarci bene, non sarebbe stato possibile l’omicidio di Yitzhak Rabin nel 1995 se una ferocissima campagna di stampa della destra israeliana -guidata allora come adesso da Benjamin Netanyahu – non avesse dipinto per anni l’artefice dei Trattati di Oslo come un traditore del popolo ebraico: l’uccisione del Primo Ministro per mano del colono Yigal Amir fu solo la logica conseguenza.

Più in generale, chiunque abbia un minimo di sensibilità riconosce chiaramente come il discorso politico in tutto il mondo sia ormai permanentemente virato su di un linguaggio infarcito di volgarità e di odio, in cui appare del tutto naturale deridere l’avversario, insultarlo, chiamarlo con nomignoli offensivi, diffondere notizie false con la piena consapevolezza della loro falsità, e giungere ad augurare agli avversari politici malattia e morte. Ciò è ancora più facile in un’epoca come la nostra in cui i mezzi di comunicazione sono molto diversificati ma ugualmente diffondono notizie non verificabili e spesso manipolate.

D’altro canto, non è chi non veda come le forze politiche e i leader (o presunti tali) che amano presentarsi come outsider siano dei professionisti di questo hate speech, dall’UKIP di Farage al Fronte Nazionale di Marine Le Pen, dai Cinque stelle in Italia fino a Donald Trump, che è riuscito a vincere le primarie del Partito Repubblicano grazie all’indebolimento della cultura politica del partito che fu di Abraham Lincoln e di Theodore Roosevelt, indebolimento dovuto all’aver aperto le porte ad ogni sorta di folle religioso o di suprematista bianco, e che si è sintetizzato in otto anni di becera opposizione ad Obama tenuta insieme da riferimenti di chiaro stampo razzista. Mettiamoci pure dentro certuni presunti cattolici che sui loro blog sembrano non avere insulti sufficienti da rovesciare addosso a Papa Francesco: anch’essi in fondo figli di una vulgata ultratrentennale di stravolgimento dell’eredità conciliare e di disprezzo nei confronti di chi ne era testimone.

Un odio che tracima da ogni parte, che diventa quasi rumore di fondo, che si manifesta come perenne conflittualità soprattutto fra i ceti più impoveriti economicamente e culturalmente, cui si spiega che il nemico è quello che sta peggio e che può portare via quel poco che si ha, oppure è una imprecisata “casta”, considerata tutta uguale ed ugualmente nemica del popolo, quello vero. Nulla di nuovo: “contro la reazione, il fronte rosso e gli ebrei”, come insegnava il vero ideatore dell’hate speech, Adolf Hitler, il cui vero, unico programma, al di là delle cortine fumogene, era quello di prendere e conservare il potere.

A hate supreme” potremmo dire citando – e stravolgendo – il titolo di un magnifico album del 1964 di John Coltrane, l’odio come base della propaganda politica e anche del metodo di governo: una deriva impressionante nell’assenza totale non solo delle forze politiche responsabili (perché anche la politica dell’odio è politica) ma di ogni agenzia formativa che sia capace di insegnare che la complessità è una fatica quotidiana e che costruire è certo più difficile che distruggere, ma è l’unica cosa per cui valga la pena lottare.